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Coltivare la Perfezione

di Sister Ajahn Jitindriya

© Ass. Santacittarama, 2008. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA. 

Tradotto da Gabriella De Franchis


Tratto dal libro "Freeing the heart", reperibile dal sito www.amaravati.org.

 

Una cosa della quale ho iniziato a rendermi conto sempre di più è quanto in realtà sia lungo questo sentiero che conduce all’illuminazione. E anche quanto sforzo, quanta pazienza e perseveranza sono necessarie affinché il viaggio possa culminare veramente nella completa cessazione di tutte le sofferenze.

Durante questo periodo ho tratto grande ispirazione dagli insegnamenti dei Maestri Thai, Ajahn Chah e Ajahn Maha Boowa. Ciò che emerge, e che è tanto avvincente nel loro esempio, è il loro profondo impegno nel realizzare la Verità, unito all’ estremo sforzo mentale nell’applicazione della pratica. Quindi ferma determinazione e giusto sforzo.

A volte dico a me stessa: “Ecco che cosa ci vuole!”, per attraversare tutto quell’ ammasso di spazzatura che la mente è capace di produrre”. Già, sembra che sia instancabilmente capace di riportare a galla il passato e di inventare qualsiasi tipo di futuro

e tale percorso mentale è senz’altro il più grande ingannatore e imbroglione di tutti i tempi. Ma ho imparato che in realtà ci vuole anche tempo per raccogliere le forze contro tante abitudini così profondamente radicate.

Nel coltivare questo sentiero si ha bisogno di sviluppare abilità e qualità che sosterranno e rafforzeranno la mente, così che possa investigare se stessa più a fondo, opporre maggiore resistenza alle distrazioni e sostenersi durante i periodi più neri e difficili.

Le dieci Paramita, o Perfezioni, forniscono una lista di controllo indispensabile per la mia pratica per quanto riguarda l’attitudine o la qualità del cuore che ha bisogno di essere sviluppata o rafforzata in un particolare momento. Queste dieci Paramita sono: la Generosità, la Virtù, la Rinuncia, l’Energia, la Pazienza, l’ Onestà, la Determinazione, la Gentilezza e l’Equanimità.

Il Buddha le perfezionò nei i suoi viaggi da “pre-Buddha”, come Bodhisattva, ed il potere di tali perfezioni e la purezza gli hanno dato la fermezza e la forza per raggiungere la meta finale.

Fortunatamente per noi, non è necessario portare queste qualità alla completa perfezione per ottenere il Nibbana (poiché questo è il compito del Bodhisattva destinato alla Buddhità), tuttavia abbiamo bisogno di coltivarle quanto più possiamo, se il cuore deve trovare la sua libertà.

Quando nella pratica si arriva ad un “impasse” si possono riesaminare le qualità della disposizione mentale:”Devo essere un po’ più paziente con me stessa?Oppure devo esserlo con gli altri?”.”Un po’ più di gentilezza aiuterà a fare svanire gli ostacoli o le paure consolidate nel cuore?”. ”Sto coltivando l’equanimità?”.”Può il mio sila (comportamento morale) essere un po’ perfezionato?”. A volte forse un determinato ostacolo ci impartisce una lezione importante per quanto riguarda i frutti delle azioni errate.

Forse dobbiamo rinunciare a qualcosa, lasciare perdere ciò di cui possiamo fare a meno, per permettere il ripristino dell’equilibrio e della pace nella mente.

Usando la presenza mentale, l’investigazione e la saggezza, si può trovare l’equilibrio per se stessi, per attraversare le difficoltà, per andare avanti o più a fondo.

“Sono realmente onesta con me stessa?” è una buona domanda da farsi al momento giusto, perché a noi in realtà non piace mai vederci nel nostro aspetto più negativo o ‘spiacevole’. Ma in realtà ‘vedere chiaramente’ non significa soltanto accettare di avere una percezione più ‘onesta’ di se stessi, si tratta piuttosto di vedere che tutte le percezioni del “sé”, se ci si attacca e si crede ad esse, distorcono la verità e creano solo maggiore illusione e dukkha.

La Verità sta nel vedere la completa instabilità di tutte le idee che abbiamo su noi stessi e sulle esperienze sensoriali. E si fa ciò non per rifiutare le cose del reame convenzionale, ma per vederle come transitorie e del tutto inattendibili, ingannevoli e mutabili, come il tempo atmosferico. Viste sotto questa luce, appare chiaro che queste cose non possono mai essere veramente soddisfacenti o che in nessun modo ci possono condurre alla soddisfazione. Come possono essere ciò che io sono?... perché quando vengono sfidate alla luce del Dhamma, si dissolvono e scompaiono come un fantasma impaurito!

Quando ci inoltriamo più a fondo nella pratica arriviamo a quei punti di vista e a quelle supposizioni che sono state così ben nascoste nella profondità della psiche per chissà quanto tempo. Tali disposizioni mentali sussurrano pacificamente, ma sono comandanti estremamente potenti, che influenzano e controllano molto le nostre vite. Questi furfanti sono maestri nei travestimenti e assumono molte forme – sono le radici della stessa ignoranza.

La persistenza della pratica – a qualsiasi condizione – serve per purificare il cuore, poiché arriviamo a vedere con più chiarezza, con consapevolezza e accettazione, le cose così come veramente sono.

Praticando per vedere con chiarezza com’è impermanente, insoddisfacente (o stressante) la natura della nostra esperienza, una certa quantità di illusione e di dukkha viene abbandonata naturalmente. Sorge così la visione profonda. Inoltre vengono messe a fuoco altre aree che richiedono maggiore abilità e sforzo per rompere le catene (gli impedimenti) e con la saggezza dovremmo sviluppare dei mezzi che ci possono aiutare a liberare noi stessi.

Così il sentiero si dispiega. E sebbene io prima lo abbia qualificato ‘lungo’ come processo, dobbiamo anche ricordarci costantemente che la pratica riguarda sempre il momento presente, che non c’è pratica al di là del momento presente. Quindi, in questo senso, non si tratta affatto di una questione di tempo: si tratta solo di essere qui, di reagire con saggezza e compassione a tutto ciò che sorge.

Naturalmente è molto importante per noi avere una direzione, una ‘stella che ci guida’ e conoscere la nostra mappa, ma guardate sempre dove state camminando perché è possibile che non arriviate mai dove volete andare. Né saprete mai dove siete!

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Ajahn Jitindriya è nata in Australia nel 1963. Il suo interesse verso la ricerca spirituale, l’investigazione della natura della percezione e della consapevolezza crebbe mentre studiava arte all’università. Dopo diversi anni fece un viaggio attraverso il sud est asiatico, l’India e l’Europa. Durante il suo soggiorno in Inghilterra il suo interesse verso la meditazione e gli insegnamenti del Buddha divenne più profondo. Nel 1988, in seguito ad un forte legame con la comunità di Amaravati e con gli insegnamenti di Ajahn Chah e di Ajahn Sumedho, ha preso l’ordinazione di anagarika. Dopo aver vissuto e studiato nei monasteri in Inghilterra, il desiderio di trascorrere più tempo da sola e di sviluppare la pratica formale della meditazione, l'ha condotto al Monastero Abhayagiri in California. E' tornata alla vita laica dopo 16 anni di esperienza monastica.

 

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