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Benevolenza

Sister Ajahn Sundara

 

© Ass. Santacittarama, 2014. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Gabriella De Franchis.

 

Dal libro "Seeing the Way, vol. 2", una raccolta di discorsi di monaci e monache. Basato su un discorso tenuto al centro di ritiri di Amaravati nel 2010.

 

Ajahn Sundara è nata in Francia ed è stata una fra le prime quattro donne entrate a far parte della comunità monastica del Monastero di Chithurst nel 1979. Nel 1983 ha preso i precetti di Siladhara con Luang Por Sumedho come precettore. Nel 1984 si è trasferita al Monastero di Amaravati. Dal 1995 ha trascorso diversi anni praticando in un monastero della foresta in Thailandia. Attualmente risiede al Monastero di Amaravati.

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"Quando non proviamo attaccamento, siamo creativi e coraggiosi;

una compagnia piacevole."

 

La cultura nella quale viviamo è principalmente incentrata sull’intelletto. Magari stentiamo a riconoscerlo, ma la nostra educazione è prettamente quella intellettuale. Abbiamo la grande passione di giocare con concetti e idee. Il ragionamento logico, il trarre deduzioni da causa ed effetto, sono attività che sappiamo fare molto bene. Siamo anche bravi a dare un senso alle cose: sappiamo come vanno e funzionano i fenomeni. Questo modo di approcciarsi ha la sua utilità, ma fino a un certo punto. Ovviamente se credeste veramente che la mente intellettuale e concettuale sia il solo strumento che avete, non sareste qui ad ascoltare questo discorso e ad investigare la mente, contemplando i pensieri dal punto di vista di anicca-dukkha-anattā. Avete visto i limiti del pensiero, i limiti dei concetti, delle idee, della mente logica e anche se consideraste che questo non è una gran cosa, invece è già un notevole passo. Essere in grado di vedere la mente pensante come un oggetto, piuttosto che credere a tutto dimenticando la soggettività dei pensieri, è già un gran bel passo.

Il nostro guaio è questo: viviamo in un mondo molto soggettivo. Diversamente da tanti paesi dove la carestia è continua, noi abbiamo ciò che ci serve e magari siamo anche pignoli sul migliore riso integrale biologico mentre in Africa per esempio, la gente sopravvive solo con un po’ d’acqua da bere. Ma non sto dicendo questo per farvi sentire in colpa, è per dare un quadro della situazione, perché ciò che abbiamo sono delle benedizioni. Viviamo in un paese benevolo, relativamente in pace. Non andiamo in carcere per quello che diciamo. C’è ancora spazio per punti di vista e opinioni e spazio per la mente affinché pensi ciò che preferisce.

Siamo circondati da energia buona. Però magari ci dimentichiamo di queste forze positive per dimorare a lungo in pensieri del tipo: "Sono un cattivo meditante. Non ho abbastanza pazienza. Sono senza speranza. Non sono abbastanza bravo. Questo è dukkha! Non me ne posso liberare. Non ho avuto neppure il mio dolcetto preferito; il mio caffè preferito".

Dobbiamo invece ricordarci della natura benevola del mondo in cui viviamo. Dobbiamo apprezzare il contesto in cui viviamo. Questa presa di coscienza cresce con lo sviluppo della pratica, perché sviluppare la pratica è già di per sé una benedizione. Con lo sviluppo della pratica scoprirete che le benedizioni sono più evidenti e sentirete di averne di più. Può sembrare un po’ una forzatura giacché abbiamo la tendenza a parlare solo di dukkha, ma dobbiamo portare questo dukkha in un contesto che renda la nostra pratica sostenibile.

Se ci si fissa semplicemente su dukkha, con una mente che sperimenta ancora attaccamento, che ha le sue credenze e non è libera, è facile crearsi in continuazione, senza interruzione e per tutta la giornata, un mondo intero pieno di pensieri deprimenti e ossessivi: i dolori e le sofferenze del corpo, il ricordo di momenti tristi e dei drammi della vita, le relazioni diventano difficili, il lavoro difficile, la mancanza di lavoro, la mancanza di soldi, i figli che crescono complicati. Il regno di dukkha è infinito. Ci manca però un contesto adeguato per poter guardare dentro queste cose, anche se siamo spinti a trovare una ragione per questo dukkha, tanto che se fossimo saggi andremmo nella giusta direzione, guarderemmo nel posto giusto. Ma sfortunatamente, a causa della costante irrequietezza e agitazione del cuore, continuiamo a guardare nella direzione sbagliata. Invece di guardare ‘qui dentro’ continuiamo a guardare ‘là fuori’. C’è dukkha per questo o per quello motivo, a causa di lui o di lei, a causa del mio lavoro, dei miei genitori. Questa è la rete di dukkha di cui siamo parte quando guardiamo nella direzione sbagliata.

Viviamo in un mondo in cui è facile dimenticarsi delle benedizioni della nostra vita e con grandissima determinazione perpetuiamo le cause della nostra sofferenza: se non abbiamo l'ultimo modello di una nuovissima auto, presupponiamo di essere fra quelli che non sono abbastanza capaci. Il mondo esterno ci ricorda infatti di continuo e in modo errato che dukkha inizia proprio lì fuori. è colpa di mia madre, colpa di mio padre o colpa tua, e anche mia ovviamente! E allora, ricordare le nostre benevoli circostanze di vita, non è un’idea cattiva: possiamo stare qui ad Amaravati, in buone condizioni di salute, nutriti e con un gruppo di persone amorevoli quindi possiamo cominciare a guardare dukkha in questo contesto di benevolenza.

Che cosa è il dukkha di cui parlava il Buddha? Esiste il dukkha più ovvio, come quando siamo seduti su un cuscino e ci sentiamo agitati. Ma dukkha cambia se muoviamo la gamba. Si ha questo sollievo straordinario per circa venti secondi "Ahh..." e il dolore ritorna. È un piccolo paradigma di tutta la nostra vita. Ogni volta che qualcosa non va proprio per il verso giusto, la allontaniamo: "Girati verso destra, muovi un po’ il piede, ora a sinistra, così va un po’ meglio". Ma rimaniamo di nuovo un po' immobili e lo stesso vecchio dolore ritorna. Queste cose le passiamo tutti. Questo è il dukkha principale: quest’incapacità di rimanere con il dolore e questo desiderio costante di cambiare, di allontanarci, un continuo dimenarsi sulla sedia della vita.

Voi avete un’idea di come dovreste sempre essere? Onesti, radiosi, forti e vigorosi, con la mente chiara; i pensieri dovrebbero essere amorevoli, dolci e gentili e dovreste prendervi cura di tutti gli esseri senzienti fino all’ultimo filo d’erba..., ma tutte queste immagini e queste idee sono per noi fonte di stress. Questo è un altro aspetto di dukkha. Viviamo con una mente che è stata educata a teorizzare ideali meravigliosi, che sono utili - è questo che fa progredire il mondo - però se in questi ideali non c’è saggezza, si produce stress.

L’Ideale del Reale

C’è la realtà e ci sono gli ideali, due forze che lottano l’una contro l’altra. L’ideale è essere gioiosi e radiosi al mattino, saltare giù dal letto, fare yoga, senza intoppi, tutto liscio. Però non funziona proprio così. Si lavora con resistenze che hanno una forza notevole. Ecco un altro dukkha, enormemente persistente: parliamo di buono e cattivo, addirittura maligno. Maligno è una parola forte, non è vero? è un concetto carico di significati. Un maestro Sufi diceva che se stai cercando il diavolo non devi andare troppo lontano, devi solo guardare te stesso. Il diavolo è l’ignoranza, ecco il diavolo. Questo è Māra, ciò che ti rende cieco alla conoscenza. La non conoscenza è Māra, illusione. Non siamo ancora illuminati e ci troviamo a lottare con queste forze. C’è una parte in noi che conosce e una che non conosce e finché non ci rendiamo liberi dai nostri attaccamenti restiamo con la mente che non conosce.

Però, il fatto che siamo pronti a prendere rifugio nella consapevolezza vuol dire che già dentro di noi c’è questa mente che conosce – in mezzo a tanta ignoranza – e che guarda nuovamente al contesto benevolo – questa è una benedizione, non è vero? Riflettete attentamente su che cosa significa questo nella vita di tutti i giorni. In qualsiasi momento si può accedere a questa mente che conosce, la mente che sa.

È alquanto straordinario il fatto che da praticanti, attraverso la stessa pratica, si possa accrescere il nostro dukkha. Quest’abitudine che abbiamo di aggrapparci alla mente pensante e di immaginare che poiché ci aggrappiamo a pensieri buoni le cose dovrebbero funzionare. Quest’idea che se prendiamo rifugio nella consapevolezza significa che allora dobbiamo essere assolutamente consapevoli di tutto il tempo. Ci aggrappiamo all’idea di essere dei buoni meditanti e passiamo un’ora intera a cercare di trovare questo buon meditante. Non lo troviamo e ci sentiamo veramente frustrati da questa persona che stiamo cercando e che non siamo noi. Un buon meditante non è lo stesso di un meditante ideale. Un buon meditante è qualcuno che è in pace con quello che c’è ora, uno che vede chiaramente quello che c’è ora, che è in grado di essere paziente con quello che c’è ora, in grado di accettare dukkha, di vedere anicca, l’impermanenza.

Essere un buon meditante non significa aggrapparsi agli stati positivi della mente. Le scritture parlano di un meditante che ha stati mentali luminosi e raggianti, ma questo non significa che ci dobbiamo aggrappare a questa idea.

Non troviamo la concentrazione e ci arrabbiamo. Non riusciamo ad avere un corpo privo di dolori, e ci arrabbiamo. Il punto è se si è in grado di essere consapevoli. È in quel momento che si prova la sensazione di pace che deriva dal lasciare andare l’attaccamento al desiderio. La consapevolezza può essere un’esperienza frustrante per l’io perché indebolisce in continuazione i nostri attaccamenti. Beh, ma questo non è quello che il cuore desidera ardentemente? Ora siete nelle condizioni di sopportare la frustrazione, il dukkha che deriva dal non seguire il desiderio, dagli estremi del volere e non volere, diventare e non diventare, avere e non avere.

Dovete, però, essere veramente coraggiosi. Māra si opporrà con una forte resistenza quando non lo seguirete più. Un piccolo avvertimento: vi metterà sotto pressione come il dolore che sto provando all’articolazione dell’anca. Quindi, si tratta di essere in grado di vedere realmente il dolore che c’è, e vedere il desiderio di volerlo cambiare; non necessariamente perché il dolore sia cresciuto, ma perché la mente non lo accetta più e la cosa meravigliosa della mente è che è davvero irreale. Non ha sostanza né esistenza di per sé quindi, in realtà,la mente si può trasformare sempre. Non sarete capaci di cambiare il dolore nel corpo fisico, ma anche questo potrà cambiare radicalmente da solo se voi lo permetterete. La bellezza di questa pratica è che si può vedere la mente per quello che è: alquanto vuota. Una volta che non vi date più pensiero della vostra mente non rimane molto per cui ci sia bisogno di preoccuparsi. Questo non significa che la mente sparisca; solo che non c’è più bisogno di starle appresso. Quando non si è così attaccati alla rabbia o all’avversione non significa che rabbia e avversione spariscano, ma che non ci lasciamo trascinare via. Se vi duole qualche parte del corpo, non significa che il dolore sparisca; è solo che non c’è bisogno di scappare dall’avversione nei confronti del dolore.

Così quando smettiamo di fuggire scopriamo che la mente ha, effettivamente, la capacità di sopportare le cose in modo molto tranquillo. Il dolore più grande non è il dolore fisico; è più che altro il dolore mentale. Ho conosciuto una persona che ha subito un’operazione chirurgica a cuore aperto, e per tutto il tempo è stata serena; è andato tutto bene. Poi, più in là nel tempo, si accorse che stava perdendo la vista: poteva rimanere cieca. La paura di non essere più in grado di controllare la vita come aveva fatto sino ad allora, la mandò in panico. "Oh, mio Dio! Che cosa mi succederà?", l’operazione chirurgica al cuore l’aveva sopportata, ma la paura di perdere le facoltà, era un’altra cosa. è interessante vedere quant’è soggettiva la vita.

Allora, torniamo a dukkha – senza mai dimenticare il contesto di benevolenza. Portate la consapevolezza di dukkha nel mondo di bontà, di cui anche voi fate parte. Magari non sarete la persona più sana del mondo, ma siete ancora abbastanza in buona salute per essere in grado di rimanere seduti su una sedia, fermi, ad ascoltare l’insegnamento.

Perché sono seduto qui a fare questa pratica? Che senso ha? Forse abbiamo un sacco di motivi: il desiderio di essere alleviati dal bombardamento continuo dell’infelicità. Il reame umano, diciamocelo, è un reame tormentato da dukkha. Magari pensate di essere i soli, gli unici ad essere in una situazione particolarmente difficile, ma ogni singolo essere umano ha la sua dose di dukkha. Questo non è un fenomeno isolato, più che altro è la trama del mondo in cui siamo nati. Sei porte di accesso – vediamo le cose, le sentiamo, le gustiamo, le possiamo toccare, le possiamo pensare e le possiamo odorare. è abbastanza complesso. L’odorato non si adatta all’udito, il pensiero e il gusto semplicemente non si incontrano. Tutte queste varie porte dei sensi non sono neanche in accordo – "Mi piacerebbe essere libero, ma mi piace tanto anche avere una vita un po’ divertente. Voglio fare quello che mi va! Però voglio pure essere libero". Oppure "Voglio essere libero, ma mi voglio tenere tutto quello che mi piace perché per me è importante ... per me!".

Quindi, siamo sinceri: ci piace molto praticare la meditazione, ci piace molto praticare il Dhamma, ma se guardiamo noi stessi, quanta parte del nostro ‘io’ c’è veramente in tutto ciò? è importante riconoscere la malattia, la nostra personale malattia mentale nel contesto del Dhamma. Questo costituisce il sintomo, rifacendosi al Buddha come ad un medico e all'illusione come il cancro della nostra vita. Per fortuna, questo cancro non è tanto maligno perché si può veramente curare. È possibile curarsi dall’illusione, ma per essere veramente sinceri con noi stessi - e spesso non lo siamo – la nostra tendenza è di volere le cose senza stare veramente attenti a ciò con cui ci troviamo a lavorare: i nostri desideri, gli aspetti conflittuali della nostra vita. E qui dobbiamo essere molto delicati. Non forziamo il nostro ‘io’ a diventare la persona che vogliamo essere, ma semplice riconosciamo questo atteggiamento con tolleranza e, con un senso di compassione per la situazione difficile di cui facciamo parte, con tolleranza riconosciamo che non è tanto facile essere in grado di non avere più alcun desiderio.

Vivere senza un’immagine di sé

è importante vedere il proprio ‘io’ non come una specie di oggetto di cui si è letto nei libri, ma come una persona vera. Non come una rappresentazione, cosicché si possa essere in grado di sapere semplicemente questo: molta parte di ‘me’ è una rappresentazione nella mia mente piuttosto che essere ‘quello che è’. E nel momento che si guarda la rappresentazione, si vede quello che è, come in effetti è. Ma non c’è un modo particolare in cui ‘è’. è semplicemente che tutto quello che c’è ‘è’. Ecco tutto. Quindi, questo è un altro dukkha nella nostra vita, non è vero? Quello di vivere nel mondo come una rappresentazione, piuttosto che in modo fiducioso, amorevole e connesso. Essere quello che siamo, senza dovere attaccarsi ad un’immagine. Ma senza un'immagine il mondo lì fuori è un posto abbastanza difficile in cui vivere. Provate ad andare dal vostro capo con la mente vuota, rilassata, disponibile; siate con lui solo ‘consapevolezza’ e, probabilmente, non saprà come relazionarsi con voi. Bisogna così recitare la nostra parte in modo che si renda conto che vi ricordate di lui.

Così viviamo in un mondo di soggettività, di rappresentazioni, d’idee e ideali, e ci deprimiamo perché perdiamo il contatto con ciò che è reale: con quello che semplicemente ‘è’. A volte è così difficile accettare questo, perché per stare con ciò che c’è, non si può proprio rimanere attaccati ai nostri piani per il futuro. Non è facile. C’è la tendenza a cercare di fare del Buddhismo una specie di amabile cammino che ci porti ad essere migliori. Ovviamente, anche il miglioramento del proprio benessere fa la sua parte e ci impegniamo ad essere più curati e attenti nelle nostre azioni, nelle nostre parole, in quello che pensiamo e a come lo pensiamo, in quello che coltiviamo nel cuore: pazienza, attenzione amorevole, accettazione. In tutti questi casi stiamo lavorando per diventare migliori.

Tutto questo è un grande progresso, ma la pratica interiore che conduce alla saggezza, diventa reale quando si lascia andare questo modo di pensare con tutte le sue rappresentazioni, quando queste rappresentazioni si vedono per quello che sono: solo immagini mentali. Bisogna essere molto prudenti nel modo di trattare i fenomeni che succedono nella mente, perché ci si potrebbe confondere parecchio. A volte nella pratica non arriviamo ad un’intuizione profonda perché abbiamo troppa paura di constatare che le immagini di queste rappresentazioni non sono compatibili con la nostra logica o con ciò che ci piace.

Quello che succede nella mente è abbastanza casuale. Una volta che si smette di aggrapparsi ai nostri progetti mentali, a un’idea, a una manifestazione, a una rappresentazione, c’è molta casualità – in effetti, c’è di tutto. È molto liberatorio perché più si vede quanto la mente sia casuale e incontrollabile, più si scopre che in tutto questo, nel cuore, c’è il desiderio di trovare un vero rifugio. è un anelito naturale. Si desidera trovare una ‘vera casa’, come la chiamava Ajahn Chah, perché il resto è instabile, insoddisfacente, è dukkha. Quindi, non abbiate paura delle cose difficili perché se le accettate pienamente e se siete umilmente disponibili a imparare da ciò che vedete, allora sulla vostra strada troverete un aiuto.

Per ‘aiuto’ intendo che improvvisamente proviamo interesse per questa nuova parte di noi che si manifesta, o in altri termini proviamo interesse ad analizzare ciò che abbiamo di fronte. Viene fuori dell’energia, l’energia per analizzare realmente quello che sta succedendo e magari affrontare le proprie paure. Ci si rende conto che la paura va e viene, è casuale, non necessariamente collegata a qualcosa di esterno. Quando si è in grado di vedere questo chiaramente, si è a un punto di svolta, perché è molto liberatorio. Praticamente, siete voi ora che assumete la responsabilità. E quando dico ‘voi’ lo intendo in modo impersonale, perché intendo la mente risvegliata.

Intenzione applicata

Anche voi potete aiutare la ‘vostra’ mente' risvegliata. C’è l’intenzione, cetanā. Si può pensare consciamente: non bisogna per forza attaccarsi a pensieri casuali che non portano da nessuna parte. Si può pensare consapevolmente, essere consapevoli dell’‘intenzione’. Si può usare il materiale della mente e del corpo con consapevolezza, per esempio per sviluppare la gentilezza amorevole; dal nulla si può tirare fuori un sacco di gentilezza amorevole.

Alcuni hanno problemi quando cominciano a sviluppare la gentilezza amorevole. "Come faccio ad essere gentile e amorevole senza entrare nel caos dell’emotività. Amore? Ah!". Così chiedo loro se amano gli animali domestici e, se rispondono di sì, dico: "Pensate al vostro animale domestico". Improvvisamente, tutto di un colpo attorno a loro, spunta una specie di energia radiosa. è sorprendente. La maggior parte degli esseri umani ha questa radiosità solamente quando è innamorata. Un sentimento di adorazione e di totale accettazione, non si dà importanza a quello che sembrano, al loro aspetto fisico, a quanto sono stupidi, appiccicosi, avidi, orribili: sono davvero meravigliosi, per un paio di giorni. E questa è la nostra esperienza con solamente un animaletto domestico. Vi sto facendo questo esempio per mostrarvi con che velocità si può far sviluppare qualcosa dal nulla.

Riflettete sulle benedizioni della vostra vita, riflettete sul buono della vostra vita, così da potere creare dentro di voi un clima tranquillo, rilassato e spazioso per osservare la vita così com’è – che è abbastanza insoddisfacente, diciamocelo. Ma è insoddisfacente perché nei suoi confronti abbiamo avuto delle aspettative. Abbiamo aggiunto tantissimo alla vita-così-com’è e tutte queste cose devono morire. Ciò che è nato, ha bisogno di un suo arco di tempo per morire. Quindi, tutte le cose alle quali vi siete attaccati, tutte le cose che avete creato, tutte le cose che avete sperato, tutte le cose che avete desiderato, tutti i dispiaceri, tutte queste cose, per poterle lasciare andare, devono essere viste per tutto il corso della loro esistenza. Spesso non si ha la pazienza di lasciare andare le cose, così si ritorna a questa specie di frenesia del cambiamento – come le caviglie che si girano verso destra e poi a sinistra per vedere se il dolore si sente meno a destra o più a sinistra. C’è del sollievo, ma improvvisamente il dolore ritorna.

Così, invece di cercare di cambiare posizione quando provate disagio – anche se non sto dicendo che dovete farvi del male, e se avete bisogno di alzarvi, di aggiustare la vostra postura, fatelo – prima di farlo controllate solo quanto contribuisce la mente all’intensità del malessere fisico che state provando. Rendetevi conto di quanto contribuisce la mente e di come la vostra presenza mentale vi possa aiutare a conquistare fiducia in voi stessi, conquistando l’indipendenza da ciò che la mente, come risultato di semplici reazioni, pensa in continuazione. Vedete questo dentro di voi quando le cose diventano sgradevoli. Non si tratta solo del dolore fisico, ma anche del dolore mentale, come il tormento di potere perdere qualcosa che amiamo: perdere la salute, perdere il proprio partner, perdere la vita, perdere il proprio status, o cose del genere.

Una cosa bella degli insegnamenti del Buddha è che i pensieri stessi diventano tutta un’altra cosa. Non più ciò con cui identificarsi ma un oggetto. Ecco perché è importante trovare un rifugio nuovo in se stessi. Un rifugio che si basa principalmente sulla comprensione della pratica del Dhamma, la comprensione attraverso la pratica e la fiducia nel buono che c’è in noi, fiducia nella nostra capacità di rivelare il buono, fiducia nella nostra capacità di non dispiacerci per la perdita delle cose, fiducia nella nostra capacità di sopportare le difficoltà, la sofferenza, la paura eccetera. Questo succede a poco a poco, perché la paura si affronta a piccole dosi – fin dove arrivano i vostri mezzi. Affrontate quella piccola paura che provate e poi un poco di più e la prossima volta ancora di più, acquisite più familiarità con la paura e il vostro sistema inizierà ad assimilarla senza alcun problema e la prossima volta non sarà un problema – diventa sempre meno un problema. Siete sempre più in grado di accettare, ricevere e sopportare nella vita qualsiasi dukkha, non idealmente, ma proprio qui ed ora.

La prima nobile verità su dukkha insegna che non ottenere quello che si vuole è dukkha e avere quello che non si vuole è dukkha. Abbastanza chiaro, non è vero? Non c’è bisogno di una laurea per capirlo. Però ora bisogna cominciare a diventare più sensibili e distillare questa comprensione attraverso l’esperienza della mente e del corpo come esperienza diretta di attimo in attimo. Stare lontani da chi si ama, è dukkha. Mi sono trovata d’accordo in questo proprio oggi, con una persona che mi raccontava che diventando più consapevoli di se stessi, improvvisamente si comprende che in sé c’è qualcosa che sa esattamente che questo io non sei tu. Fa paura, no? Allora io chi sono? Se non sono questa persona qui, chi sono?

Si ha la sensazione di paura, il senso della separazione, il dolore della separazione da un vecchio io, da una vecchia personalità. ‘Il Vecchio’, come dicono negli insegnamenti Cristiani. Buffo, no? Ho sentito spesso questa espressione ‘liberarsi del vecchio’. Facciamo questa esperienza della separazione anche interiormente. Ci sono poi dei pensieri che capitano regolarmente. E siamo in grado di superare il dolore di perdere completamente il filo di quel pensiero che ci aveva reso felici per un po’? Avete presente quando ci viene in mente qualcuno e improvvisamente tutto sfuma? La consistenza sparisce e noi ci sentiamo un’altra persona. Credete che, non pensando ossessivamente a quelli che amiamo, improvvisamente il nostro amore per loro svanisca? Forse non essere costantemente bombardati da pensieri ossessivi rende semplicemente più sereni.

Noi crediamo che, smettendo di essere ossessionati dalle cose, le cose stesse spariscono, ma non è così. Quando si è mossi da saggezza e comprensione, quello che succede alle altre persone (o alle cose) è che condividono la pace della tua mente, la pace del tuo cuore. E questo dà molta più forza del consueto attaccamento. Il tuo non-attaccamento per qualcuno è molto più bello perché quando non si ha attaccamento si è creativi, coraggiosi, una compagnia piacevole.

Se ci aggrappiamo, se afferriamo, se ci lamentiamo perché abbiamo paura di lasciare andare persone o cose che riteniamo assolutamente necessarie, allora la vita è davvero dukkha. Come sappiamo questo non si impara come si apprende un concetto, ma proprio dove vi trovate e a poco a poco. Come se fosse una matassa di lana tutta imbrogliata e aggrovigliata dalla quale a poco a poco si libera il filo. A poco a poco, istante dopo istante, si liberano con delicatezza i fili. Poi ci si rende conto di quanto sia piacevole non essere completamente aggrovigliati in questo stretto nodo dell’io. L’io è come un nodo aggrovigliato, e proprio questo è dukkha, questo modo di afferrare, di attaccarsi è dukkha. è il dukkha di base. Non dimenticatevi del contesto amorevole. Ricordate le benedizioni che avete.

 

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