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Dana

del venerabile Ajahn Vajiro

© Ass. Santacittarama, 2003. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Chandravimala Candiani.


Il seguente insegnamento è tratto da un discorso tenuto da Ajahn Vajiro a Chithurst nel 1988.

                “Dare è l’inizio e la fine della vita religiosa.”

Il senso di separazione è un’esperienza che tutti gli esseri umani condividono. Ne facciamo esperienza dentro di noi e possiamo riconoscerlo anche negli animali. Riconosciamo che ‘questo’ è separato da ‘quello’; questo corpo è separato da quell’altro. E in vari modi cerchiamo di superare tale senso di separazione. Forse la reazione più primitiva consiste nel ‘prendere’. Prendiamo dall’ambiente che ci circonda, assorbendolo dentro di noi. Prendiamo il nutrimento e prendiamo il potere. Questo ‘prendere’ è uno dei modi di cercare di affrontare il senso di separazione.

Un modo un po’ più raffinato di far fronte a questa esperienza è quello di ‘fare un patto’ reciprico, una sorta di accordo. Diamo qualcosa per ricevere qualcosa in cambio: “Se do tanto, mi aspetto di ricevere in cambio altrettanto.” L’uso di queste strutture di contratto è forse il modo più comune di relazionarci gli uni agli altri come esseri umani facendo acquisti, accordandoci con il partner o con i figli: “Ti do questo e tu mi dai quello.” Anche questo è un modo di rapportarci col senso di separazione.

C’è poi la condivisione. Si tratta di qualcosa di un po’ più aperto. C’è il riconoscimento della separazione di un essere dall’altro e la volontà di condividere. In questo modo, entrambe le parti beneficiano dell’accordo. E’ affine al contratto, ma è un po’ più spazioso entrambi le parti si aspettano di ricavarne un qualche godimento, una qualche gratificazione.

Ma tutti questi approcci finiscono per rinforzare il senso di separazione. Col prendere, col patteggiare e perfino col condividere c’è ancora il senso di un essere separato da un altro. Non si riesce veramente a trascendere o andare al di là della nostra separatezza. E’ qui che dana esplica la sua funzione benefica. Con dana, o il vero dare, la vera generosità, non ci si aspetta di ricevere niente in cambio. Non è un patto, non è nemmeno una condivisione. Non si tratta di condividere con un altro qualcosa e di tenere per noi qualcos’altro. Diamo totalmente, senza aspettarci niente in cambio.

Molto del nostro dare non è un dare totale. E’ imperfetto. Ma è qualcosa su cui possiamo lavorare. Possiamo per un certo periodo impegnarci a perfezionare la nostra capacità di dare. E' la prima delle dieci Paramita, virtù o perfezioni, che sono: generosità, disciplina morale, rinuncia, saggezza, energia, onestà, determiazione, pazienza, gentilezza amorevole, ed equanimità. Dalle scritture si ricava che era l’ultima delle dieci virtù portate a perfezione dal Buddha, ma come buddhisti Theravadin è la prima della lista. 

Ajahn Buddhadasa una volta disse che se perfezioniamo completamente una delle Paramita, abbiamo perfezionato anche tutte le altre. Questa precisazione è molto utile nel prendere in considerazione dana. Possiamo verificare che se pratichiamo il dare senza aspettarci niente in cambio, in quel momento tutte le Paramita vengono realizzate. 

Dobbiamo usare la saggezza, pañña, per sapere per esempio il momento, il luogo e le cose giuste da dare. E per dare con onestà, sacca, dobbiamo osservare con chiarezza la nostra intenzione. E per quanto riguarda la pazienza, khanti, dobbiamo essere pazienti nell’atto di dare e pazienti con i nostri limiti nell’imparare a dare. C’è anche la rinuncia: diamo qualcosa che percepiamo come nostro. E dobbiamo investire energia, viriya. Inoltre, quando diamo, c’è sempre la possibilità che la nostra offerta venga rifiutata e dunque dobbiamo sviluppare metta e upekkha. E bisogna essere risoluti, ci vuole determinazione per dare e questo è lo sviluppo di adhitthana. E decidere anche di condividere il merito dell’atto di generosità, dedicandolo.

Ora, come distinguere queste qualità, il dare, la rinuncia, l’onestà, l’intero spettro di perfezioni che sta nel semplice atto di dare? Come lavoriamo col dare? Quand’ero in Tailandia, ricordo che non era facile ricevere la generosità. Ero un robusto giovane uomo, che girava per l’elemosina e i vecchi del villaggio correvano per offrire un po’ di riso, un frutto, un paio di pezzi di zucchero di palma, qualsiasi cosa, e talvolta pensavo: “Cos’ho fatto sulla terra per meritarmi questo? Devo davvero aiutare questi anziani del villaggio.”

E tuttavia quelle persone sentivano che praticare la generosità era un privilegio. Si sarebbero sentiti contrariati, se non avessimo fatto il giro dell’elemosina. Sarebbero venuti al monastero dicendo: “Be', perché non siete passati oggi? Siete malati?” oppure: “Non avete fatto il vostro dovere.” Mi ricordo che parlai ad Ajahn Jagaro di come mi sentivo, ed egli disse: “Non imparerai mai veramente a dare finché non impari a ricevere, e non imparerai mai a ricevere finché non impari a dare.”

Ci sono due facce del dare c’è anche il ricevere. La gratitudine, l’apprezzamento dello spirito del dare. Questo non significa necessariamente che ci piaccia quello che ci viene offerto, ma significa apprezzare la bellezza dell’atto di generosità, dell’atto di dare senza aspettarsi niente in cambio. L’umiltà che si accompagna a questa gratitudine è molto utile per trascendere il senso di separazione. Aiuta ad andare al di là dell’egoismo, della sensazione di separatezza.

Certo, possiamo dare in molti modi: in senso materiale, cibo, riparo, medicine, vestiti, soldi... Possiamo dare tempo, incoraggiamento, gentilezza, amore... E tutte queste cose possono essere oggetto di contratto, prese, condivise, oppure date. Quel che conta non è la quantità o la cosa in sé. E’ l’atteggiamento di non aspettarsi niente in cambio o di non farne oggetto di accordo. Quando diamo in questo modo, scopriamo che non c’è possibilità di delusione e nemmeno paura. Non c’è presunzione né arroganza. C’è solo dare.

Infine, arriviamo a riconoscere il "dare attenzione", prestare attenzione a ‘questo’ momento senza aspettarci niente da esso. Si dice che nella pratica buddhista tutto quello che necessita fare è essere consapevoli. Ciò in realtà significa che è tutto quello che stiamo facendo: solo la consapevolezza di tutto quello che avviene. Non ci aspettiamo niente in cambio. Aspettarsi qualcosa sarebbe come stringere un patto, non sarebbe un dare perfetto, e il senso di separazione non verrebbe trasceso. 

Dare attenzione al momento è una pratica che possiamo fare sempre. Dare attenzione al respiro, senza aspettarsi niente dal respiro. Dare attenzione alla postura, ai movimenti del corpo. Dare attenzione durante tutta la nostra vita è un modo di praticare la generosità, senza aspettarsi niente in cambio, senza patteggiare, né prendere, e nemmeno condividere, solo dare. Questo dare non è compiacente e non reprime. Non va in cerca di niente, né respinge niente. Con tale generosità, con dana, possiamo scorgere la possibilità di un perfezionamento dell’umanità.

Classificare questi modi di relazionarsi come prendere, patteggiare, condividere e dare, non viene direttamente dalle scritture, ma spero vi sia utile nella pratica. Per me, dare è l’inizio e la fine della vita religiosa.

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