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Un brutto granello di sabbia

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA. 

Traduzione di Neva Papachristou


Estratto del libro "Lasciar andare il fuoco", su gentile concessione dell'Editore Ubaldini.

 

Quando non siamo vigili, tendiamo a lasciarci catturare dalla forza d'inerzia delle nostre abitudini, tra cui quella di preoccuparsi è la più forte. Preoccuparsi molto conduce alla pazzia, eppure alcuni ritengono che se non si preoccupano sono degli irresponsabili; per costoro 'preoccuparsi' significa 'prendersi cura', mentre la preoccupazione è semplicemente il risultato del pensiero ossessivo.

Quando siamo vigili mettiamo energia nella mente, e lo stesso avviene per il corpo, infatti per mantenere il corpo eretto è necessaria la presenza di energia e di sforzo. Da dove viene questo sforzo? Quando il corpo muore, cade a pezzi, si decompone, si disintegra; nessuno può mettere energia in un cadavere perché la forza vitale é svanita. La forza vitale è qualcosa che si estende fuori dal corpo, è un'energia mentale che non proviene dal corpo stesso.

Possiamo riempire il corpo di energia, e possiamo anche riempire la mente di energia ed essere vigili e attenti. Nell'attimo in cui si è vigili non c'è pensiero, a meno che io non voglia, deliberatamente, pensare qualcosa in quel momento. C'è l'essere vigile: posso vedere le persone che mi stanno davanti e posso parlare, ma non c'è nessuna preoccupazione per nessuna cosa in quel momento, nessuna paura, nessuna brama, nessun dubbio, ciò che è presente è semplicemente il riconoscimento del momento. Se sono disattento, la mia mente comincia a vagare qua e là, prende le cose personalmente, sente avversione, sente bramosia e pensa "non voglio tenere un discorso, voglio andare a dormire, sono stufo di tenere discorsi!" Ma se svuoto la mente, allora c'è consapevolezza della situazione e c'è un rapporto con ciò che, in questo istante, è utile e prezioso.

Cominciamo a meditare rendendo la nostra vita molto semplice, prendendo i precetti morali ed essendo consapevoli del respiro. Vediamo le abitudini della mente, il voler parlare, il voler mangiare e bere. Ci impegniamo con la morale, la consapevolezza del respiro e il silenzio. Dopo, cominciamo a rilassarci all'interno di questa restrizione, ossia cominciamo ad arrenderci alle limitazioni, ai confini, e allora ci sentiamo in pace, molto più in pace che se balliamo e cantiamo o se lasciamo che il desiderio ci spinga qua e là. È sufficiente limitarsi a osservare il corpo, le sensazioni, ed essere svegli e consapevoli. Consapevoli di cosa? Del momento. All'inizio abbiamo un oggetto di consapevolezza, possiamo osservare il respiro, oppure le sensazioni del corpo, poi prestiamo attenzione semplicemente a ciò che sta succedendo nel momento stesso. Ci stiamo dirigendo verso il lasciar andare, verso la semplicità fondamentale, il Nirvana, la realizzazione incondizionata.

Improvvisamente tutte le nostre idee più assurde cominciano a prendere una forma conscia. Molti di noi amano pensare a se stessi come a persone piuttosto sensate e ragionevoli, o almeno così succede a me: "Un uomo sensato, ragionevole, gentile e di buona indole!". E invece rimaniamo intrappolati nella stoltezza, stupidità, irrazionalità, nell'emozione, e ci ritroviamo a essere solo immondizia! Non possiamo essere sempre ragionevoli e sensati, per esserlo dovremmo rifiutare qualsiasi cosa che non sia ragionevole, ma non ci interessa tutta l'immondizia che appare, preferiamo prestare attenzione a qualcosa che sia interessante o eccitante. Nell'ambito ristretto della moralità, della consapevolezza e del silenzio, è difficile mantenere l'immagine di una totale ragionevolezza e razionalità. L'immondizia, repressa e irrazionale, riappare. Non è sorprendente? Non sapevamo che fosse lì, la nostra vita è stata talmente condizionata, diretta e controllata, che l'aspetto dell'immondizia non è stato visto, e anche se visto è stato messo da parte: "Non voglio avere niente a che fare con questo aspetto!".

L'apparire dei rifiuti mentali deve essere considerato un buon segno: non dobbiamo agire spinti da questi rifiuti, ma nemmeno dobbiamo reprimerli o assecondarli; dobbiamo osservarli. La paura, la stoltezza, la stupidità, i sentimenti irrazionali, la rabbia repressa, tutti gli scarti che possiamo avere represso: possiamo diventarne pienamente consci, il che significa che abbiamo la possibilità di lasciare andare tutto ciò, piuttosto che respingerlo. La nostra meditazione, allora, può consistere semplicemente, a volte, nel convivere pacificamente con una mente che chiacchiera, con la stupidità, col pensiero irrazionale: semplicemente osserviamo quello che c'è, con pazienza, come un testimone silenzioso. Non stiamo osservando un io, non è una cosa personale, è semplicemente un insieme di condizioni alle quali non è mai stato concesso, in passato, di divenire consce, ma piuttosto sono state riposte lontano dalla coscienza. In altri termini, queste condizioni continuavano lo stesso ad avere una forza karmica e continuavano a influenzarci. Ma quando consentiamo a queste condizioni di assumere una forma conscia, allora la forza karmica finisce. Ciò significa che ci liberiamo dal peso di quella forza karmica repressa, non ci blocchiamo né scappiamo, piuttosto ci permettiamo di vedere le condizioni. Queste condizioni non vengono viste come cose personali, e dunque non stiamo guardando un essere sentimentale e folle.

La mente è come uno specchio, ha il potere di riflettere le cose: gli specchi riflettono qualsiasi cosa, bella o brutta, cattiva o buona, e nessuna cosa nuoce allo specchio. Qualsiasi cosa rifletta, per lo specchio va sempre bene, le immagini gli scorrono davanti, sono lì, e poi vanno via, le immagini non sono lo specchio. Per quanto spaventose e orrende possano essere, sono comunque solo immagini riflesse, e non c'è nessun bisogno di punire lo specchio.

Dobbiamo essere molto pazienti, pronti a sopportare l'odore dei rifiuti fino a quando non vanno via. Un modo abile per sopportare le cose spiacevoli, le cose per le quali siamo portati ad avere avversione o dalle quali siamo intimoriti, è quello della benevolenza. La pratica della benevolenza è un mezzo adatto: questo genere di amore consiste in una gentile sopportazione. Generalmente usiamo la parola 'amore' come interscambiabile con la parola 'piacere', come se queste due parole significassero la stessa cosa: se ci piace qualcosa, spesso noi diciamo di amarla, ma in questa pratica di benevolenza non è necessario che la cosa ci piaccia: ciò che avviene in questa pratica è che, semplicemente, non proviamo avversione nei confronti della cosa. È più un amore nel senso cristiano della parola e consiste nell'accettare una situazione, senza soffermarsi su ciò che non va e sui suoi difetti. La benevolenza consiste nella capacità di essere gentili e delicati con ciò che non ci piace, poiché è facile essere gentili e delicati con ciò che ci piace, anzi, è piuttosto piacevole. È difficile essere scortesi con le persone che ci piacciono, mentre può non essere affatto difficile esserlo con chi ci è antipatico. Lo stesso accade con le cose e le condizioni: se appaiono nella mente alcune cose brutte e spiacevoli, pensiamo: "Detesto questa cosa! Vattene via!". Questa non è benevolenza. Ma se qualcosa di cattivo e spiacevole si presenta alla nostra mente e usiamo la gentilezza, allora possiamo accettarla con piena coscienza e possiamo poi lasciarla andare. Non colpiamo quella cosa, non tentiamo di farne qualcosa, né la sua presenza ci turba. Per questo la benevolenza e un mezzo adatto per riuscire a sopportare ciò che normalmente non sopporteremmo.

Innanzitutto dobbiamo cominciare a praticare la benevolenza su noi stessi, poiché se odiamo noi stessi tenderemo a odiare anche gli altri, e qualsiasi sentimento gentile per il nostro prossimo sarebbe soltanto un sentimentalismo superficiale. Questo tipo di sentimento non è reale gentilezza perché scaturisce da un concetto. Noi generiamo benevolenza verso noi stessi non creandoci problemi per le azioni compiute in passato, e nemmeno trasformiamo in problemi la stupidità dei nostri pensieri, le nostre opinioni e le nostre credenze. Non creiamo nessun senso di colpa, nessun rimorso e nemmeno nessun odio nei nostri confronti. Possiamo persino praticare la benevolenza nei confronti del dolore che ci può accadere di sentire quando sediamo a lungo in meditazione: questo significa essere gentili nei confronti del dolore, non provare avversione, non preoccuparsi e nemmeno provare il desiderio di sbarazzarsene.

Possiamo commettere un errore, forse possiamo dire qualcosa di sbagliato e, invece di sentirci in colpa e odiarci, perdonarci per avere dei punti deboli, non giustificando le debolezze, ma nemmeno facendone un problema. Avere una paziente gentilezza per le parti inaccettabili della nostra mente, significa voler consentire alle cose spiacevoli di esistere, e permettergli di seguire il loro corso naturale verso la cessazione.

Quando usiamo benevolenza nei nostri confronti, allora possiamo averne anche per gli altri e convivere con la gente senza provare avversione nei confronti di coloro che non sono gentili o che non approviamo. Quando non c'è benevolenza possiamo pensare: "Vorrei che non fossero così, che non facessero questa cosa". Ma quando abbiamo benevolenza possiamo tollerare i problemi del mondo e, allo stesso tempo, a esserne pienamente consapevoli. Non che ci debba piacere ciò che non ci piace, il punto è, piuttosto, di permettere a ciò che non ci piace di esistere e di essere disposti a conviverci pacificamente e poi lasciarlo andare.

Praticare la benevolenza non significa usare il sentimento, ne è sufficiente pensare semplicemente alla benevolenza. Praticare la benevolenza significa resistere, consentire a ciò che è spiacevole di essere spiacevole, stare attenti allo spiacevole senza permettere alla mente di scivolare nell'avversione. Come riuscirci? Facciamo un esperimento con il dolore fisico: quando sentiamo un disagio possiamo avere benevolenza verso questo disagio, consentendo al dolore di esistere, convivendoci realmente in pace, senza creare nella nostra mente nessun problema. Concentriamoci sul dolore e conviviamoci senza un atteggiamento guidato dal desiderio di liberarcene.

Ci sono persone che si portano dietro una grossa clava da uomo delle caverne, sulla quale c'è scritto 'benevolenza', e pensano: "Se colpisco questo dolore con la benevolenza, il dolore andrà via". Ma non dobbiamo usare la benevolenza con l'intento di liberarci delle cose, dobbiamo usarla per ricordarci di essere estremamente pazienti con tutto ciò che di spiacevole c'è nella vita, le brutture, il dolore, le delusioni, i disinganni, gli insuccessi.

Quando non creiamo nulla nella mente, allora la mente si fa chiara. La mente in se stessa, la mente originaria e incondizionata, è chiara, luminosa e serena, e può contenere tutto. Possiamo permettere a tutti i rifiuti dell'universo di attraversare la mente originaria, non ne riceverebbe alcun danno: nulla può macchiare o danneggiare la mente originaria.

Quando non siamo consapevoli veniamo catturati dal modo in cui sembrano apparire le cose. Pensiamo: "Non debbo essere come sono. Il mondo non deve essere così, non mi piace. Non voglio essere qui. Voglio essere lì". Diventiamo possessivi, invidiosi, gelosi, contrariati, irritati, pieni di odio, avidi, bramosi, spaventati, avari; pensiamo con apprensione al futuro, siamo sempre più terrorizzati, senza fine. Il chiacchiericcio mentale, i rifiuti che si agitano, il ribollimento interno non finiranno mai. Pensiamo: "Questo è il mio vero carattere, un vero schifo. Anch'io devo essere un vero schifo con tutto questo che ho dentro". Ma, in realtà, tutta questa immondizia è semplicemente ciò che non siamo. Di questo ci rendiamo conto quando siamo delicati, molto gentili, molto pazienti e non precipitosi verso noi stessi. Diciamo: "Devo fare questo, devo sviluppare la concentrazione, la benevolenza, devo sviluppare tutto questo e poi voglio compiere un viaggio astrale! Ho così tante cose da fare, e mi viene chiesto di stare col dolore e con l'immondizia. Non voglio sprecare la mia vita convivendo pacificamente coi rifiuti! Io voglio liberarmi dell'immondizia; voglio fare viaggi astrali, voglio fare qualcosa che valga la pena, raggiungere qualcosa, ottenere! Non posso stare in pace con questa stupida immondizia intorno e dentro di me".

Quando reagiamo in questo modo, quando abbiamo l'idea di volerci liberare dei rifiuti, allora aggiungiamo immondizia all'immondizia. Questa, invece, deve venire alla coscienza, non andrà via passando per un sentiero clandestino, né sparirà improvvisamente uscendo dalla porta di servizio; dobbiamo permetterle di entrare nella mente conscia e poi di uscire.

Quando rendiamo stabili i precetti morali e diventiamo realmente consapevoli, allora il canale attraverso il quale può scorrere l'immondizia sarà sgombro e sicuro. Ciò di cui abbiamo bisogno e sopportare pazientemente e riflettere saggiamente fino a quando la via d'uscita si delinea chiaramente. Agendo in questo modo le condizioni, siano esse buone o cattive, non hanno più nessuna importanza.

Che le condizioni siano importanti, irrilevanti, pulite o sporche, sono pur sempre condizioni. Non abbiamo bisogno di guardare dentro i rifiuti e di esaminarli, perché comunque sono solo rifiuti! Noi però possiamo lasciarli andare, ma è necessaria l'equanimità per non restare intrappolati nelle condizioni. Abbiamo dedicato molta parte della nostra vita a lasciarci afferrare dalle condizioni e questo perché, di fatto, siamo attaccati alle loro caratteristiche, scegliamo quelle che ci piacciono, cerchiamo di sbarazzarci delle altre. Un'intera vita dedicata a scegliere con cura, a selezionare, a filtrare, ad accumulare, ad annullare, ad ammucchiare, a custodire gelosamente, a tentare di possedere.

Immaginiamo di essere in riva a un fiume, guardiamo un granello di sabbia e diciamo: "Non è stupendo questo piccolo granello di sabbia? Quest'altro granello, invece, è orribile, non lo posso soffrire!". Stiamo guardando miliardi di granelli di sabbia e li raccogliamo, distinguendo quelli che ci piacciono da quelli che non ci piacciono; andiamo in estasi per la bellezza di uno e cadiamo in depressione per la bruttezza di un altro, tutto questo e ridicolo! Se voi vedeste qualcuno agire cosi pensereste che e proprio matto. E quest'uomo si deprimerebbe per aver raccolto un brutto granello di sabbia! Ma molti di noi fanno lo stesso, e lo fanno con le condizioni mentali. Siamo esaltati o depressi da granelli di sabbia o condizioni, il che, in realtà, è lo stesso. Quando guardiamo alle condizioni come a granelli di sabbia, non sentiamo più il bisogno di confrontarle l'una con l'altra, né andiamo in estasi o ci deprimiamo quando appaiono. Dunque e molto utile vedere le condizioni come granelli di sabbia.

Non è necessario indugiare nell'avversione per qualcosa di sgradevole, né diventare possessivi e andare in estasi per qualcosa di bello: possiamo avere equanimità, calma, distacco e vedere le condizioni mentali semplicemente per quello che sono: condizioni.

È realmente possibile riuscire a essere consapevoli di tutto: ciò che dobbiamo fare è liberarci dall'abitudine di attaccarci continuamente alle differenti condizioni che vengono e vanno, afferrando una cosa e respingendo un'altra. Per fare questo dobbiamo diventare consapevoli. All'inizio, infatti, l'abituale tendenza ad afferrare è un problema reale. Perciò quando ci accorgiamo che stiamo afferrando qualcosa dobbiamo ricordarci di lasciare quella cosa, di lasciarla stare e, dopo un po' di tempo, la nostra tendenza ad afferrare le cose diminuirà.

Possiamo usare parole del tipo 'lasciar andare' per ricordare a noi stessi di deporre le cose, lasciarle stare e non creare problemi su di esse. Quando ci attacchiamo a una cosa e cominciamo a preoccuparci e a soffrire, questo è il momento di lasciarla andare. Dovremmo realmente investigare questo attaccamento, osservare quello che stiamo facendo. Certamente, possiamo avere timore di lasciar andare perché non sappiamo cosa ci accadrà di conseguenza. Perciò possiamo avere molta paura: "Se lascio andare i miei desideri e le mie preoccupazioni, allora non rimarrà più nulla, potrei dissolvermi, scomparire!". Ci siamo portati appresso il fardello così a lungo che abbiamo finito col credere che il fardello siamo noi e quindi non possiamo immaginare una vita senza di esso. L'idea di lasciar andare il fardello e simile all'idea di uccidere noi stessi: quando pensiamo di lasciar andare tutti i desideri e tutte le paure abbiamo la sensazione di annientarci. Ma, una volta lasciatolo andare, allora sappiamo cosa significa non avere problemi: siamo in grado di vedere chiaramente, con la mente attenta al momento presente, adattati al tempo e al luogo, non più prigionieri della forza dell'abitudine e delle condizioni.

Quanta gente nel mondo, quanti pericoli, quanta sofferenza! Imparare dai rifiuti della nostra mente ci è possibile, ma richiede determinazione e fiducia. Alle volte possiamo ritrovarci su altopiani desolati e su pianori che sembrano susseguirsi uno dopo l'altro: "Perché mai ho cominciato a meditare? Vorrei non averci mai pensato!". Ma se non torniamo indietro, se attraversiamo quell'altopiano e quel deserto, sopportando la monotonia della nostra mente, allora sapremo come è dall'altra parte.

 

 

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