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Basi interiori e azione sociale

del venerabile Ajahn Pasanno

© Ass. Santacittarama, 2004. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Silvana Ziviani.

Discorso tenuto per un gruppo di buddhisti laici a Caspar, California nel 1998, pubblicato in inglese nel 'Forest Sangha Newsletter', n. 70. Ajahn Pasanno è 'co-abate' del monastero Abhayagiri negli Stati Uniti (www.abhayagiri.org).



Il termine “Azione sociale” di solito fa pensare a sforzi su vasta scala per migliorare gli aspetti materiali della società. Ma il Buddha sottolineò l’importanza della mente, per cui, dalla prospettiva buddhista, si considera azione sociale anche una semplice attività che sia rivolta ad altri e abbia motivazioni pratiche: vale a dire come ci relazioniamo con gli altri, con il mondo che ci circonda, con le persone che ci sono vicine, con la famiglia, i vicini e la società in generale.


Per comprendere cosa sia l’azione sociale, bisogna capire che non si tratta di “me e della società intorno a me”, come se fossero realtà autonome; i due hanno un rapporto di interrelazione. Ciò che portiamo alla società che ci circonda è la qualità della nostra mente, del nostro cuore, del nostro essere. Per questa ragione, non si può separare l’esercizio spirituale interiore dall’azione sociale. Sono interrelati e interdipendenti. L’addestramento a cui sottoponiamo noi stessi è importante quanto qualsiasi azione che intraprendiamo esternamente, perché l’esercizio interiore ne è il fulcro. La capacità che abbiamo di aiutare o influenzare gli altri dipende dalla nostra chiarezza interiore, dalle buone intenzioni e dall’integrità con cui abbiamo preso cura di noi stessi. I due sono inseparabili. Anche il mantenere i precetti – non nuocere a nessuno, non essere disonesti nel comportamento verso gli altri – fa parte dell’azione sociale, perché le azioni che facciamo, o l’astenersi da certe azioni, hanno inevitabilmente un impatto sugli altri.


Certe volte ci lasciamo prendere dall’entusiasmo per qualche responsabilità sociale, qualche obbligo sociale o anche qualche forma di attivismo sociale, ma dimentichiamo di chiederci: come trattiamo la nostra famiglia? Come trattiamo la gente a cui siamo più vicini? Come rispondo al telefono? Che cosa proietto nell’universo quando qualcuno telefona e io non mi sento di parlare o sono irritato con chi telefona? Dobbiamo tener presente che anche queste interazioni sono azioni sociali! Perciò le azioni e le parole che usiamo per rapportarci con la gente che ci sta intorno, con la gente con cui viviamo, con la gente di cui siamo responsabili, sono tutte parte dell’azione sociale. Non ne sono separate. Quando parliamo della “natura interdipendente delle cose” non ci riferiamo semplicemente a un’attraente teoria filosofica, ma a qualcosa di vitale importanza nella nostra vita di ogni giorno. Man mano che si espande, questa interazione quotidiana diventa azione sociale nel senso comune del termine. Anche in questo tipo più ampio di azione sociale sono stato molto coinvolto.


Un importante principio che sta alla base dell’azione sociale è che, nel risolvere i problemi sociali, non ci si può permettere di escludere niente e nessuno. Questo è un principio che ho applicato in continuazione nei progetti di cui mi sono interessato in Thailandia, particolarmente nella protezione delle foreste. Nella difesa delle foreste sono stato coinvolto mio malgrado, non è qualcosa che ho scelto di fare. Ero abate di Wat Nanachat, il monastero internazionale nella Thailandia nord-orientale. Nel monastero vi erano parecchi residenti; monaci, novizi, laici e laiche che vi praticavano e una numerosa comunità viveva nei paraggi. Pensai che per equilibrare la situazione sarebbe stato bene avere un monastero affiliato più isolato. Trovai quindi una zona remota, Poo Jom Gom, e cominciai a sistemarla. Dopo un po’ il governo thailandese dichiarò questo monastero e la zona circostante Parco Nazionale. Ciò potrebbe farvi pensare: “Che meraviglia; un Parco Nazionale”; ma era solo una designazione su una mappa e non si realizzò se non a costo di problemi considerevoli. Era una delle ultime foreste rimaste nella Thailandia del nord-est; si estendeva lungo il fiume Mekong. Dall’altro parte del fiume si vedeva il Laos con le sue incredibili colline e foreste; dalla parte thailandese vi erano solo monconi di alberi; quel Parco Nazionale era stato completamente tagliato; era una situazione veramente seria.


Cercando di risolvere il problema, dovevo nel contempo anche cercare di coinvolgervi le persone. Come potevo però avere la cooperazione di quelle persone se erano loro che tagliavano gli alberi? Non potevo semplicemente impedirgli di tagliare la foresta, anche se ora eravamo in un Parco Nazionale e anche se la legge lo proibiva. Dovevo trovare il modo di coinvolgerli nel progetto di recupero. Ma come fare? Come potevo coinvolgere i rivenditori che li pagavano per tagliare gli alberi? Come potevo includerci i funzionari che si facevano pagare per permetterlo? Non si poteva semplicemente dire: Questa gente è proprio malvagia. Se non ci fossero, questo pianeta sarebbe migliore! Ci sono invece; sono persone proprio come noi; cercano di mantenere la loro famiglia e i loro bambini proprio come noi; cercano di cavarsela in questo mondo.


La prospettiva buddhista è che i problemi nascono da coloro che non capiscono che sono loro stessi a creare sofferenza a sé se stessi e a gli altri. I problemi e la sofferenza derivano dal desiderio e dall’attaccamento; non basta desiderare semplicemente che i problemi se ne vadano. Dovete considerare la sofferenza della gente e aiutarla, per esempio incrementando la salute e l’insegnamento. Dovete chiedervi: ”Perché abbattono gli alberi? Perché distruggono la foresta? Che cosa ne ricavano? Certamente, vogliono vivere bene; vogliono provvedere ai bisogni della loro famiglia. Perciò dovete trovare il modo per far fronte a ciò. Se non lo fate è come voler costruire un muro contro un impetuoso corso d’acqua. Credete di poter innalzare un muro per fermarlo. Be’, buona fortuna! L’acqua troverà il modo per infiltrarsi. Dovete avere le idee chiare e venire incontro ai bisogni della gente. Dovete coinvolgerli. Dovete aiutarli a trovare una soluzione.


Come base della pratica individuale, il Buddha espose le Quattro Nobili Verità: c’è la sofferenza, c’è la causa della sofferenza, c’è la cessazione della sofferenza e la via che conduce alla cessazione della sofferenza. Bene, lo stesso principio vale per i problemi sociali. Avete la sofferenza; avete il problema. Allora vi chiedete: “Qual è la causa di questo problema? Dov’è la cessazione? E qual’è la via che porta alla sua cessazione?” Dovete capire che non si può semplicemente desiderare che spariscano. Dovete contemplarli chiaramente: quali sono le varie cause? Che cosa vogliamo raggiungere? Dov’è la soluzione del problema? Se non abbiamo capito il problema, non saremo in grado di vederne le cause. Se non abbiamo chiaro il traguardo che vogliamo raggiungere, non sapremo che cammino intraprendere.

Quindi la struttura delle Quattro Nobili Verità può essere applicata sia all’azione sociale che alla propria pratica e più pratichiamo per applicare i principi del Dhamma a noi stessi, più è probabile che saremo in grado di applicarli alla situazione sociale che riguarda i nostri amici, la famiglia, il lavoro, o tutto il resto. Questo è il cuore dell’azione sociale: applicare i principi del Dhamma ai problemi interni della nostra comunità e chiedersi: “Come possiamo lavorare insieme per risolverli?”.


Per tornare al monastero di Poo Jom Gom, c’era quel grande problema della foresta che veniva illegalmente tagliata. Dovevo trovare il modo di coinvolgere nel progetto coloro che erano interessati a dare una mano. Il monastero, come tutti i monasteri, era una rete di interazioni. La gente veniva a offrire aiuto e sostegno; venivano ad ascoltare il discorso di Dhamma nei giorni di osservanza; venivano per avere consigli; venivano quando la loro vita prendeva una svolta importante: matrimonio, nascita, morte; venivano a porre domande; venivano a consultarsi. Insomma, era una rete di interazioni. Perciò, quando sorse quel problema nella comunità, il problema della foresta, subito capii chi era in grado di aiutarci. Cominciai a invitare la gente a partecipare al progetto, una persona alla volta. E’ così che cominciai. All’inizio c’erano solo volontari, ma man mano che il lavoro aumentava dovemmo pagare dei lavoratori. Poi cominciammo a farvi partecipare la polizia.


La polizia in Thailandia non è... non ricopre una posizione molto rispettabile, ma è lucrativa. Inoltre, in quella zona, la polizia aveva molto potere, soprattutto per quanto concerneva il trasporto dei tronchi. Invece di affrontarli apertamente, preferii lavorarci insieme. Come potevamo coinvolgerli? In pratica questo problema fu di facile soluzione, perché uno dei nostri sostenitori e uno dei primi volontari era un vice sovrintendente di polizia. Veniva considerato un tipo speciale perché cinque o sei anni prima aveva trasformato la sua vita. Aveva smesso di bere e aveva cominciato ad osservare gli otto precetti, mangiando una sola volta al giorno. Riuscì a coinvolgere nel progetto altri ufficiali di polizia onesti, incoraggiandoli a spargere la voce tra altri poliziotti e portandoli dalla nostra parte.


Quando si lavora a progetti di questo genere, ci vuole tempo per ottenere la fiducia della gente, per convincerli che avete tenuto conto degli interessi di tutti. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ci vogliono le idee chiare. Se si agisce in modo aggressivo, è difficile avere un buon risultato. Bisogna riconoscere che ognuno ha la propria sofferenza. Hanno paura che se vi aiutano, non potranno migliorare la loro vita; per questo vanno considerati i loro interessi. Tenendo questo sempre in mente, dovete cercare di coinvolgerli in modo da ottenere il loro aiuto. Man mano che il progetto andava avanti, riuscimmo a portarvi dentro i militari.

In Thailandia l’esercito è molto, molto potente, ed è un’istituzione altamente rispettata. Nel nel 1992-93, però, ci fu una rivolta contro la dittatura militare al potere in quel momento, e molti persero la vita. I militari caddero in disgrazia agli occhi della società. Grazie alle loro risorse, compresero che un modo di fare ammenda presso la popolazione era quello di salvare le foreste. Fu così che riuscimmo a coinvolgere l’esercito. Con altre condizioni non sarebbe stato possibile fare una cosa del genere, ma in quel momento le circostanze erano tali che fu possibile. Vidi che era importante trarre profitto da quelle occasioni non comuni, trovare e usare ciò che era disponibile. Scoprii che certe volte ci si trova alleati a persone che mai avremmo immaginato.


E’ di grande aiuto nell’azione sociale tenere come punto di riferimento la propria pratica e integrità personale. Scoprii che se avevamo intenzioni pure, riuscivamo a interagire misteriosamente con gli altri. E’ come una calamita. Le buone intenzioni sembrano attirare le buone persone. Perciò, nell’azione sociale, è importante mantenere un cuore puro e un’integrità limpida perché prima di tutto è a nostro beneficio – ci sentiamo molto meglio – e poi perché attira altre persone ben intenzionate. Più gente di buona volontà abbiamo, meglio possiamo agire, come se le buone intenzioni aumentassero in proporzione sempre maggiore. Durante le ultime elezioni in Thailandia, vidi su un palazzo un cartello che diceva: le forze della corruzione acquistano più forza quando la buona gente si ritira.


Certe volte uno potrebbe dirsi: “Semplicemente non voglio avere a che fare con la società. Sono stufo. E’ un sistema senza speranza”, ma il sistema acquista potere quando la gente buona si ritira. E’ importante ricordarlo. E al contrario, meno la gente buona si ritira più la bontà acquista vigore. Potrebbe sembrare una stranezza, ma è vero. Attraverso la mia esperienza ho visto che avveniva proprio così. Ho visto riunirsi molta gente per aiutarci, sorta quasi dal nulla.


Un’altra foresta che mi trovai a difendere è nella Thailandia occidentale lungo il confine thai-birmano, in una zona chiamata Dtao Dum. Lì i problemi erano molto più gravi a causa della collusione istituzionalizzata e delle forti somme di denaro implicate. E’ una foresta vergine, ancora abitata da elefanti, tigri e rinoceronti. Questi animali sono considerati quasi estinti in Thailandia, ma in quella foresta ci sono ancora. E’ l’ultima parte di una immensa area che non è stata toccata. Per molti animali e per molte specie di uccelli è l’ultimo paradiso. Perciò ci misi molta energia nel tentativo di proteggerla e ancora adesso ne sono coinvolto. Vi abbiamo fondato un altro monastero.


Quella parte della Thailandia è molto diversa dal nord-est. Nella Thailandia nord orientale vi è una grande fede e molto rispetto per il buddhismo, per i monasteri e i monaci. Nella parte occidentale del paese, la gente è più selvaggia, rozza, rude. Non vi è un rispetto innato e il livello di violenza è più alto.


La mia prima visita alla foresta fu circa vent’anni fa. Vi andai per passare qualche mese in ritiro solitario. A quel tempo l’area non era ancora stata distrutta dall’autostrada che l’attraversa fino al confine birmano, per un tratto di circa 70 chilometri. Quando vi ritornai otto o nove anni dopo, fu uno strazio vedere la portata della distruzione. A che velocità la foresta era scomparsa!

In quegli otto o nove anni di mia assenza, non vi erano stati altri monaci. Durante questa mia seconda visita, venni con un gruppo di monaci per fare un ritiro. La foresta era una miniera di stagno. Prima c’erano varie miniere di stagno ma durante la mia seconda visita ne era rimasta solo una. I paesani furono molto contenti di vederci. Siccome non vi erano stati più monaci nella zona, non avevano potuto fare veri e propri funerali ai loro morti. Perciò la prima cosa che vollero da noi fu che eseguissimo una cerimonia funebre collettiva per coloro che erano morti negli ultimi otto o nove anni. Dissotterrammo alcuni cadaveri per la cerimonia di cremazione. Erano tutti morti per due sole cause: o per malaria o per colpi d’arma da fuoco. Proprio così. Era una zona di gente assai violenta.


Perciò come vi comportereste in una situazione così? Dovevo coinvolgervi la gente, scegliendo quelli di buona volontà che volevano aiutare. Dovevo osservare e poi chiedermi: “Chi sarebbe interessato a darci un aiuto? Chi potrebbe trarne beneficio?” e poi coinvolgere quelli che erano interessati.


La foresta era – e lo è tuttora – un parco nazionale. Disgraziatamente, a quel tempo, la persona più attiva nella distruzione della zona a quel tempo era proprio il direttore del parco. Ma ce ne erano anche altri che gli tenevano mano. Vi era una pattuglia di polizia di confine che controllava l’accesso alla regione e proprio il capo di questa polizia di frontiera era coinvolto. Vi erano i militari che assicuravano la giurisdizione della zona; il capo dei militari era coinvolto. Sembrava proprio che ogni canale di aiuto fosse bloccato. Se volevo riuscire nell’impresa dovevo scavalcare questa gente a livello locale e arrivare al Dipartimento forestale, scovando i funzionari onesti e coinvolgendoli nel progetto. E poi, come ho detto, accadde qualcosa di imprevisto.


C’era una donna che veniva regolarmente a trovarci al monastero principale Wat Nanachat, veniva a meditare. Per caso il suo fratello minore era vice comandante della milizia di confine per tutto il paese. Era l’occasione che aspettavo. Egli trasferì uno dei militari e inviò al suo posto un funzionario onesto. Sembra quasi un miracolo, eppure avvenne proprio così.


Un’altra persona che riuscimmo a coinvolgere fu un membro della famiglia reale, una delle principesse. Si interessava già attivamente della conservazione delle foreste. Si scoprì che un monaco del nostro monastero aveva una zia che lavorava per la principessa. Riuscii perciò a far giungere una lettera alla principessa ed essa acconsentì ad aiutarci. Quando vide quanto enorme fosse il lavoro da fare disse che poteva aiutarci solo quel tanto, ma suggerì che forse avremmo potuto coinvolgerci anche alla regina. Perciò, improvvisamente vi erano molte persone interessate, e tutto era cominciato semplicemente dall’intenzione di fare qualcosa di buono.


Quindi, per un’azione sociale bisogna essere pazienti, dobbiamo saper scegliere, dobbiamo essere equanimi e dobbiamo ammettere un possibile fallimento. Dobbiamo essere pronti ad accettare che qualche volta le cose funzionano bene e altre no. E alcune volte le cose funzionano in un modo che mai vi sareste immaginato. Comunque la base del successo risiede nella propria pratica: osservanza dei precetti, sviluppo della chiarezza, della tranquillità, della riflessione, dell’investigazione e della saggezza. Sono queste fondamenta costruite da noi stessi che influiscono sulle scelte che facciamo e sulla direzione verso cui incanaliamo le nostre energie.


Eccovi alcune riflessioni.


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