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Che cosa è la contemplazione

del venerabile Luang Por Chah

© Ass. Santacittarama, 2013. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Gabriella De Franchis.


Introduzione (di Ajahn Munindo)

La seguente sessione di domande e risposte di Ajahn Chah è ripresa dal primo volume di "Seeing the Way". E’ inserita qui come un omaggio al nostro maestro e, più semplicemente, anche perché si tratta di un insegnamento così chiaro e diretto che vale la pena rileggerlo più volte.

E’ raro trovare in questo mondo un essere che sia arrivato così pienamente alla pace incrollabile e che sia rimasto così costantemente fedele alla sua tradizione. Dal giorno in cui partì "da casa verso nessuna dimora", come recitano le scritture tradizionali buddhiste, Ajahn Chah condusse una vita semplice e disciplinata. Sebbene fosse diventato famoso in tutta la Thailandia e poi in tutto il mondo, era risoluto nella sua rispettosa fedeltà allo stile modesto della tradizione Theravada della Foresta di cui lui faceva parte. Per tutto il tempo mantenne una dignità che era al contempo splendida e ispiratrice. Quest’approccio ortodosso non lo portava ad astenersi dal prendere decisioni radicali se era necessario, o a evitare situazioni nuove, soltanto perché erano imbarazzanti o scomode. Gli anni di pratica monastica, austera e solitaria, nella foresta, testimoniano la sua abilità nel trasformare le frustrazioni in alimento per avanzare verso la meta. Una volta, quando fu chiesto ad Ajahn Chah che cosa lo rendesse tanto diverso dagli altri monaci, rispose che la differenza stava nel fatto che lui era temerario. Aveva il coraggio di andare contro le usanze che erano in disaccordo con il Dhamma, mentre altri semplicemente andavano avanti con lo status quo che vigeva. Anche se a volte il cammino appariva pieno di ostacoli, se vedeva che conduceva alla liberazione, lo seguiva.

Praticava così, e insegnava così. Non ci offriva una dottrina o una tecnica, né insisteva perché la seguissimo. In realtà non badava al fatto che fossimo d’accordo con lui o meno. Non aveva niente da vendere, niente da pubblicizzare. Una volta ci parlò di come il sangha dovrebbe pubblicizzare se stesso solo attraverso la pace interiore. In un’altra occasione parlò di se stesso come di un grande albero vecchio che ancora produceva dei frutti. Gli uccelli che venivano a mangiarli, chiacchieravano sulla loro dolcezza o asprezza, se erano gradevoli o no, ma per lui quello era solo il chiacchiericcio degli uccelli. Ciò che gli importava era aiutare gli esseri a liberarsi dalla sofferenza, non ricevere approvazioni. Cercò di aprire i cuori e le menti di quegli esseri ancora intrappolati nel vortice delle eterne illusioni auto-prodotte. Le sue parole e il suo esempio puntavano verso una direzione unica: il cuore della chiarezza e della gentilezza.

 

Che cosa è la contemplazione?

 

Il seguente insegnamento è tratto da una sessione di domande e risposte tra il Venerabile Ajahn Chah e un gruppo di discepoli di lingua inglese, svoltasi nel monastero del Wat Gor Nork durante il Vassa del 1979. La sequenza della conversazione è stata ritoccata in alcuni punti per facilitarne la comprensione.

 

Domanda: Quando dai insegnamenti sul valore della contemplazione, parli di stare seduti e pensare a qualcosa in particolare? Per esempio alle trentadue parti del corpo?

Risposta: Quando la mente è veramente calma ciò non è necessario. Quando si raggiunge la calma in modo corretto, l’oggetto esatto d’investigazione diventa evidente. Se la contemplazione è vera, non c’è discriminazione tra giusto e sbagliato, tra bene e male; non c’è niente di tutto questo. Non si sta seduti a pensare "Oh, questo è come quello e quello è come questo" ecc. Questo tipo di contemplazione è grossolana. La contemplazione meditativa non è mero pensiero – al contrario, è quello che chiamiamo "contemplazione silenziosa". Mentre ci occupiamo delle nostre attività quotidiane, valutiamo consapevolmente la vera natura dell’esistenza per mezzo di comparazioni. Questo tipo d’investigazione è grossolana, ma porta a quella vera.

 

D: Ma quando si parla di contemplare il corpo e la mente di fatto si usa il pensiero? Il pensiero può produrre una vera intuizione profonda? è questo vipassana?

R: All’inizio dobbiamo lavorare usando il pensiero, anche se più avanti andremo oltre. Quando pratichiamo in vera contemplazione, cessa tutto il pensiero dualistico; sebbene per cominciare dobbiamo pensare in modo dualistico. Ma alla fine, tutti i pensieri e le riflessioni cessano.

 

D: Tu dici che per la contemplazione ci deve essere una calma, samadhi, sufficiente. Ma di quanta calma si parla?

R: Abbastanza perché ci possa essere presenza mentale.

 

D: Vuol dire stare nel qui ed ora, senza pensare al passato o al futuro?

R.: Pensare al passato e al futuro va bene, se si comprende cosa sono realmente, ma non vi dovete fare prendere da queste cose. Trattatele come fareste con qualsiasi altra cosa – non lasciatevi prendere. Saggezza è quando si vede il pensiero come mero pensiero. Senza dargli alcuna credibilità! Riconoscendo che tutto questo è soltanto qualcosa che sorge e cessa. Si vedono tutti i fenomeni semplicemente così come sono – sono quello che sono – la mente è la mente – non è niente o nessuno in se stessa. La felicità è solo felicità, la sofferenza è solo sofferenza – è solo quello che è. Quando si vede questo, si è al di là del dubbio.

 

D: Non ho ancora capito. La vera contemplazione è la stessa cosa del pensiero?

R: Usiamo il pensiero come uno strumento, ma la conoscenza che viene dal fatto che lo usiamo, va ben oltre l’elaborazione del pensiero; ci porta a non essere più presi in giro dal nostro stesso pensiero. Si scopre che tutto il pensiero non è altro che il movimento della mente e, inoltre, che la conoscenza non nasce e non muore. Da che cosa credete che venga fuori tutto questo movimento che chiamiamo mente? Quella che noi chiamiamo mente – ovvero ogni attività – è solo la mente convenzionale. Non è per niente la vera mente. Ciò che è reale semplicemente è, non sorge né passa.

Cercare di comprendere queste cose solo parlandone, però, non funziona. Dobbiamo realmente riflettere sull’impermanenza, l’insoddisfazione e l’impersonalità - anicca, dukkha, anattā. Questo significa che dobbiamo usare il pensiero per contemplare la natura della realtà convenzionale. Quello che viene fuori da questo lavoro è saggezza, e se è vera saggezza, tutto è compiuto, finito – realizziamo la vacuità. Anche se il pensiero può esserci ancora, è vuoto – non ne siamo condizionati.

 

D: Come possiamo arrivare a questo stadio della vera mente?

R: Ovviamente, si lavora con la mente che già abbiamo! Si riconosce che tutto quello che sorge non è certo, che non c’è niente di sostanziale o immutabile. Si vede chiaramente, e si vede che in realtà non c’è niente da afferrare – tutto è vuoto.

Quando si vedono sorgere nella mente i fenomeni per quello che sono, non c’è più bisogno di lavorare con il pensiero. Sui contenuti di ognuno di quei fenomeni non si avrà più alcun dubbio.

Parlare della "vera mente" e quant’altro, può essere relativamente utile per aiutarci a capire. Inventiamo nomi per il gusto della ricerca, ma in realtà la natura è quello che è. Facciamo un esempio, noi siamo seduti qui al piano inferiore su un pavimento di pietra; il pavimento è la base – non è in movimento e non va da nessuna parte. Il piano superiore, quello che c’è sopra di noi, sorge da questo. Il piano superiore è paragonabile a tutto quello che vediamo nella nostra mente: la forma, le sensazioni, la memoria, il pensiero. Non esistono come ce le immaginiamo noi. Sono soltanto mente convenzionale. Spuntano e muoiono in continuazione, in realtà di per sé non esistono.

Nelle scritture c’è una storia sul Venerabile Sāriputta che esamina un bhikkhu prima di dargli il permesso di partire in solitario errare - dhutanga vatta. Gli chiese come avrebbe risposto se gli avessero domandato: "Che cosa succede al Buddha, dopo la morte?". Il bhikkhu rispose: "Quando forma, sensazione, percezione, pensiero e coscienza sensoriale sorgono, muoiono". Dopo questa risposta il Venerabile Sāriputta gli permise di andare.

Praticare, però, non significa solo parlare del sorgere e morire, dovete essere voi stessi a vederlo. Quando siete seduti osservate solo quello che sta realmente accadendo. Non seguite nulla. Contemplare non significa essere presi dal pensiero. Il pensiero contemplativo di colui il quale è sulla Via non è lo stesso del pensiero inteso comunemente. Se non si capisce esattamente cosa s’intende per contemplazione, più si pensa, più ci si confonde.

La ragione per la quale coltivare la consapevolezza è un punto molto importante, è perché dobbiamo vedere chiaramente ciò che sta accadendo. Dobbiamo comprendere i meccanismi dei nostri cuori. Quando una tale consapevolezza e una tale comprensione sono presenti, allora c’è attenzione per tutto. Secondo voi perché chi conosce la Via non agisce mai spinto dalla rabbia o dall’illusione? Semplicemente perché non ci sono le cause perché queste cose sorgano. Da dove dovrebbero venire? La consapevolezza tiene tutto sotto controllo.

 

D: Questa mente di cui parli è la "Mente Originaria"?

R: Che cosa intendi dire?

 

D: Sembra che tu voglia dire che c’è qualcosa al di fuori della mente-corpo convenzionale (i cinque khandha). C’è qualcos’altro? Come si chiama?

R: Non c’è niente e non lo chiamiamo in nessun modo – questo è tutto! Finiamola con tutte queste storie. Anche la conoscenza non appartiene a nessuno, quindi facciamola finita pure con questo. La coscienza non è né un individuo, né un essere, né un sé, né un altro, quindi facciamola finita, basta con tutte queste cose! Non c’è niente che valga la pena desiderare! Sono solo un mucchio di guai e tutto questo finisce quando c’è una chiara visione.

 

D: Non possiamo chiamarla "Mente Originaria"?

R: La puoi chiamare così, se insisti. La puoi chiamare come vuoi, per il gusto della realtà convenzionale. Ma è molto importante che capiate chiaramente questo: se non usassimo la realtà convenzionale, non avremmo parole né concetti con i quali esaminare la realtà vera – il Dhamma. Capire questo è molto importante.

 

D: Di che grado di calma si parla a questo livello? E quale deve essere la qualità della consapevolezza?

R: Pensare così non serve. Senza la giusta quantità di calma non si sarebbe assolutamente in grado di occuparsi di questi argomenti. La calma e la consapevolezza devono essere tali da permettere la conoscenza di quello che sta succedendo – abbastanza perché sorgano chiarezza e comprensione.

Dalle domande che fai si sente che hai ancora dei dubbi. Hai bisogno di una mente che sia sufficientemente tranquilla per non lasciarti prendere più dal dubbio su ciò che stai facendo. Se aveste praticato, queste cose le capireste. Più si continua a fare questi ragionamenti, più confusi si diventa. Va bene parlare se quello che si dice aiuta la contemplazione, ma questo non fa vedere le cose come sono realmente. Il Dhamma non si comprende perché qualcun altro lo racconta. Lo dovete capire da voi, da soli, paccatam.

Se avete la facoltà di comprendere quello di cui abbiamo parlato, allora diciamo che quello che dovevate fare è fatto, il che significa non fare niente. Se c’è qualcos’altro da fare, allora lo dovete fare.

Continuate semplicemente a lasciare andare tutto e sappiate che questo è quello che state facendo. Non c’è bisogno di mettersi sempre in discussione e di preoccuparsi di cose del tipo: "Quanto samādhi"’ – sarà sempre la quantità giusta. Qualsiasi fenomeno sorga nella pratica, lo lasciate andare; lo riconoscete come instabile, impermanente. Ricordate! Tutto è incerto. Fatela finita con tutto questo. Questa è la Via che porta alla sorgente – alla Mente Originaria.

 

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