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ĀNĀPĀNASATI

del venerabile Ajahn Sumedho

 

© Ass. Santacittarama, 2016. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Donatella Levi.


Dal libro "Now is the knowing" (forestsangha.org/teachings/books)

 

Tendiamo a non accorgerci dell’ordinario. Siamo consapevoli del nostro respiro solo quando è diverso dal solito, per esempio se abbiamo l’asma o abbiamo fatto una lunga corsa. Ma con ānāpānasati prendiamo il respiro ordinario come oggetto di meditazione. Non cerchiamo di prolungarlo o accorciarlo, o di controllarlo in qualche modo, ma rimaniamo semplicemente con la normale inspirazione e la normale espirazione. Il respiro non è qualcosa che creiamo o immaginiamo, è un processo naturale dei nostri corpi che continua finché c’è vita, che ci si concentri su di esso oppure no. Dunque è un oggetto sempre presente; possiamo rivolgergli la nostra attenzione in qualsiasi momento. Non abbiamo bisogno di qualifiche speciali per osservarlo. Non abbiamo nemmeno bisogno di essere particolarmente intelligenti – tutto ciò che dobbiamo fare è essere appagati dal respiro, essere consapevoli di una inspirazione e di una espirazione. La saggezza non scaturisce dallo studio di grandi teorie e filosofie, ma dall’osservazione dell’ordinario.

Il respiro è privo di qualità particolarmente eccitanti o avvincenti, e questo può causarci irrequietezza e avversione. Desideriamo sempre “ottenere” qualcosa, trovando qualcosa che ci interessi e ci assorba senza alcuno sforzo da parte nostra. Se ascoltiamo della musica, non pensiamo: “Devo concentrarmi su questa musica ritmica emozionante ed eccitante”: è che non possiamo farne a meno, perché il ritmo è così coinvolgente da catturarci completamente. Il ritmo della nostra normale respirazione non è né interessante né coinvolgente: è tranquillizzante, e la maggior parte delle persone non è abituata alla tranquillità. Quasi tutti sono attratti dall’idea della pace, salvo poi trovare l’effettiva esperienza deludente o frustrante. Vogliono uno stimolo, qualcosa che li seduca. Con ānāpānasati stiamo con un oggetto che è piuttosto neutro – non abbiamo forti sentimenti di apprezzamento o antipatia per il nostro respiro – e notiamo semplicemente l’inizio di un’inspirazione, la sua parte centrale e la sua fine, poi l’inizio di un’espirazione, la sua parte centrale e la sua fine. Il ritmo gentile del respiro, essendo più lento del ritmo del pensiero, induce alla tranquillità; cominciamo a smettere di pensare. Non cerchiamo però di ottenere qualcosa dalla meditazione, di raggiungere il samādhi o i jhāna. Se la mente, infatti, cerca di raggiungere o conseguire qualcosa, invece di contentarsi umilmente di un respiro, non riesce poi a rallentare e a diventare calma, e ci sentiamo frustrati.

All’inizio la mente divaga. Quando ce ne accorgiamo, allora con molta gentilezza la riportiamo sul respiro. Ci poniamo con un atteggiamento di infinita pazienza e di disponibilità a ricominciare sempre. Le nostre menti non sono abituate a essere tenute a freno; sono state educate ad associare una cosa all’altra e a formarsi opinioni su tutto. Poiché siamo abituati a usare il nostro ingegno e la nostra capacità di pensare in modi intelligenti, tendiamo a diventare molto tesi e irrequieti se non lo possiamo fare, e quando pratichiamo ānāpānasati proviamo resistenza e fastidio. Siamo come un cavallo selvaggio a cui sono stati messi per la prima volta i finimenti, e che si ribella contro ciò che lo imbriglia.

Quando la mente divaga, ci irritiamo e scoraggiamo, e proviamo negatività, avversione nei confronti di tutta la faccenda. Se, in preda alla frustrazione, cerchiamo con la volontà di forzare la mente a diventare tranquilla, riusciamo a conservare questa condizione solo per poco e poi la mente riparte in un’altra direzione. L’atteggiamento giusto nei confronti di ānāpānasati è dunque di grande pazienza, come se disponessimo di tutto il tempo del mondo, lasciando andare o mettendo da parte tutti i problemi mondani, personali o finanziari. In questo lasso di tempo non c’è nient’altro che dobbiamo fare tranne osservare il nostro respiro.

Se la mente divaga durante l’inspirazione, allora mettete più impegno in questa fase. Se la mente divaga durante l’espirazione, allora è su questa che metterete più impegno. Continuate a riportarla indietro. Siate sempre pronti a ricominciare da capo. All’inizio di ogni giornata, all’inizio di ogni inspirazione, coltivate la mente del principiante, senza portare niente di vecchio nel nuovo, senza lasciare tracce, come in un grande falò.

Una inspirazione e la mente divaga, allora la riportiamo indietro – e questo è già di per sé un momento di presenza mentale. Stiamo addestrando la mente come una brava mamma educa il suo bambino. Un bimbo piccolo non sa cosa sta facendo; si allontana senza farci caso, e se la mamma si arrabbia con lui, lo sculaccia e lo picchia, il bambino si spaventa e diventa nevrotico. Una brava mamma lascia libero il bambino tenendolo d’occhio, e se si allontana lo riporta indietro. Con quella stessa pazienza, non stiamo cercando di “fustigarci”, odiando noi stessi, il nostro respiro, odiando tutti quanti, arrabbiandoci perché non riusciamo a trovare la tranquillità con ānāpānasati.

A volte diventiamo troppo seri su ogni cosa; totalmente privi di gioia, contentezza o senso dell’umorismo, reprimiamo sempre tutto. Rallegrate la mente, fatela sorridere. Siate rilassati e a vostro agio, senza la pressione di dover ottenere qualcosa di speciale. Non c’è niente da conseguire, niente di eccezionale, niente di speciale. Cosa potete dire di aver fatto oggi per guadagnarvi la giornata? Solo un’inspirazione consapevole? Assurdo! Ma è più di quanto la maggior parte della gente può dire di aver fatto.

Non stiamo combattendo le forze del male. Se vi sentite maldisposti verso ānāpānasati, notate anche questo. Non vivetelo come qualcosa che dovete fare, ma lasciate che sia una gioia, qualcosa che vi piace davvero. Quando pensate “Non ci riesco”, riconoscete che si tratta di resistenza, paura o frustrazione, e poi rilassatevi. Non trasformate questa pratica in qualcosa di difficile, in un compito gravoso. I primi tempi dopo l’ordinazione ero mortalmente serio, con un atteggiamento arcigno e rigido, come un vecchio palo rinsecchito, e mi capitava di ritrovarmi in stati mentali tremendi, pensando: “Devo riuscirci… devo riuscirci…”. Fu allora che imparai a contemplare la pace. Dubbio e irrequietezza, scontento e avversione, ma presto fui in grado di riflettere sulla pace, ripetendo ipnoticamente questa parola fino ad autorilassarmi. Cominciavano i dubbi su me stesso – “Non sto concludendo niente, è inutile, voglio però ottenere qualcosa” – ma ero in grado di sentirmi in pace con tutto ciò. Questo è un metodo che potete utilizzare. Così, quando siamo tesi ci rilassiamo, e poi riprendiamo ānāpānasati.

All’inizio ci sentiamo terribilmente goffi, come quando si impara a suonare la chitarra. Quando cominciamo a suonare le nostre dita sono così legate che sembriamo un caso senza speranza, ma dopo che lo abbiamo fatto per un po’ diventiamo più abili ed è piuttosto facile. Stiamo imparando a osservare ciò che accade nella nostra mente, così ci accorgiamo quando diventiamo irrequieti e tesi, oppure apatici. Lo riconosciamo: non cerchiamo di convincerci che le cose stanno diversamente, siamo pienamente consapevoli di come sono per davvero. Sosteniamo l’impegno per un’inspirazione. Se non siamo in grado, allora lo sosteniamo almeno per mezza inspirazione. In questo modo non cerchiamo di diventare subito perfetti. Non siamo costretti a fare tutto giusto secondo un’idea preconcetta di come le cose dovrebbero andare, ma lavoriamo con i problemi che ci sono. Se abbiamo una mente distratta, allora è saggezza riconoscere che la mente va di qua e di là: questa è retta comprensione. Pensare che non dovremmo essere così, odiarci o scoraggiarci perché capita che siamo fatti in questo modo: questa è ignoranza.

Non cominciamo come yogi perfetti, non facciamo le posizioni di Iyengar prima di riuscire a fletterci e toccarci le dita dei piedi, sarebbe il modo più sicuro per farci male. Possiamo anche guardare tutte le posizioni del libro Teoria e pratica dello Yoga, e vedere Iyengar che si avvolge le gambe intorno al collo nelle posizioni più straordinarie, ma se provassimo a farle ci porterebbero di corsa in ospedale. Perciò cominciamo cercando di piegarci un pochino di più dalla vita, esaminando il dolore e la resistenza che incontriamo, imparando ad allungarci gradualmente. È lo stesso con ānāpānasati: riconosciamo com’è adesso e partiamo da lì, sosteniamo l’attenzione un po’ più a lungo, e cominciamo a capire cos’è la concentrazione. Non ripromettetevi prestazioni da Superman se non siete Superman. Proclamate: “Starò seduto e osserverò il respiro tutta la notte”, poi quando non ci riuscite vi arrabbiate. Stabilite dei periodi che siete sicuri di poter mantenere. Sperimentate, lavorate con la mente fino a che non saprete come sforzarvi e come rilassarvi.

Dobbiamo imparare a camminare cadendo. Osservate i bambini: non ne ho mai visto uno che riuscisse a camminare di colpo. I bambini imparano a camminare gattonando, reggendosi alle cose, cadendo e poi tirandosi su nuovamente. È lo stesso con la meditazione. Impariamo la saggezza osservando l’ignoranza, facendo un errore, riflettendo e poi proseguendo senza mollare. Se ci pensiamo troppo, sembra impossibile. Se i bambini pensassero molto non imparerebbero mai a camminare, perché quando guardi un bambino piccolo che cerca di camminare sembra un caso senza speranza, dico bene? Quando ci pensiamo, la meditazione può apparire completamente impossibile, ma tiriamo dritto e pratichiamo. È facile quando siamo pieni di entusiasmo, davvero ispirati dall’insegnante o dall’insegnamento, ma l’entusiasmo e l’ispirazione sono condizioni impermanenti, ci conducono alla disillusione e alla noia.

Quando siamo annoiati, dobbiamo davvero mettere ogni impegno nella pratica. Quando siamo annoiati vogliamo girarci da un’altra parte e rinascere in qualcosa di affascinante ed eccitante. Ma comprensione profonda e saggezza richiedono che si debbano sopportare e attraversare con pazienza i momenti di calo della disillusione e della depressione. Solo in questo modo possiamo smettere di rafforzare il ciclo dell’abitudine, e arrivare a comprendere la cessazione, arrivare a conoscere il silenzio e il vuoto della mente.

Se leggiamo dei libri che suggeriscono di non mettere alcuno sforzo nella pratica, lasciando semplicemente che tutto avvenga in modo naturale e spontaneo, potremmo pensare che tutto quel che dobbiamo fare è stare seduti senza far niente – salvo poi scivolare in uno stato di passività e apatia. Nella mia pratica personale mi resi conto che se mi ritrovavo in uno stato di torpore era importante mettere un certo sforzo nella postura. Mi accorsi che era del tutto inutile impegnarsi in modo solo passivo. Quindi mi tiravo su ben eretto, spingevo in avanti il torace e mettevo energia nella posizione seduta; oppure facevo la posizione verticale sulla testa o quella della candela sulle spalle. Anche se nei primi tempi non avevo moltissima energia, riuscivo però lo stesso a fare qualcosa che richiedesse dello sforzo. Imparavo a sostenerlo per alcuni secondi e poi lo perdevo di nuovo, ma era sempre meglio che non fare nulla.

Più imbocchiamo la via facile, la via della minore resistenza, più seguiamo solo i nostri desideri, più la mente diviene trascurata, distratta e confusa. È facile pensare, è più facile stare seduti e pensare tutto il tempo che non pensare: è un’abitudine che abbiamo acquisito. Anche il pensiero “Non dovrei pensare”, è solo un altro pensiero. Per evitare i pensieri dobbiamo esserne consapevoli, dobbiamo fare lo sforzo di osservare e ascoltare, prestando attenzione al flusso nelle nostre menti. Invece di pensare alla nostra mente, la osserviamo. Invece di venire catturati dai pensieri, continuiamo a riconoscerli. Il pensiero è movimento, è energia, va e viene, non è una condizione permanente della mente. Quando lo riconosciamo semplicemente come tale, senza valutarlo o analizzarlo, il pensiero comincia a rallentare e a fermarsi. Non si tratta di annichilimento: è permettere alle cose di cessare. È compassione. Man mano che il pensiero ossessivo abituale inizia a svanire, cominciano ad apparire grandi spazi che nemmeno sapevamo esistessero.

Assorti nel respiro naturale rallentiamo ogni cosa e calmiamo le formazioni kammiche. Questo è ciò che intendiamo con samatha o tranquillità: giungere al luogo della calma. La mente diventa malleabile, agile e flessibile, e il respiro può diventare molto sottile. Portiamo la pratica di samatha solo fino al punto di upacāra samādhi (concentrazione d’accesso), non cerchiamo di assorbirci completamente nell’oggetto ed entrare nei jhāna. A questo punto siamo ancora consapevoli sia dell’oggetto che del suo contorno. L’agitazione estrema, nelle sue diverse forme, è diminuita considerevolmente, ma possiamo ancora operare usando la saggezza.

Con la facoltà della saggezza ancora funzionante, investighiamo, e questa è vipassanā – osservare attentamente e riconoscere che la natura di qualsiasi cosa si stia sperimentando è impermanente, insoddisfacente e impersonale. Anicca, dukkha e anattā non sono concetti in cui crediamo, ma caratteristiche che possiamo osservare. Investighiamo l’inizio di un’inspirazione e la sua fine. Osserviamo cos’è un inizio, non pensando a cosa è ma osservando, consapevoli con pura attenzione dell’inizio di un’inspirazione e della sua fine. Il corpo respira completamente da solo: l’inspirazione condiziona l’espirazione e l’espirazione condiziona l’inspirazione, noi non possiamo controllare nulla. Il respiro appartiene alla natura, non appartiene a noi – è non-sé. Quando vediamo questo, stiamo facendo vipassanā.

Il genere di conoscenza che acquisiamo dalla meditazione buddhista ci rende umili. Ajahn Chah la definisce la conoscenza del lombrico – non ti rende arrogante, non ti fa montare la testa, non ti fa sentire che sei qualcuno o che hai ottenuto qualcosa. In termini mondani, questa pratica non sembra molto importante o necessaria. Nessuno scriverà mai il titolo di giornale “Alle otto di questa sera il Venerabile Sumedho ha inspirato”! Ad alcuni sembra che sia molto importante pensare a come risolvere tutti i problemi del mondo – come sistemare tutto ciò che non va e aiutare ogni persona del Terzo Mondo. Rispetto a queste cose osservare il respiro sembra irrilevante, e la maggior parte della gente pensa: “Perché sprecare il tempo facendo questo?” Ci sono state persone che si sono confrontate con me in proposito, dicendomi: “Cosa fate voi monaci seduti lì tutto il tempo? Cosa state facendo per aiutare l’umanità? Siete solo degli egoisti, vi aspettate che la gente vi porti il cibo mentre voi non fate che stare seduti a guardare il respiro. State scappando dal mondo reale”.

Ma cos’è il mondo reale? Chi sta davvero scappando, e da cosa? Cosa dovremmo affrontare? Scopriamo che quello che le persone chiamano il mondo reale è il mondo in cui credono, il mondo verso il quale hanno degli obblighi, oppure il mondo che conoscono e che è loro familiare. Ma quel mondo è una condizione della mente. Meditare vuol dire confrontarsi per davvero con il mondo reale, riconoscendo e prendendo atto di com’è veramente, invece di credergli, o di giustificarlo, o di cercare mentalmente di annichilirlo. Il mondo reale opera secondo lo stesso schema di sorgere e cessare del respiro. Non stiamo teorizzando circa la natura delle cose, prendendo in prestito dagli altri delle idee filosofiche e cercando di usarle per razionalizzare; osservando il nostro respiro stiamo in realtà osservando la natura per come essa è. Quando osserviamo il respiro stiamo in realtà osservando la natura; comprendendo la natura del respiro possiamo comprendere la natura di tutti i fenomeni condizionati. Se cercassimo di comprendere tutti i fenomeni condizionati nelle loro infinite varietà, qualità, caratteristiche temporali, e così via, sarebbe troppo complesso; le nostre menti non ne avrebbero la capacità. Dobbiamo imparare dalla semplicità.

Quindi con una mente tranquilla diventiamo consapevoli dello schema ciclico, vediamo che tutto ciò che sorge cessa. Questo è il ciclo che prende il nome di saṃsāra, la ruota di nascita e morte. Osserviamo il ciclo “samsarico” del respiro. Inspiriamo e poi espiriamo: non possiamo avere solo inspirazioni o solo espirazioni, l’una condiziona l’altra. Sarebbe assurdo pensare: “Voglio solo inspirare. Non voglio espirare. Rinuncio all’espirazione. La mia vita sarà solo una costante inspirazione”. Sarebbe assolutamente ridicolo. Se vi dicessi così pensereste che sono matto; ma questo è proprio ciò che fa la maggior parte della gente. La gente è proprio sciocca quando vuole rimanere attaccata solo all’eccitazione, al piacere, alla giovinezza, alla bellezza e al vigore. “Voglio solo cose belle e non voglio avere niente a che fare con ciò che è brutto. Voglio piacere, godimento e creatività, ma non voglio noia o depressione”. È talmente assurdo, come se mi sentiste dire: “Non sopporto le inspirazioni. Non ne farò più”. Quando osserviamo che l’attaccamento alla bellezza, al piacere sensoriale e all’amore porta sempre all’afflizione, allora il nostro atteggiamento diventa di distacco. In questo non c’è annichilimento o desiderio di distruggere, ma semplicemente lasciar andare, non-attaccamento. Non cerchiamo la perfezione in nessuna parte del ciclo, ma vediamo che la perfezione è insita nel ciclo nel suo insieme, includendo la vecchiaia, la malattia e la morte. Ciò che ha origine nell’increato raggiunge il suo apice e poi ritorna all’increato, e questa è perfezione.

Quando cominciamo a vedere che tutti i sakhāra hanno questo schema di sorgere e cessare, iniziamo a volgerci al nostro interno, verso l’incondizionato, la pace della mente, il suo silenzio. Iniziamo a fare l’esperienza di suññatā, il vuoto, che non è l’oblio o il nulla, ma una quiete chiara e vibrante. Possiamo anzi volgerci verso il vuoto, piuttosto che verso le condizioni del respiro e della mente. Allora abbiamo una prospettiva sulle condizioni, e non vi reagiamo più ciecamente.

C’è il condizionato, l’incondizionato e il conoscere. Cos’è il conoscere? È memoria? Consapevolezza? È “me”? Non sono mai riuscito a scoprirlo, ma posso essere consapevole. Nella meditazione buddhista stiamo con il conoscere: essendo consapevoli, essendo svegli, essendo Buddha nel presente, sapendo che tutto ciò che sorge cessa ed è non-sé. Applichiamo questo conoscere a tutto, sia il condizionato che l’incondizionato. È trascendere, essendo svegli invece che cercando di scappare, e tutto questo nella nostra attività quotidiana. Abbiamo le quattro normali posture - seduti, in piedi, camminando, distesi – non c’è bisogno di stare sulla testa, o di fare un salto mortale all’indietro, o chissà cos’altro. Usiamo le quattro posture normali e il respiro ordinario, perché ci stiamo dirigendo verso quanto vi è di più ordinario, l’incondizionato. Le condizioni sono straordinarie, ma la pace della mente, l’incondizionato, è così ordinario che nessuno lo nota mai. È sempre presente, ma non ce ne accorgiamo mai perché siamo attaccati a ciò che è misterioso e affascinante. Veniamo presi dalle cose che sorgono e cessano, le cose che stimolano e deprimono. Veniamo catturati da come le cose appaiono – e dimentichiamo. Ma ora, meditando, stiamo ritornando a quella fonte, a quella pace, in quella posizione del conoscere. Allora il mondo viene compreso per quello che è, e non ne veniamo più tratti in inganno.

La realizzazione del saṃsāra è la condizione per il Nibbāna. Riconoscendo i cicli dell’abitudine e non essendo più fuorviati né da loro né dalle loro qualità, realizziamo il Nibbāna. La conoscenza-di-Buddha riguarda solo due cose: il condizionato e l’incondizionato. È una comprensione immediata di come sono le cose proprio ora, senza avidità o attaccamento. In quel momento possiamo essere consapevoli delle condizioni della mente, delle sensazioni corporee, di ciò che stiamo vedendo, udendo, gustando, toccando, odorando e pensando, e anche del vuoto della mente. Il condizionato e l’incondizionato sono ciò che possiamo realizzare.

L’insegnamento del Buddha è dunque un insegnamento molto diretto. La nostra pratica non è “diventare illuminati”, ma essere nel conoscere, adesso.

 

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