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FELICITÀ, INFELICITÀ E NIBBĀNA

del venerabile Ajahn Sumedho

 

© Ass. Santacittarama, 2016. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Donatella Levi.


Dal libro "Now is the knowing" (forestsangha.org/teachings/books)

 

Il fine ultimo della meditazione buddhista è il Nibbāna. Ci orientiamo verso la pace del Nibbāna, allontanandoci dalle complessità della sfera sensoriale, dai cicli infiniti dell’abitudine. Il Nibbāna è una meta realizzabile in questa vita, non è necessario aspettare fino al momento della morte per sapere se è reale.

I sensi e il mondo sensoriale sono governati da nascita e morte. Prendiamo ad esempio la vista: dipende da così tanti fattori, se è giorno o notte, se gli occhi sono sani oppure no, e così via. Eppure ci attacchiamo moltissimo ai colori, alle figure e alle forme che percepiamo con gli occhi, e ci identifichiamo con essi. Poi ci sono le orecchie e i suoni: quando udiamo dei suoni piacevoli cerchiamo di trattenerli, e quando udiamo dei suoni spiacevoli cerchiamo di allontanarcene. Con l’olfatto ricerchiamo il piacere di profumi e odori gradevoli, cercando di sottrarci a quelli sgradevoli. È lo stesso con i sapori: ricerchiamo i sapori deliziosi e facciamo di tutto per evitare quelli cattivi. E con il tatto: quanta parte della nostra vita trascorriamo cercando di sfuggire al disagio e al dolore fisico, alla ricerca di sensazioni fisiche appaganti? Infine c’è il pensiero, la coscienza discriminante: può arrecarci molto piacere o molta angoscia.

Questi sono i sensi, il mondo sensoriale. È il mondo composto di nascita e morte. La sua stessa natura è dukkha, è imperfetto e insoddisfacente. Non potremo mai trovare felicità, gioia o pace perfette nel mondo sensoriale, che porterà sempre ad afflizione e morte. Il mondo dei sensi è insoddisfacente, dunque ci fa soffrire solo quando pensiamo ci debba soddisfare. Ci fa soffrire quando pretendiamo che ci dia più di quanto possa dare, cose come sicurezza e felicità durature, amore e certezze durature, sperando in una vita fatta di solo piacere e senza sofferenza. “Se solo potessimo fare a meno di infermità e malanni e riuscissimo a sconfiggere la vecchiaia!”.

Mi ricordo che vent’anni fa negli Stati Uniti la gente era fiduciosa che la scienza moderna sarebbe stata in grado di eliminare tutte le malattie. Si diceva: “Tutte le malattie mentali sono dovute a squilibri chimici. Se soltanto riusciamo a trovare le giuste combinazioni chimiche e le iniettiamo nel corpo la schizofrenia scomparirà”. Non ci sarebbero più stati mal di testa o mal di schiena. Avremmo gradualmente sostituito tutti i nostri organi interni con dei begli organi di plastica. Ho persino letto in una rivista medica australiana come sperassero di sconfiggere la vecchiaia! Con la crescita della popolazione mondiale avremmo continuato ad avere sempre più bambini, e nessuno sarebbe invecchiato o morto. Pensate che caos sarebbe stato!

Il mondo sensoriale è insoddisfacente ed è così che dev’essere. Quando costituisce un attaccamento, ci porta all’afflizione – perché attaccamento vuol dire che vogliamo che sia soddisfacente, vogliamo che ci appaghi che ci renda contenti, felici e al sicuro. Ma osservate la natura della felicità: quanto a lungo si può rimanere felici? Cos’è la felicità? Si potrebbe supporre che sia come ti senti quando ottieni ciò che desideri. Qualcuno dice qualcosa che ti è gradito, e ti senti felice. Qualcuno dice qualcosa che approvi, e ti senti felice. Il sole splende e ti senti felice. Qualcuno prepara del buon cibo e te lo serve, e sei felice. Ma quanto a lungo puoi restare felice? Dobbiamo sempre dipendere dal fatto che il sole splenda? In Inghilterra il clima è molto variabile: in questo paese una felicità che dipendesse dal fatto che il sole splenda sarebbe ovviamente molto impermanente e insoddisfacente!

Infelicità è non ottenere ciò che vogliamo: volere la presenza del sole quando fa freddo, è umido e piove; quando le persone fanno cose che non approviamo; se abbiamo di fronte del cibo che non è delizioso, e così via. La vita diventa noiosa e opprimente quando siamo infelici con ciò che ci offre. Così felicità e infelicità dipendono molto dal fatto che si ottenga ciò che si vuole, o che si ottenga ciò che non si vuole.

Ma per la maggior parte delle persone lo scopo della loro vita è la felicità. La Costituzione Americana mi sembra che parli del “diritto al perseguimento della felicità”. Ottenere ciò che vogliamo, ciò di cui riteniamo avere diritto, diventa lo scopo della nostra vita. Ma la felicità porta sempre all’infelicità, perché è impermanente. Quanto a lungo si può davvero essere felici? Cercare di organizzare, controllare e manipolare le condizioni in modo da ottenere sempre ciò che desideriamo, udire sempre ciò che vogliamo udire, vedere sempre ciò che vogliamo vedere, così da non dover mai provare infelicità o afflizione, è un’impresa impossibile. È impossibile, no? La felicità è insoddisfacente, è dukkha. Non è qualcosa da cui dipendere, o da trasformare nello scopo della propria esistenza. La felicità sarà sempre deludente, perché dura così poco e poi è seguita dall’infelicità. Dipende sempre da così tante condizioni. Ci sentiamo felici quando siamo in buona salute, ma i nostri corpi umani sono soggetti a rapidi cambiamenti e quella salute può svanire molto velocemente. Allora ci sentiamo terribilmente infelici, perché siamo malati e abbiamo perso il piacere che provavamo quando ci sentivamo pieni di energia e vigore.

Perciò lo scopo del Buddhismo non è la felicità, perché comprendiamo che la felicità è insoddisfacente. Il vero obiettivo si trova lontano dal mondo sensoriale. Non si tratta di un rifiuto del mondo sensoriale, ma avendolo compreso così bene non lo ricerchiamo più come un obiettivo in sé. Non ci aspettiamo più che il mondo sensoriale ci appaghi. Non pretendiamo più che la coscienza sensoriale sia altro che una condizione esistente da utilizzare in modo abile secondo il tempo e il luogo. Non proviamo più attaccamento nei suoi confronti, esigendo che l’impatto dei sensi sia sempre piacevole, affliggendoci e angosciandoci quando è spiacevole. Il Nibbāna non è uno stato di assenza, una trance in cui ci si annulla completamente. Non è una inesistenza o un annichilimento: è come uno spazio. È entrare nello spazio della mente in cui non c’è più attaccamento, in cui non si è più tratti in inganno dall’apparenza delle cose. Non si pretende più nulla dal mondo sensoriale, lo si riconosce semplicemente mentre sorge e svanisce.

Essere nati nella condizione umana vuol dire che dobbiamo inevitabilmente sperimentare vecchiaia, malattia e morte. Un giorno una giovane donna venne al nostro monastero in Inghilterra con il suo bimbo piccolo il quale da una settimana si era ammalato, squassato da un’orribile tosse. La donna sembrava terribilmente depressa e angosciata. Mentre era seduta nella sala d’accoglienza il bambino in braccio alla madre diventò paonazzo, cominciando a strillare e tossire orribilmente. La donna disse: “Venerabile Sumedho, perché deve soffrire così? Non ha mai fatto del male a nessuno, non ha mai fatto qualcosa di sbagliato. Allora perché? Cos’ha fatto in una vita precedente per dovere soffrire così?”. Stava soffrendo perché era nato! Se non fosse nato non avrebbe dovuto soffrire. Quando nasciamo dobbiamo aspettarci queste situazioni. Avere un corpo umano vuol dire che dobbiamo sperimentare malattia, dolore, vecchiaia e morte. Questa è una riflessione importante. Possiamo presumere che forse in una vita precedente quel bambino si divertisse a soffocare cani e gatti, o qualcosa di simile, e che in questa vita dovesse pagare per quello che aveva compiuto, ma sarebbe solo una congettura che non ci aiuterebbe veramente. Ciò che possiamo sapere è che si tratta del risultato kammico per il fatto di essere nati. Ognuno di noi deve inevitabilmente sperimentare malattia e sofferenza, fame e sete, il processo di invecchiamento dei nostri corpi e la morte. È la legge del kamma. Ciò che ha inizio deve avere una fine; ciò che nasce deve morire; ciò che è unito si deve separare.

Questo non vuol dire essere pessimisti: stiamo osservando le cose per quello che sono, dunque non ci aspettiamo che la vita sia diversa da quella che è. In questo modo la possiamo affrontare, sopportandola quando è difficile e rallegrandocene quando è piacevole. Se comprendiamo la vita possiamo goderne, senza esserne le vittime impotenti. C’è così tanta sofferenza nell’esistenza umana perché pretendiamo che la vita sia diversa da quella che è! Abbiamo tutte queste idee romantiche, che incontreremo la persona giusta, ci innamoreremo e vivremo per sempre felici e contenti, non litigheremo mai e avremo una relazione meravigliosa. Ma… e la morte? Allora pensiamo: “Beh, forse moriremo contemporaneamente”. Questa è una speranza, dico bene? Si spera, e poi ci si dispera quando la persona amata muore prima di te, o scappa con lo spazzino o il commesso viaggiatore.

Si può imparare moltissimo dai bambini piccoli, perché non nascondono ciò che provano, ma esprimono soltanto ciò che sentono in quel momento: quando sono infelici cominciano a piangere, e quando sono felici ridono. Qualche tempo fa sono andato assieme a un laico a casa sua. Quando siamo arrivati, la sua figlioletta era felicissima di vederlo. Poi lui le ha detto: “Devo portare il Venerabile Sumedho all’Università del Sussex per un discorso”. Mentre stavamo uscendo dalla porta la bimba diventò tutta rossa in volto e cominciò a strillare disperata, così il padre le disse: “Va tutto bene, sarò di ritorno entro un’ora”, ma la bambina non era abbastanza grande da capire: “Tornerò entro un’ora”. L’immediatezza della separazione dalla persona amata significava angoscia immediata.

Osservate quante volte nella nostra vita soffriamo in questo modo nel doverci separare da qualcosa che ci piace o da qualcuno che amiamo, o nel dover lasciare un posto in cui ci piace stare. Quando si è veramente consapevoli si può riconoscere quella sensazione del non volersi separare, e quella sofferenza. Da adulti, se sappiamo che possiamo tornare, possiamo lasciarla andare subito, sapendo però che è pur sempre lì. Dallo scorso novembre a marzo ho viaggiato in tutto il mondo e, arrivando in un aeroporto, ho sempre trovato qualcuno che mi salutava con un “Salve!”. Poi, alcuni giorni dopo, c’era un “Arrivederci!”, e sempre quell’auspicio “Ritorna”, e io dicevo “Sì, tornerò”… impegnandomi per l’anno successivo a rifare la stessa cosa. Non siamo capaci di dire “Addio per sempre” a qualcuno che ci piace, non è vero? Diciamo “Ci rivediamo”, “Ti telefono”, “Ti scriverò”, “Al nostro prossimo incontro”. Abbiamo tutte queste frasi per nascondere la sensazione di tristezza e di separazione.

Nella meditazione stiamo osservando, notando semplicemente cos’è davvero la tristezza. Non stiamo dicendo che non dovremmo sentirci tristi quando ci separiamo da qualcuno che amiamo; è solo naturale sentirsi così, giusto? Ma ora, come meditanti, cominciamo a essere testimoni della tristezza in modo da comprenderla invece di reprimerla, immaginarla più grande di quanto non sia, o semplicemente ignorarla.

In Inghilterra le persone tendono a reprimere la tristezza quando qualcuno muore. Cercano di non piangere o mostrare la loro commozione, non vogliono dare spettacolo, si danno un contegno. Poi quando iniziano a meditare capita che si ritrovino improvvisamente a piangere sulla morte di qualcuno scomparso quindici anni prima. Non avevano pianto allora, e si ritrovano a farlo quindici anni dopo. Quando qualcuno muore non vogliamo ammettere il nostro dolore facendone un dramma, perché pensiamo che piangendo ci mostreremmo deboli, o saremmo di imbarazzo per gli altri. Così tendiamo a reprimere e a trattenere, senza riconoscere la natura delle cose per come sono realmente, senza riconoscere la difficoltà della nostra condizione umana, e imparare da quella. Quando meditiamo permettiamo alla mente di aprirsi, lasciando che tutto ciò che è stato soppresso e represso divenga conscio, perché quando le cose diventano consce trovano il modo di cessare invece di venire nuovamente represse. Permettiamo che le cose facciano il loro corso fino a quando non si estinguono, permettiamo che se ne vadano da sole invece di respingerle. Di solito ci limitiamo ad allontanare da noi determinate cose, rifiutando di accettarle o riconoscerle. Se ci sentiamo turbati o irritati con qualcuno, se siamo annoiati o sorgono emozioni spiacevoli ci mettiamo a guardare la bellezza di un fiore oppure il cielo, leggiamo un libro, guardiamo la TV, facciamo qualcosa. Non siamo mai del tutto consapevolmente annoiati o arrabbiati. Non riconosciamo la nostra afflizione o la nostra delusione, perché possiamo sempre rifugiarci in qualcos’altro. Possiamo sempre andare al frigorifero, mangiare dolci e pasticcini, ascoltare la radio. È così facile immergersi nella musica, lontano dalla noia e dall’afflizione, assorti in qualcosa che è eccitante, interessante, tranquillizzante, o bello. Guardate quanto siamo dipendenti dalla televisione o dalla lettura. Oggigiorno ci sono così tanti libri che alla fine dovranno essere bruciati, ovunque libri inutili, tutti scrivono qualcosa senza avere nulla che meriti di essere detto. Le stelle del cinema d’oggi – a dire il vero non molto gradevoli - scrivono le proprie biografie e fanno soldi a palate. Poi ci sono le rubriche di gossip: la gente fugge dalla noia della propria esistenza, dal tedio e dallo scontento per la propria vita, leggendo i pettegolezzi sulle stelle del cinema e i personaggi pubblici.

Non abbiamo mai veramente accettato la noia come stato consapevole. Non appena la mente l’avverte cominciamo a cercare qualcosa di interessante, qualcosa di piacevole. Ma nella meditazione permettiamo alla noia di esistere. Ci permettiamo di essere annoiati in totale consapevolezza, ci concediamo di essere pienamente depressi, scocciati, gelosi, arrabbiati, disgustati. Tutte le esperienze odiose e sgradevoli che abbiamo represso ed escluso dalla coscienza senza mai guardarle veramente le cominciamo invece ad accoglierle nella coscienza, non più come problemi della personalità, ma solo per compassione. Mossi da gentilezza e saggezza, permettiamo che le cose seguano il loro corso naturale fino alla cessazione, invece di continuare a perpetuarle nei soliti cicli ripetitivi dell’abitudine. Se non troviamo il modo di lasciare che le cose seguano il loro corso naturale, allora stiamo sempre controllando, intrappolati in qualche sterile abitudine mentale. Quando siamo stanchi e depressi non siamo in grado di apprezzare la bellezza delle cose, perché non le vediamo mai veramente per quelle che sono davvero.

Mi ricordo un’esperienza che ho avuto durante il mio primo anno di meditazione in Thailandia. Trascorsi quasi tutto l’anno da solo in una piccola capanna, e i primi mesi furono davvero terribili. Continuavano a venirmi in mente tutti i generi di cose: ossessioni, paure, terrore e odio. Non avevo mai provato così tanto odio. Non mi ero mai considerato una persona che odiava la gente, ma durante quei primi pochi mesi di meditazione mi sembrava di odiare tutti. Non riuscivo a pensare nulla di positivo su nessuno, tanta era l’avversione che stava affiorando alla coscienza. Poi un pomeriggio cominciai ad avere questa strana visione (a dire il vero pensai che stavo impazzendo): vidi delle persone che uscivano camminando dal mio cervello. Vidi mia madre che usciva dal mio cervello incamminandosi verso il vuoto e scomparendo nello spazio. Poi fu il turno di mio padre e mia sorella. Vidi realmente queste visioni che camminando mi uscivano dalla testa. Pensai “Sono pazzo! Mi è partito il cervello!”, però non era un’esperienza spiacevole.

Quando la mattina seguente mi svegliai e mi guardai intorno, tutto quello che vidi mi sembrò meraviglioso. Tutto, anche i dettagli meno belli, era meraviglioso. Ero sbalordito e incantato. La capanna era una struttura primitiva, che nessuno avrebbe potuto definire bella, ma mi sembrò un palazzo. Fuori, gli alberi spelacchiati mi apparvero come la più incantevole delle foreste. I raggi del sole, penetrando dalla finestra, andavano a colpire un piatto di plastica, e il piatto di plastica mi sembrò stupendo! Quella sensazione di bellezza rimase con me per circa una settimana, poi, riflettendoci sopra, compresi improvvisamente che questo è il modo in cui le cose sono realmente quando la mente è limpida. Fino a quel momento avevo guardato attraverso una finestra sporca, e col passare degli anni mi ero così abituato a quel sudiciume e a quella sporcizia sulla finestra che non me ne accorgevo nemmeno più, avevo creduto che le cose fossero semplicemente così.

Quando ci abituiamo a guardare attraverso una finestra sporca, tutto sembra grigio, sudicio e brutto. La meditazione è un modo per pulire la finestra, purificando la mente, permettendo che le cose emergano alla coscienza e lasciandole andare. Poi con la facoltà della saggezza, la saggezza-di-Buddha, osserviamo come sono realmente. Questo non vuol dire essere attaccati alla bellezza, alla purezza mentale, ma vuol dire comprendere davvero. Vuol dire riflettere saggiamente sul modo in cui opera la natura, così da non esserne più indotti a crearci delle abitudini per la vita a causa della nostra ignoranza.

La nascita significa vecchiaia, malattia e morte, ma questo riguarda il corpo, non sei tu. Il corpo umano non è realmente tuo. Non importa quale sia il tuo aspetto, se sei sano o malaticcio, se sei bello oppure no, se sei nero, bianco o altro, è tutto non-sé. Questo è quello che intendiamo con anattā, che il corpo umano appartiene alla natura, segue le regole della natura: nasce, cresce, invecchia e muore. Ora, questo possiamo anche comprenderlo razionalmente, ma emotivamente abbiamo un grandissimo attaccamento nei confronti del corpo. Quando meditiamo cominciamo a vedere questo attaccamento. Non prendiamo la posizione per cui non dovremmo provare attaccamento, dicendo: “Il mio problema è che sono attaccato al mio corpo. Non dovrei esserlo. È un male, non è vero? Se fossi una persona saggia non avrei questo attaccamento”. Questo è di nuovo iniziare partendo da un ideale. È come se cercassimo di scalare un albero cominciando dalla cima, dicendo: “Dovrei essere in cima all’albero. Non dovrei essere quaggiù”. Ma per quanto ci piacerebbe essere in cima, dobbiamo accettare umilmente che non è così. Per cominciare, dobbiamo stare vicini al tronco dell’albero, là dove ci sono le radici, osservando le cose più grossolane e ordinarie, prima di poterci cominciare a rapportare con qualcosa sulla vetta dell’albero.

È così che si riflette saggiamente. Non si tratta soltanto di purificare la mente, attaccandosi poi alla purezza. Non si tratta soltanto di cercare di raffinare la coscienza in modo da riuscire a indurre degli stati di elevata concentrazione ogni volta che ne abbiamo voglia, perché anche i più raffinati stati di coscienza sensoriale sono insoddisfacenti, dipendono da così tante altre cose. Il Nibbāna non dipende da nessun’altra condizione. Le condizioni di qualsiasi sorta, che siano brutte, sgradevoli, belle, raffinate o altro, sorgono e cessano, ma non interferiscono con il Nibbāna, con la pace della mente.

Non stiamo respingendo il mondo sensoriale per una forma di avversione, perché se cerchiamo di annichilire i sensi, cercando di disfarci di ciò che non ci piace, questa diventa un’altra abitudine che acquisiamo senza rendercene conto. Ecco perché dobbiamo essere molto pazienti.

La nostra esistenza da esseri umani è un’esistenza da trascorrere in meditazione. Considerate il resto della vostra vita, anziché questo ritiro di dieci giorni, come il tempo della meditazione. Potreste pensare: “Ho meditato per dieci giorni. Pensavo di essere illuminato ma quando tornato a casa per qualche motivo non mi sono sentito più illuminato. Mi piacerebbe tornare e fare un ritiro più lungo in cui mi possa sentire più illuminato dell’ultima volta. Sarebbe piacevole avere uno stato di coscienza più elevato”. In effetti, più la tua esperienza è raffinata, più la vita quotidiana ti potrà sembrare grossolana. Voli in alto, e poi quando torni alla routine mondana della tua vita in città è anche peggio di prima, non è così? Dopo aver toccato certe vette, la vita quotidiana sembra molto più banale, triviale e spiacevole. La via alla saggezza derivante da retta comprensione non consiste nel seguire le proprie preferenze verso ciò che è raffinato rispetto a ciò che è grossolano, ma nel riconoscere che sia la coscienza raffinata che quella grossolana sono condizioni impermanenti, sono insoddisfacenti – la loro natura non ci soddisferà mai – e sono anattā, non sono ciò che siamo, non ci appartengono.

Dunque quello del Buddha è un insegnamento molto semplice. Cosa potrebbe essere più semplice di: “Ciò che nasce deve morire”? Non si tratta di una nuova e straordinaria scoperta filosofica, è qualcosa che anche i popoli primitivi e illetterati sanno bene. Non c’è bisogno di andare all’università per saperlo.

Quando siamo giovani pensiamo: “Ho ancora davanti a me tanti anni di giovinezza e felicità”. Se siamo belli pensiamo: “Sarò giovane e bello per sempre”, perché sembra così. Se abbiamo vent’anni, ci stiamo divertendo, le vita è meravigliosa, e qualcuno ci dice: “Un giorno morirai”, potremmo pensare: “Che persona deprimente. Meglio non invitarlo più a casa”. Non vogliamo pensare alla morte, vogliamo pensare a quanto sia stupenda la vita, a quanto piacere ne possiamo ricavare.

Ma in quanto meditanti riflettiamo sul fatto che si invecchia e si muore. Questo non vuol dire essere ossessionati morbosamente dalla morte o essere deprimenti, ma considerare l’intero ciclo dell’esistenza. In questo modo, quando conosciamo quel ciclo, siamo più attenti a come viviamo. La gente fa cose orribili perché non riflette sulla propria morte. Non riflettono e valutano con saggezza, si limitano a seguire le proprie passioni ed emozioni del momento, cercando di ricavarne piacere, salvo poi sentirsi arrabbiati e depressi se la vita non dà loro ciò che vogliono.

Riflettete sulla vostra vita e sulla vostra morte, e sui cicli della natura. Basta che osserviate ciò che vi rallegra e ciò che vi deprime. Notate come possiamo sentirci molto positivi o molto negativi, come vogliamo attaccarci alla bellezza, o alle sensazioni piacevoli, o all’ispirazione. È davvero piacevole sentirsi ispirati, non è vero? “Il Buddhismo è la più grande di tutte le religioni”, oppure “Quando ho scoperto il Buddha ero così felice, è una scoperta meravigliosa!”. Quando incontriamo qualche dubbio e siamo un po’ depressi, ci mettiamo a leggere un libro che ci ispiri, e siamo di nuovo carichi. Ma ricordatevi, anche l’entusiasmo è una condizione impermanente. È come diventare felici, devi continuare a fare qualcosa per mantenere questo stato, e quando fai ripetutamente quel qualcosa, dopo un po’ non ti rende più felice. Quanti dolci puoi mangiare? All’inizio ti rendono felice - e poi ti fanno star male.

Perciò dipendere solo dall’ispirazione religiosa non basta. Se ti attacchi all’ispirazione, quando ti sarai stufato del Buddhismo mollerai tutto per andare alla ricerca di qualcosa di nuovo che ti ispiri. È come attaccarsi all’aspetto romantico delle relazioni: quando scompare cominci a cercare qualcuno che ti susciti lo stesso tipo di romanticismo. Anni fa in America incontrai una donna che era stata sposata sei volte, e aveva solo trentatre anni. Le dissi: “Si potrebbe pensare che dopo la terza o la quarta volta avresti imparato. Perché continui a sposarti?”. Mi rispose: “È per il romanticismo. Non mi piace il rovescio della medaglia, ma adoro l’aspetto romantico”. Almeno è stata onesta, anche se non particolarmente saggia. Il romanticismo è una condizione che porta alla disillusione.

Romanticismo, ispirazione, eccitazione, avventura: tutte queste cose arrivano a un apice e poi condizionano i loro opposti, proprio come un’inspirazione condiziona un’espirazione. Pensate solo se inspiraste tutto il tempo. È come avere un’avventura romantica dopo l’altra, no? Quanto a lungo si può inspirare? L’inspirazione condiziona l’espirazione, entrambe sono necessarie. La nascita condiziona la morte, la speranza condiziona la disperazione e l’ispirazione condiziona la disillusione. Perciò, quando ci attacchiamo alla speranza incontreremo la disperazione. Quando ci attacchiamo all’eccitazione, ne deriverà la noia. Quando ci attacchiamo al romanticismo, ne scaturiranno disillusione e divorzio. Quando ci attacchiamo alla vita, ne conseguirà la morte. Perciò riconoscete che è l’attaccamento a causare la sofferenza, attaccarsi alle condizioni e pretendere che siano più di ciò che sono.

Per tante persone una gran parte della vita sembra trascorrere nell’attesa e nella speranza che accada qualcosa – aspettarsi e anticipare un qualche successo o piacere – oppure nella preoccupazione e nella paura che qualcosa di doloroso o spiacevole sia in agguato dietro l’angolo. Magari si spera di incontrare qualcuno da amare veramente, o di fare qualche esperienza straordinaria, ma aggrapparsi alla speranza conduce alla disperazione.

Attraverso una saggia riflessione cominciamo a comprendere quali sono le cose che creano sofferenza nella nostra vita. Vediamo che in realtà siamo noi i creatori di quella sofferenza. A causa della nostra ignoranza, non avendo compreso con saggezza il mondo sensoriale e le sue limitazioni, ci siamo identificati con tutto ciò che è insoddisfacente e impermanente, e che può portarci solo all’afflizione e alla morte. Non c’è da stupirsi che la vita sia così deprimente! Lo è a causa dell’attaccamento, perché ci identifichiamo e ci rispecchiamo in tutto ciò che per sua natura è dukkha: insoddisfacente e imperfetto. Ora, quando smettiamo di farlo, quando lasciamo andare, questa è illuminazione. Siamo esseri illuminati, non attaccati più a nulla, non identificati più con nulla, non più tratti in inganno dal mondo dei sensi. Comprendiamo il mondo sensoriale, sappiamo come coesisterci. Sappiamo come usare il mondo dei sensi per un agire compassionevole, per un dare gioioso. Non pretendiamo più che sia qui per soddisfarci, per farci sentire tranquilli e al sicuro o per darci qualcosa, perché non appena pretendiamo che ci debba soddisfare ne ricaviamo solo afflizione.

Quando non ci identifichiamo più con il mondo sensoriale in quanto “me” o “mio”, e lo vediamo come anattā, possiamo godere dei sensi senza ricercarne l’impatto o dipendere da questo. Non pretendiamo più che le condizioni siano qualcosa di diverso da ciò che sono, così quando cambiano possiamo sopportare pazientemente e serenamente il lato spiacevole dell’esistenza. Possiamo umilmente sopportare malattia, dolore, freddo, fame, fallimenti e critiche. Se non siamo attaccati al mondo possiamo adattarci al cambiamento, qualunque esso sia, che sia per il meglio o per il peggio. Se siamo ancora attaccati non possiamo adattarci facilmente; stiamo sempre lottando, resistendo, cercando di controllare e manipolare tutto, e poi ci sentiamo frustrati, spaventati o depressi in presenza di questo mondo così ingannevole e pauroso. Se non hai mai contemplato veramente il mondo, se non ti sei mai dato il tempo per conoscerlo e comprenderlo, questo stesso mondo diventa un luogo spaventoso. Diventa come una giungla: non sai cosa c’è dietro il prossimo albero, cespuglio o dirupo: un animale selvaggio, una tigre feroce mangiatrice di uomini, un terribile drago o un serpente velenoso.

Nibbāna vuol dire venire via dalla giungla. Quando ci orientiamo verso il Nibbāna stiamo muovendo verso la pace della mente. Benché le condizioni della mente possano non essere affatto serene, la mente stessa è sempre un luogo in pace. Qui stiamo facendo una distinzione tra la mente e le condizioni della mente. Le condizioni della mente possono essere felici, afflitte, esultanti, depresse, amorevoli o piene d’odio, preoccupate o in preda alla paura, dubbiose o annoiate. Vanno e vengono nella mente, ma la mente stessa, come lo spazio in questa stanza, rimane esattamente così com’è. Lo spazio in questa stanza non ha una qualità che esalti o deprima, giusto? È esattamente così com’è. Per concentrarci sullo spazio nella stanza dobbiamo distogliere l’attenzione dalle cose che vi si trovano. Se ci concentriamo sulle cose presenti nella stanza diventiamo felici o infelici. Diciamo: “Guarda che bell’immagine di Buddha”, oppure se vediamo una cosa che pensiamo sia brutta diciamo: “Oh, che cosa orribile e disgustosa”. Possiamo passare il tempo a guardare la gente nella stanza, pensando se questa o quell’altra persona ci piace oppure no. Possiamo formarci un’opinione sul fatto che le persone siano in questo o in quest’altro modo, ricordare cosa ci hanno fatto in passato, congetturare su cosa faranno in futuro, vedere gli altri come possibili fonti di dolore o gratificazione per noi. Tuttavia, se distogliamo da loro la nostra attenzione questo non vuol dire che dobbiamo scacciare tutti dalla stanza. Se non ci concentriamo su nessuna delle condizioni o non ce ne facciamo assorbire, allora abbiamo una prospettiva, perché lo spazio nella stanza non ha una qualità che esalti o deprima. Lo spazio può contenerci tutti quanti, tutte le condizioni possono andare e venire al suo interno.

Spostandoci dentro di noi, possiamo applicare tutto questo alla mente. La mente è come uno spazio, c’è posto per tutto oppure niente. Non ha veramente importanza se è piena o non contiene nulla, perché una volta che conosciamo lo spazio della mente, la sua vacuità, abbiamo sempre la giusta prospettiva. Nella mente possono arrivare e poi andarsene eserciti oppure farfalle, nuvole cariche di pioggia oppure niente. Ogni cosa può venire e attraversarla, senza che noi cadiamo nella trappola di una cieca reazione, di una disperata resistenza, del controllo o della manipolazione.

Così quando dimoriamo nella vacuità delle nostre menti stiamo mettendo in atto una nuova prospettiva. Non ci stiamo disfacendo delle cose, ma non ci stiamo più facendo assorbire nelle condizioni che esistono nel presente, e non ne stiamo creando delle nuove. Questa è la nostra pratica del lasciar andare. Lasciamo andare la nostra identificazione con le condizioni, vedendo che sono tutte impermanenti e non-sé. Questo è quello che intendiamo con meditazione vipassanā. Vuol dire guardare davvero, essere testimoni, ascoltare, osservare che qualunque cosa viene deve andare. Che sia grossolana o raffinata, buona o cattiva, qualunque cosa che viene e va non è ciò che siamo. Non siamo buoni, non siamo cattivi, non siamo maschi o femmine, belli o brutti. Queste sono le condizioni mutevoli presenti in natura, che sono non-sé. Questa è la via buddhista all’illuminazione: orientarsi verso il Nibbāna, orientarsi verso la spaziosità o la vacuità della mente invece di essere preda delle condizioni.

Ora potreste chiedere: “Beh, se io non sono le condizioni della mente, se non sono un uomo o una donna, questo o quello, allora cosa sono?”. Volete che vi dica chi siete? Mi credereste se lo facessi? Cosa pensereste se corressi fuori e cominciassi a chiedere in giro “chi sono”? È come cercare di vedere i propri occhi: non puoi conoscere te stesso, perché sei te stesso. Puoi solo conoscere ciò che non sei – e questo risolve il problema, non è vero? Se conosci ciò che non sei, allora non si solleva neppure la questione di chi tu sia. Se dicessi: “Chi sono? Sto cercando di trovarmi”, e cominciassi a cercare sotto l’altare, sotto il tappeto, sotto la tenda, pensereste: “Il Venerabile Sumedho è andato proprio fuori di testa, è diventato matto, sta cercando se stesso”. “Sto cercando me stesso, dove sono?” è la domanda più stupida che ci sia. Il problema non è chi siamo, ma il nostro credere e identificarci in ciò che non siamo. È lì la sofferenza, è lì che proviamo infelicità, depressione e afflizione. È la nostra identificazione con tutto ciò che non siamo che è dukkha. Quando ti identifichi con ciò che è insoddisfacente, sarai insoddisfatto e scontento... è ovvio, no?

Così il cammino del buddhista è un lasciar andare, piuttosto che un andare alla ricerca di qualcosa. Il problema è il cieco attaccamento, la cieca identificazione con l’apparenza del mondo sensoriale. Non c’è bisogno di disfarsi del mondo sensoriale, ma occorre imparare da esso e osservarlo, senza permettergli più di trarci in inganno. Continuare a penetrarlo con la saggezza-di-Buddha, continuare a usare questa saggezza-di-Buddha in modo da trovarsi sempre più a proprio agio con l’essere saggi, invece di cercare di diventare saggi. Semplicemente ascoltando, osservando, essendo vigili, essendo consapevoli, la saggezza emergerà con sempre maggiore chiarezza. Vi troverete a usare la saggezza in relazione al corpo, in relazione ai pensieri, sentimenti, ricordi, emozioni, in relazione a tutte queste cose. Le vedrete e ne sarete testimoni, permettendo che vi attraversino, e lasciandole andare.

E a questo punto non avrete altro da fare che essere saggi, momento per momento.

 

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