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Riflessioni sui versi del Dhammapada

 

Ogni quindici giorni circa inviamo via posta elettronica una “Riflessione sul Dhamma”, con parole del Buddha dal libro di versi il Dhammapada e commenti di Ajahn Munindo. Chi vorrebbe essere inserito nella lista per ricevere questi, e anche notizie del monastero, è invitato di scriverci a: sangha@santacittarama.org

L'intero testo del Dhammapada, una versione per la contemplazione da Ajahn Munindo, può essere scaricato come PDF qui: "Il Dhammapada"

(c) Associazione Santacittarama, 2009. Ringraziamenti a Chandra per le traduzioni.

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Riflessioni per il giorno della luna piena, lunedì 2 novembre 09

 

Come l’acqua scivola da una foglia di loto

i piaceri dei sensi

non aderiscono

a un grande essere.

   Dhammapada strofa 401

 

Un grande essere è grande perché è libero o libera da impedimenti nel modo in cui si relaziona alla vita. Noi non siamo veramente grandi perché restiamo intrappolati nelle emozioni e facciamo della vita un problema. Creiamo ostacoli con il nostro modo di rapportarci agli otto dhamma mondani: lode e biasimo, guadagno e perdita, piacere e sofferenza, popolarità e scarsa importanza. A causa dell’illusione, ci relazioniamo a questi venti mondani in modo incurante, indulgendo in quello che ci piace e resistendo a quello che non ci piace. La saggezza, al contrario, vede semplicemente la realtà del mondo sensoriale. Conosce lo spazio entro cui tutte le esperienze sorgono e cessano. Tale conoscenza fa sì che un grande essere non ha nemmeno bisogno di tentare di lasciar andare: ogni tendenza ad attaccarsi cade automaticamente. Un grande essere, uomo o donna, fa esperienza del piacere sensoriale ma non vi aggiunge né vi sottrae niente.

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena, domenica 4 ottobre 09

 

Spuntano doni del cielo

stando in compagnia

di chi è saggio e perspicace

di chi con accortezza offre

dissuasione e consiglio

come guidando a un tesoro nascosto.

   Dhammapada strofa 76

 

Ci sono due modi di affrontare la pratica: uno è credere che abbiamo

bisogno di acquisire qualcosa che ci manca; l’altro pensare che

abbiamo tutto quello che ci serve ma non sappiamo realmente

riconoscerlo. In questa strofa il Buddha ci dà l’immagine del tesoro

nascosto che aspetta di essere scoperto. Non lo troveremo fuori di

noi; va trovato nel nostro cuore. Non riconosciamo questo tesoro

perché abbiamo già troppo: troppo attaccamento, troppa resistenza. Che

si può fare? È una profonda benedizione incontrare una persona saggia

che ha discernimento e matura compassione e che voglia guidarci alla

libertà dalle abitudini che ci ostacolano. Può accadere che ci guidi

attraverso le infide paludi del dubbio o le vertiginose montagne del

desiderio ma ne derivano solo benedizioni se onoriamo il suo esempio e

seguiamo il percorso fino alla fine.

 

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Riflessioni per il giorno della luna nuova, sabato 19 settembre 09

 

Per vite innumerevoli ho vagato

cercando invano

il costruttore della casa

della mia sofferenza.

Ma ora ti ho trovato, costruttore

di nulla da oggi in poi.

Le tue assi sono state rimosse

e spezzata la trave di colmo.

Il desiderio è tutto spento;

il mio cuore, unito all'increato.

 

   Dhammapada strofe 153-154

 

La realizzazione finale e completa del Buddha fu di scoprire che aveva creduto in qualcosa che non era vero. Era stato ingannato da quello che lui chiama il costruttore della casa. Le case sono le strutture della mente; il ‘me’ e il ‘mio’ che noi prendiamo tanto sul serio. “Sono io che desidero”, “Sono io che mi sento deluso”, “È il mio stato d’animo, il mio corpo, la mia mente”. Il Buddha capì con chiarezza come tutte queste impressioni erano state fabbricate dall’abitudine all’attaccamento. Avendolo penetrato con profonda saggezza intuitiva, il processo venne compreso; il sostegno principale della casa, la trave di colmo, fu spezzata e la sofferenza ebbe fine. Era finito il vagabondare nella speranza di una soluzione alle sue lotte. Da quel momento in poi, avrebbe dimorato sereno nello stato che precede ogni sorgere e cessare; la realtà increata, senza morte.

 

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena, giovedì 6 agosto 09

 

Trasforma la rabbia con la gentilezza
e il male col bene,
la grettezza
con la generosità
la falsità con la rettitudine.

   Dhammapada strofa 223

 

Se abbiamo freddo, troviamo il modo di scaldarci; non ci sottoponiamo
a ulteriore freddo. Se abbiamo fame, mangiamo; non ci priviamo ancora
di più di cibo. Se siamo arrabbiati, non combattiamo la rabbia con
ira; cerchiamo di essere gentili con questo essere che sta soffrendo.
Se siamo testimoni di una cattiva azione, generiamo sincera bontà e
freniamo l'impulso a rifiutare con un mero giudizio la persona che la
commette. A chi pensa che la grettezza auto-centrata sia il sentiero
verso l'appagamento, rispondiamo con la generosità . E con chi è
falso, parliamo in modo vero. Può non essere facile. Questa è la via
della trasformazione.

 

 

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Riflessioni per il giorno della luna nuova, mercoledì 22 luglio 09

 

Decidere in modo arbitrario

non equivale a giustizia.

Considerati

i pro e i contro,

il saggio decide caso per caso.

   

   Dhammapada, strofa 256

 

Ti trovi sotto pressione perché devi prendere una decisione. È possibile restare fermi e calmi quando ci si trova in presenza di chi vorrebbe farci decidere a proprio vantaggio? Riesci a restare libero da pregiudizio e ad arrivare a una decisione giusta? Ciò di cui dovremmo preoccuparci è il modo in cui sosteniamo i nostri punti di vista. Avere un’opinione forte può farci sentire benissimo, può sembrare sicurezza. Ma la natura del fondamentalismo è proprio così, e così è anche offrire risposte semplicistiche a domande complesse. Visioni rigide e soluzioni semplicistiche non sono tratti di una mente spaziosa, di una mente che è capace di prendere in considerazione tutti gli aspetti di un dilemma. Normalmente ci vuole tempo per arrivare a una visione bilanciata e meditata in tutte le sue implicazioni. E richiede anche l’abilità di mettersi in ascolto a partire da un luogo di quiete interiore. Se la mente è occupata nella preparazione della nostra replica, vuol dire che non stiamo davvero ascoltando.

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena, martedì 7 luglio 09 (Asalha Puja)

 

Chi parla molto
non vuol dire che sia ispirato dalla saggezza.
Il saggio si riconosce
perché è in pace con la vita
libero da ostilità e paura.

   Dhammapada strofa 258

 

Come si diventa saggi? Forse cercare di diventarlo non è l’approccio migliore. Pensate a come sforzarsi di trovare la pace spesso crei più agitazione, mentre lasciare semplicemente che l’attività del cuore e della mente finisca in modo naturale porti tranquillità. Quando cerchiamo qualcosa che abbiamo perduto, non cerchiamo solo nei posti più ovvi. Magari partiamo da lì ma poi abbiamo bisogno di essere creativi. Non si scopre la saggezza seguendo l’abitudine di cercare il piacere ed evitare il dolore. Gli Insegnamenti ci dicono che quando arrivano il dolore e la delusione possiamo imparare ad accoglierli con una qualità di disponibilità e consapevolezza che porta alla comprensione. Lo stesso vale per la felicità e il piacere: li accogliamo con tutto il cuore senza perderci in essi. L’ostilità e la paura non sono necessariamente ostacoli. Possono anche essere maestri che ci indicano un modo di vivere più spazioso e saggio.

 

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Riflessioni per il giorno della luna nuova, lunedì 22 giugno 09

 

Un cavallo ben addestrato
non ha bisogno di freno.
Rari sono gli esseri a cui
per moderazione e disciplina
non serve ammonimento.

   Dhammapada strofa 143

 

è possibile avere troppa moderazione? Dipende da come intendiamo la moderazione. Direi che è certamente possibile averne una forma sbagliata: per esempio, quando nel frenarsi da una vistosa avidità si è motivati solo dal voler apparire migliori degli altri. La moderazione è una di quelle parole, insieme a frugalità e disciplina, che si sente raramente usare negli ultimi decenni, se non in senso peggiorativo. E’ un peccato. In queste parole sono cifrati dei principi senza tempo, degni di investigazione. Quando abbiamo una vera moderazione, noi cerchiamo con naturalezza la ‘giusta quantità’ di cose. Comprendiamo la differenza tra accontentarsi del ‘sufficientemente buono’ e essere troppo pigri per eccellere. Quando abbiamo vera disciplina, restiamo naturalmente focalizzati sul nostro compito imminente senza compromettere la nostra sensibilità. Una persona abile nella retta disciplina può dire di no a se stessa (o ad altri), non per il giudizio che si fa di come le cose dovrebbero essere, ma perché ha cura.

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena, domenica 7 giugno 09

 

Mirando all'obiettivo della liberazione
il saggio abbandona l’oscurità
e ha cara la luce
si lascia alle spalle
la sicurezza meschina
e cerca la libertà dall’attaccamento.
Il desiderio di libertà
è cosa ardua e rara
ma il saggio continuerà a cercare
distaccandosi da tutto ciò che si frappone
purificando il cuore e la mente.

   Dhammapada strofe 87-88

 

Il Buddha ha offerto svariate immagini che raffigurano la meta, elevandoci e sostenendoci mentre ci sforziamo di lasciar andare tutto quello che ci limita. Interiorizzare queste immagini con consapevolezza significa avvantaggiarsi dell’energia che ispirano senza perdere il contatto con la realtà della vita quotidiana. Non possiamo abbandonare l’oscurità finché non comprendiamo l’oscurità. Non possiamo lasciar veramente andare le paure, i risentimenti e la brama senza incontrarli faccia a faccia. La purificazione accade naturalmente quando ci sono le giuste condizioni; ed è per questo che prendiamo Rifugio nel Dhamma, la Via del Buddha, non la mia via. Man mano che il nostro impegno in questo sicuro Rifugio si rinforza, il nostro attaccamento a meno fidate fonti di sicurezza (le nostre dipendenze) si affievolisce.

 

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Riflessioni per il giorno della luna nuova, sabato 23 maggio 09

 

Smetti di fare il male
coltiva il bene
purifica il cuore.
E' questa la Via
del Risvegliato.

   Dhammapada strofa 183

 

C’è un significato profondo nella sequenza dei versi di questa strofa.  Prima di tutto, il contenimento è necessario.  Per quanto bene generiamo, o per quanto intensamente aspiriamo alla purificazione, se ancora compromettiamo i precetti, allora il progresso è ostacolato. Fare piccole truffe può sembrarci insignificante. Ma ci basta scoprire un amico una sola volta derubarci per perdere la fiducia. Allo stesso modo, la fiducia in noi stessi è danneggiata se tradiamo il nostro impegno all’integrità. E la bontà può nutrirci pienamente se il nostro cuore è libero dal rimorso. Il passo successivo della purificazione fa riferimento alla nostra presuntuosa auto considerazione di essere migliori, pari o peggiori degli altri. Questa investigazione, sottile e difficile da cogliere, richiede grande chiarezza e sicura fiducia. E come dono finale il Buddha sottolinea che questo insegnamento (vedi anche strofa 184, 25 marzo 09) è stato dato da tutti i Buddha nel corso dei tempi.

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena, 8 maggio 2009 (Vesakha Puja)

Se ti parlano con durezza
fatti silenzioso come un gong spezzato;
non rivalersi è segno di libertà.

   Dhammapada strofa 134


So che abbiamo già esaminato questo testo prima ma sento che vale la pena riprenderlo. Quando siamo oggetto di una critica ingiustificata può essere difficile non rivalersi. Probabilmente abbiamo imparato a non reagire fisicamente, ma l’addestramento nella retta parola richiede un altro livello di contenimento. Perché è tanto difficile contenere efficacemente le passioni del cuore? Sappiamo (perlomeno in teoria) che non è utile respingere nell’inconsapevolezza le forti emozioni. Ma trovare lo spazio interiore dove possiamo sentire quel che sentiamo, senza ‘diventare’ le emozioni, ha bisogno di una speciale abilità. Limitarsi semplicemente a idealizzare l’essere consapevoli, buoni e gentili non ci evita di cadere in trappola. E’ utile considerare qualsiasi voce ci faccia la predica dicendo: “Non dovresti essere così. Ormai dovresti ben saperlo.” Una volta dissi qualcosa del genere ad Ajahn Chah. Attraversavo un periodo molto difficile e andavo in cerca di commiserazione. La risposta empatica e saggia di Ajahn Chah fu semplicemente: “Se non doveva andare così, non sarebbe andata così.” Non era insolente. Stava solo dicendo che c’erano delle cause per cui le cose erano così com’erano ed è un aiuto capirlo realmente. Prima di tutto riconosciamo il fatto di come le cose stanno in questo momento, poi possiamo proseguire. Procedere troppo velocemente, cercando di aggirare il punto in cui interiormente siamo, non fa che intensificare la lotta. La presenza mentale
significa che accogliamo nella consapevolezza la realtà presente, conoscendola così com’è; non indulgendovi, non respingendola. In questo modo, l’energia delle passioni alimenta il processo di purificazione per distruggere gli inquinanti anziché distruggere noi stessi con l’autocritica.

 

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Riflessioni per il giorno della luna nuova, 23 aprile 2009

Non cercare la compagnia 
di chi è sviato 
guardati da chi si è guastato. 
Cerca e gioisci della compagnia 
di amici fidati sulla Via 
di chi la visione profonda difende. 

   Dhammapada strofa 78 

La mente è come l’acqua; prende la forma di ciò che la contiene. Così con questi versi veniamo incoraggiati a osservare quale compagnia frequentiamo e a riflettere su come ne siamo influenzati. Che rapporto abbiamo con le nostre amicizie e i nostri amici con noi? 

Coltivare questa consapevolezza ci aiuta a valutare la vera amicizia, per esempio le relazioni con chi sostiene le nostre aspirazioni a vivere nella verità. Noi vorremo naturalmente proteggerli e nutrirli e non darli per scontati. Poiché apprezziamo sinceramente questi compagni non aspettiamo di essere in difficoltà per fargli sapere cosa significhino per noi. E le buone amicizie possono essere coltivate. Il Buddha elencò una serie di caratteristiche che fanno un buon amico. Sottolineò come un vero amico sarà disponibile per noi sia nei momenti sereni che in quelli difficili; non scomparirà quando noi non siamo 
più l’anima della festa. Un vero amico è presente per noi se ci capita una sventura e ci protegge quando siamo vulnerabili. Un amico ci dà sicurezza quando abbiamo paura. Quando investiamo di consapevolezza le nostre relazioni, è saggio considerare anche quanto siamo a nostra volta amichevoli con gli altri.

 

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena, 9 aprile 2009

Come i fiori appassiti cadono 
dal gelsomino 
lascia cadere 
passione e odio. 

   Dhammapada strofa 377 

Quando qualcosa ci offende, di solito cerchiamo all’esterno la causa. Per esempio, se dalla casa dei vicini arriva del rumore, il nostro primo pensiero è probabilmente come farli smettere. Quando Ajahn Chah visitò l’Inghilterra e si fermò a Londra all’Hampstead Vihara, proprio di fronte c’era un pub. Una sera, i monaci si lamentarono con lui di essere infastiditi dal rumore che entrava nella sala di meditazione disturbando la loro pratica. Ajahn Chah con calma spiegò che sarebbe stato meglio trovare la vera causa del problema: i monaci inviavano la loro attenzione all’esterno a disturbare il rumore. Il suono è solo 
così. La sofferenza sorge solo quando ‘usciamo’ e aggiungiamo qualcosa di extra. Se vediamo con chiarezza la nostra parte nel creare i problemi, può aver luogo un mutamento nel modo in cui vediamo i nostri attriti. Invece di incolpare il mondo o di incolpare noi stessi, semplicemente ‘vediamo’ quello che stiamo facendo, nel momento. Ora abbiamo un nuovo modo per lavorare con le difficoltà. Non c’è bisogno di combattere la passione e l’odio. Questo non significa che li seguiamo; piuttosto, esercitiamo un contenimento accurato e 
consapevole e ‘lasciamo che svaniscano’. All’inizio, vediamo solo dopo aver già reagito e creato sofferenza. Ma con la pratica, lo cogliamo prima. Poi un giorno, riusciamo ad acchiapparci proprio mentre siamo sul punto di creare un problema. In quel momento, comprendiamo di aver imparato un’importante lezione.

 

 

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Riflessioni per il giorno della luna nuova, 25 marzo 2009

Un rinunciante
non tiranneggia nessuno. 
La paziente tolleranza 
è il vertice dell'ascesi. 
Suprema meta 
dicono i Buddha 
è la profonda liberazione. 

   Dhammapada strofa 184 

è sempre bene ricordarsi di quanto siano universali gli insegnamenti del Buddha. Non tiranneggiare nessuno significa che siamo accurati in tutte le nostre relazioni, compresa quella con noi stessi. Può succede che coltiviamo la gentilezza verso gli altri mentre trattiamo noi stessi in modi terribili. Quando insegnava la gentilezza amorevole, il Buddha dava l’istruzione di iniziare dirigendo una grande quantità di gentilezza interiormente. Se non sentiamo affetto per noi stessi, allora dimostriamo gentilezza proprio verso questo essere: quello che si sforza di provare un po’ di bene per se stesso. Per alcuni ci può volere molto tempo per trovare una via attraverso i vari strati di auto-giudizio e di disprezzo di sé e dunque esercitiamo la pazienza; un’infinita pazienza. La ‘paziente tolleranza’ insegnata dal Buddha è molto diversa dalla ‘sopportazione amara’ del rassegnarsi a malincuore a qualcosa. Quella a cui miriamo è una pazienza imbevuta di gentilezza. 
Notate, inoltre, come questa pratica sia definita come il supremo esercizio spirituale. Rifletto spesso su come tutti i maestri di vero valore indichino la pazienza come una caratteristica essenziale per chi percorre il cammino verso la meta suprema; ma nello stesso tempo, non c’è modo di sviluppare questa virtù quando siamo in un bel periodo. Quando invece le cose si mettono male, è lo spazio perfetto, anzi, l’unico spazio, per coltivare la tolleranza paziente. Se avete notato, questa strofa fa riferimento ai Buddha, al plurale, perché tutti i Buddha hanno dato insegnamenti identici, nel corso del tempo. 
Un bell’incoraggiamento!

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena, 10 marzo 2009


Sapendo pochissimo di Dhamma

ma vivendo in sincero accordo con esso

trasformando le passioni

l’avidità, l'odio, la confusione

liberandosi da ogni attaccamento

al presente e al futuro

si gustano i benefici

del percorrere la Via.

   Dhammapada strofa 20


In questa strofa di nuovo il Buddha ci ricorda di mettere l’accento sulla qualità anziché sulla quantità. Se sperimentiamo i veri benefici del percorrere la via, non importa se non sappiamo tutto quello che c’è da sapere ‘riguardo’ al Dhamma. Ascoltare altri più esperti di noi può essere d’ispirazione per approfondire la nostra pratica. Ma non è utile se ci sminuiamo paragonandoci in modo noncurante. Ricordate, quel che conta è come si applicano gli insegnamenti. Stiamo vivendo con tutto il cuore ‘in accordo’ con quel che abbiamo già imparato? Questa è una linea di riflessione più utile che non chiedersi: “Quando posso andare a un altro ritiro”, oppure: “ Se solo mi mettessi di buona lena a studiare di più.” o: “Dove posso trovare un insegnante che mi istruisca opportunamente?” Domande di questo genere vanno bene se ci conducono a sciogliere gli attaccamenti, ma non vanno bene se sono un’espressione della nostra dipendenza a volere o a diventare sempre di più. Certe volte una piccola quantità è di maggiore beneficio di una grande. Se quel che è necessario è un sottile spostamento di attenzione per essere semplicemente più consapevoli nel momento presente, allora sforzarsi con accanimento per avere delle comprensioni intuitive profonde ostacola il nostro progresso. Nei paesi di tradizione buddhista c’è l’intesa di non andare mai al
monastero a mani vuote. E’ la premura dei sostenitori quotidiani che portano con sé un sacchetto di mele o un pacco di carta igienica da offrire che ha fatto funzionare per duemilacinquecento anni questi luoghi sacri dello spirito. Teorizzare riguardo alla retta pratica o a come gestire una comunità spirituale, o qualsiasi altra cosa nella nostra vita, non è lo stesso di viverla.

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Riflessioni per il giorno della luna nuova, 23 febbraio 2009

 

Vesti sgargianti

non sono di per sé

ostacolo alla libertà.

E' un cuore in pace,

puro, domato,

vigile e senza macchia

a distinguere un rinunciante,

un pellegrino, un essere nobile.

   Dhammapada strofa 142

 

Le forme esteriori non sono quel che veramente conta. Nei suoi insegnamenti il Buddha assai di frequente indicava esplicitamente il cuore come il luogo che è necessario mettere in primo piano. Lo sottolineava perché lo dimentichiamo molto facilmente, troppo concentrati nell’apparenza esterna delle cose. Non voglio entrare nei dettagli della storia associata a questa strofa ma vale la pena leggerla - www.tipitaka.net/tipitaka (in inglese). Riguarda un capo famiglia ubriaco che ritornò di botto in sé di fronte a un disastro e anziché cadere nella disperazione, si illuminò. Il modo in cui questo individuo si presentava e lo stato in cui sembrava trovarsi non definivano il suo essere. Il Buddha fu capace di guardare attraverso l’apparenza delle cose fino a vederne il cuore stesso e offrì un insegnamento che riguardava i temi fondamentali; tanto bastò a questa persona per lasciar andare tutti gli attaccamenti e trovare la perfetta pace incondizionata. Ma se da questa storia deducessimo che le forme non sono importanti, non coglieremmo il punto. La retta pratica implica una relazione con gli aspetti formali che sostenga lo spirito. Quando il focus principale della nostra pratica è soltanto di capire esattamente le forme e le tecniche, lo spirito ne è diminuito. Per esempio, preoccuparsi troppo della postura quando sediamo a meditare può essere un ostacolo alla contentezza, il che a sua volta ostacola la concentrazione e il sorgere della comprensione. Ma non prestare sufficiente attenzione alla postura significa che possiamo cadere in abitudini che portano a un disequilibrio dell’energia, alla sonnolenza e a cattiva salute. O, un altro esempio, sforzarsi a trovare la spiegazione ultima dei cinque precetti può ostacolare la consapevolezza dell’intenzione che sta dietro le nostre azioni. Lo spirito, o il senso dell’osservazione dei precetti, è di aumentare la consapevolezza, e i precetti stessi sono la forma al servizio di questo spirito. Se riusciamo a tenere i precetti 'rettamente', con rispetto e impegno, allora c’è una possibilità che queste forme servano al loro scopo. Imparare a vivere ‘rettamente’, ci porta passo passo a diventare un essere nobile. E' questo che veramente conta.

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena (di Magha Puja), 9 febbraio 2009

 

A poco a poco

passo passo

il saggio asporta le sue impurità

come l’orafo dall’oro le scorie.

   Dhammapada strofa 239

 

Non abbiamo scelta se vogliamo l’oro puro della consapevolezza incontaminata. Nell’esperienza quotidiana il nostro oro ha in sé scorie e ha bisogno che vengano eliminate. Altrimenti nemmeno una miriade di cose desiderabili può darci quello a cui aspiriamo. Perciò è necessario sottoporci al fuoco della purificazione. E le sue fiamme bruciano proprio. Per questo il Maestro ci insegna come badare al fuoco. Se c’è troppo calore (per es. ci cimentiamo con troppa durezza o sopportiamo in modo incurante) resteremo feriti nella nostra pratica. Se invece non c’è abbastanza calore (per es. rifuggiamo dalle difficoltà, seguendo tutto il tempo le nostre preferenze condizionate per le comodità e l’agio) allora non ci sarà alcun progresso nella nostra pratica. Col passare degli anni diventiamo solo più sciocchi. Dunque, in ogni momento verifichiamo la nostra presenza mentale. Non stiamo troppo a pensare a quanto saremo consapevoli in futuro o a come lo siamo stati in passato perché non abbiamo accesso a quelle dimensioni. E’ su questo momento che abbiamo una possibilità di padronanza. Si tratta di una graduale regolazione al millimetro dello sforzo che facciamo, il che significa che impariamo quel che è necessario imparare per poter lasciar andare le nostre abitudini; e le scorie vengono lentamente ma sicuramente eliminate. C’è anche da considerare che non serve cercare di purificare l’oro di qualcun altro. Quando realizziamo lo stato della consapevolezza luminosa saremo naturalmente portati a essere di beneficio agli altri e quello che condivideremo sarà intrinsecamente prezioso.

 

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Riflessioni per il giorno della luna nuova, 25 gennaio 2009

 

Tutto ciò che siamo è generato dalla mente.

E’ la mente che traccia la strada.

Come la ruota del carro segue

l’impronta del bue che lo traina

così la sofferenza ci accompagna

quando sventatamente parliamo o agiamo

con mente impura.

   Dhammapada strofa 1

 

Buon anno (per il calendario lunare cinese è capodanno)! Secondo la tradizione cinese stiamo entrando nell’anno del Bue. Quando è arrivato il momento di scegliere una strofa per la nostra comune contemplazione in questo giorno di luna nuova di gennaio, qui al monastero Bodhinyanarama a Wellington, in Nuova Zelanda, ( mentre questa mattina ascoltavo la recitazione della regola del Patimokkha), si è affacciataalla mia mente la prima strofa del Dhammapada: "Come la ruota del carro segue l’impronta del bue che lo traina…" e poi mi sono chiesto se una strofa così negativa avrebbe potuto essere d’ispirazione ed’incoraggiamento a tutti voi. Ma mi sono subito reso conto dell’abbaglio ricordando che il Buddha non ha mai dato cattive notizie. Solo buone notizie. Riconoscere che non siamo vittime delle circostanze, vedere che l’intenzione sotto le nostre azioni di corpo e di parola determina la situazione della nostra esistenza, ci mette nella posizione in cui abbiamo il potere di creare un vero cambiamento. E’ facile complicare la pratica spirituale pensando troppo. Se accettiamo semplicemente questo insegnamento come argomento d’investigazione e impariamo, a poco a poco, la differenza che si crea ogni volta che esercitiamo un consapevole contenimento, scopriamo una nuova fiducia e capacità. Dunque, forse tutte le volte che sentiamodire che questo è l’anno del Bue possiamo riflettere che è il nostrocuore-mente che traccia la strada; abbiamo già gli insegnamenti che cimostrano come, dove e quando avere a che fare con le situazioni che sembrano ostacolarci.

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena, 10 gennaio 2009

Lascia cadere il passato. 

Lascia cadere il futuro. 

Lascia cadere il presente. 

Con cuore libero 

raggiungi l’altra sponda 

al di là della sofferenza. 

   Dhammapada strofa 348 

L’essenza di questo insegnamento è che c’è un luogo al di là della sofferenza. La sofferenza non è un assoluto: ha delle cause e noi possiamo esserne liberi. E’ in questa possibilità che poniamo la nostra fiducia. Ma per raggiungere tale luogo dobbiamo lasciare le nostre abituali posizioni. Ci sentiamo a nostro agio nelle idee che ci facciamo del futuro; ci sentiamo comodi nei ricordi del passato; e tendiamo a perderci nelle esperienze che viviamo qui e ora. E anche quando non siamo in realtà a nostro agio, sono comunque stati che ci sono diventati familiari e siamo riluttanti a lasciarli. Il Buddha in questa occasione insegnava a un acrobata innamorato pazzo. Incontrava un essere umano nel luogo della sua sofferenza e gli indicava una via d’uscita. Non applicava meccanicamente una tecnica. Piuttosto, istruendo abilmente l’artista a lasciar andare quello a cui si aggrappava, gli mostrava la causa della sua sofferenza e come poteva cambiare. Talvolta, quando ascoltiamo l’istruzione di lasciar andare ci può sembrare che ci venga richiesto di liberarci di qualcosa, o che sia un errore essere come siamo. Ma non era e non è questa la via del Buddha. Se rivolgiamo l’attenzione all’interno e osserviamo quel che facciamo, scopriamo che ci sono altri modi di relazionarci all’esperienza. Forse è più accurato dire che se siamo consapevoli di quel che facciamo, il lasciar andare accade. Sembra che l’acrobata seguisse l’istruzione del Buddha e istantaneamente arrivasse al luogo della libertà ultima lì per lì, in cima alla sua pertica di bambù dopo aver fatto sette salti mortali. 

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Riflessioni per il giorno della luna nuova, 26 dicembre 08

 

Se compi un’azione salutare falla di nuovo.

Gioisci nel ricordarla.

Il frutto della bontà è la contentezza.

   Dhammapada 118

 

Ora che il 2008 sta per concludersi, come possiamo valorizzare la bontà che abbiamo generato durante l'anno?L'incoraggiamento contenuto in questa strofa del Dhamma è di riportare al cuore e alla mente il ricordo delle azioni salutari compiute col corpo, la parola o la mente e di dimorare nel senso di contentezza che da quel ricordo sorge naturalmente. Qualcuno inizierà a preoccuparsi che riflettendo in questo modo rischiamo di insuperbirci e di compiacerci troppo. Altri hanno forse una cosi' radicata abitudine di concentrarsi sugli errori e sulle manchevolezze che non riescono a vedere la bontà. Qualsiasi resistenza a quanto il Maestro invita qui a fare va compresa come proveniente da quella parte di noi che non vede con chiarezza. La personalità confusa reagisce indulgendo o negando, a seconda del condizionamento. Tuttavia, con la "consapevolezza capace di discernere la verità" possiamo osservare che è solo un ego, un io, superficiale che resta intrappolato in tale tristezza. Il fatto che siamo in grado di osservare le nostre tendenze abituali dimostra che siamo molto di più di questre tendenze. Chi o cosa osserva? E' il nostro rifugio, la consapevolezza, la via d'uscita dalla sofferenza. Proprio con questa consapevolezza possiamo liberamente dimorare nella gioia di ricordare la bontà senza la paura dell'inflazione. E che sollievo scoprire che possiamo fare degli errori e semplicemente imparare da essi invece di farne un dramma. Il saggio ricordare serve a dirigere le nostre azioni in modo da creare profondi sentieri di bontà nel cuore e nella mente. Quel che veramente desideriamo è di vivere in modo saggio, diventando il più sincero desiderio del nostro cuore. Proprio come dicono i nostri canti: il Dhamma è ehipassiko, intrinsecamente invitante e attraente, e opanayiko, fa procedere. Che tutti noi si possa sempre più tendere a una vibrante contentezza.

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena, 12 dicembre 08

Svariati sono i luoghi dove gli esseri 
cercano di sfuggire alla paura: 
montagne, boschi 
parchi e giardini 
e luoghi sacri. 
Ma nessuno di questi 
offre vero rifugio 
nessuno ci libera dalla paura.

   Dhammapada, 188-189 

Forse abbiamo già riflettuto su questi versi, ma in questo momento sono in viaggio, lontano dal monastero, e non posso verificarlo. 
L’argomento è in ogni caso qualcosa a cui vale la pena di tornare  ripetutamente: quando abbiamo paura, dove ci rivolgiamo? Per quanto a 
lungo abbiamo praticato, è difficile incontrare la paura senza farsi l’idea che qualcosa stia andando male. Con questa percezione, facilmente cadiamo nel giudicare, noi stessi e gli altri, nel tentativo di scappare dalla sofferenza. Sembra che gli esseri abbiano sempre agito così. Il Buddha in questa strofa afferma che fuggire per entrare in comunione con la natura non è un modo per liberare se stessi. Anche i luoghi sacri in questo caso non funzionano, se siamo motivati dal desiderio di scappare. Ricordare il nostro rifugio nel Dhamma, anziché seguire l’impulso a ‘lottare o scappare’, può far nascere l’interesse a comprendere la paura, imparando il modo in cui incontrare la paura. Con questa nuova motivazione, possiamo lasciar andare l’idea che qualcosa stia andando male; scopriamo di poter fare esperienza della sensazione di paura senza ‘diventare’ spaventati; la paura resta paura, ma viene percepita da una consapevolezza espansa, meno limitata e minacciata; possiamo cominciare a vedere che anche la paura è ‘solo così’. L’interesse per la realtà è fondamentale; un riconoscimento non-giudicante, completo, sia corporeo che mentale, della condizione di paura che è sorta in noi, qui e ora, può  trasformare la nostra sofferenza in libertà. L’impegno a incontrare noi stessi lì dove siamo è la via; l’interesse per la realtà è il nostro vero rifugio. 

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Riflessioni per il giorno della luna nuova, 27 Nov 2008

 

“Mi hanno insultato, maltrattato,
mi hanno offeso, derubato”:
impigliati in tali pensieri
ravviviamo il fuoco dell’odio.
     Dhammapada, 3

Se ci liberiamo del tutto
da pensieri che insinuano:
“Mi hanno insultato, maltrattato,
mi hanno offeso, derubato”,
l’odio è spento.
     Dhammapada, 4

 

Nessuno vuole soffrire. Ma se siamo stati feriti, come facciamo, dalla
prospettiva della pratica, a lasciar andare e proseguire? Tutti nella vita soffriamo per svariate forme d’ingiustizia. Chi è fortunato ha sofferto solo un poco, e magari nemmeno se ne ricorda. Ma per molti il dolore è profondo, brucia e certe volte dura per anni. Gli insegnamenti del Dhamma a questo riguardo non mettono l’accento sul dolore che ci è stato causato, né sull’ingiustizia delle azioni degli altri, ma direttamente sulla nostra relazione col dolore; su come reagiamo: “Se ci attacchiamo immediatamente a pensieri di
risentimento…” Magari ci sentiamo perfettamente giustificati nell’aggrapparci alla nostra indignazione. Ma questo mette fine alla sofferenza? Potremmo pensare: “Ma se lascio andare il risentimento, loro la faranno franca.” Dal punto di vista della personalità questo pensiero è comprensibile, ma resta il fatto che  “impigliati in tali pensieri, ravviviamo il fuoco dell’odio.” Finché siamo posseduti dall’odio, la nostra intelligenza è compromessa. Un’azione in risposta
alla ferita può anche essere richiesta, ma se il nostro cuore non è libero dall’odio, non siamo nella condizione di capire quale sia la retta azione da scegliere. E’ inevitabile che se agiamo partendo dal risentimento, creeremo ulteriore sofferenza. Invece di questa reazione, quel che il Buddha raccomanda è: “se ci liberiamo del tutto da tali pensieri….l’odio è spento.” Ci vuole una buona dose di forza e probabilmente un sacco di pazienza e di determinazione. E dobbiamo continuare a riflettere sul perché lasciamo andare. Lasciar andare con comprensione è molto diverso da lasciar andare perché qualcuno ci ha
detto che si dovrebbe fare così. Non è di aiuto giudicare una persona perché lotta contro quello che le è successo e dirle che dovrebbe lasciar andare e passare oltre. Ma invece è un grande regalo dare con assennatezza un riscontro a un amico (o a noi stessi) riguardo a quello che fa, nel momento in cui lo sta facendo. Probabilmente conoscete quello che dice la strofa successiva del Dhammapada (n. 5):

L’odio non può sconfiggere l’odio,
solo esser pronti all’amore lo può.
Questa è la legge eterna.

 

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Riflessioni per il giorno della luna piena, 12 nov 2008

 

Se ti parlano con durezza
fatti silenzioso come un gong spezzato;
non rivalersi è segno di libertà.
   Dhammapada, 134.

Il silenzio non esprime profondità
se resti ignorante e non coltivato.
Come avesse una bilancia in mano
l’assennato soppesa le cose
salutari e non salutari
e arriva a conoscere
sia il mondo interiore che quello esterno.
Perciò l’assennato è detto saggio.
   Dhammapada, 268-9

 

Di recente, in un’intervista radiofonica ho sentito l’autrice di un libro sul silenzio parlare della gioia e della contentezza provata nel lasciarsi alle spalle la confusione e la complessità del mondo in cui aveva precedentemente vissuto. Nel corso dell’intervista, menzionava quanto fosse difficile e stressante dover passare del tempo a Londra (per l’intervista?) Anche il Buddha parlò della felicità che nasce dal vivere in luoghi quieti e belli e incoraggiò a cercarli. Diede queste indicazioni perché limitare gli stimoli sensoriali può essere d’aiuto
alla comprensione e alla libertà dall’ignoranza. Ma questo non significa che dobbiamo essere contro il mondo sensoriale. Se, da giovani monaci, andando a Bangkok per rinnovare il nostro visto tornavamo lamentandoci che era impossibile praticare in mezzo al fracasso e alle difficoltà della vita urbana, Ajahn Chah diceva con fermezza: “Se non riuscite a praticare in città, significa che non ci riuscite neanche nella foresta.”E aggiungeva: “Se non riuscite a
praticare quando siete ammalati, non ci riuscite nemmeno da sani.” In altre parole, tutto è pratica; inclusa la sensazione che con ‘questo’ proprio non posso praticare.

 

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