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Fratelli e sorelle in vecchiaia, malattia e morte

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2004. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Giuliano Giustarini.

Tratto dalla rivista 'Buddhism Now' di Giugno 2002

Se non risvegliamo mai la mente e, al contrario, ci limitiamo a vivere in modo superficiale, seguendo la forza delle abitudini acquisite da giovani, succede che poi, invecchiando, queste abitudini divengono meno vitali, ma più radicate. La forza delle abitudini è come una gabbia: è qualcosa che ci imprigiona. Si parla molto di libertà intesa come possibilità fisica di fare ciò che si vuole, tuttavia questo genere di libertà può condurre alla schiavitù: diventiamo più dipendenti, avvezzi a varie azioni inappropriate, ad atteggiamenti e tendenze che non penetriamo e non superiamo mai.

Ecco perché stare qui, seduti su uno zafu (cuscino di meditazione) per circa una settimana, in ritiro, è come stare in carcere. Vi si dice di stare in silenzio, non dovete uscire, giocare, ballare, cantare, correre per i campi, giocare a calcio, a carte, vestirvi in modo seducente, ascoltare musica. La cosa più divertente che accade in questa situazione è l’arrivo della cioccolata nel pomeriggio, qualche volta.

Quando siete in ritiro, vengono poste restrizioni alle vostre azioni fisiche e alla parola. Ma ci sono anche limiti e restrizioni mentali. Non dovete semplicemente lasciare che la vostra mente se ne vada a zonzo o indugi in fantasie. Al contrario, siete qui per imparare a portare la mente nel presente. La mente scivola nelle sue tiritere, nelle sue abitudini, fantasie o ossessioni, e voi, gentilmente, la riportate al qui e ora, al corpo, al respiro, al silenzio. È un modo gentile di centrarsi e di portare l’attenzione al presente. Ed è il tipo ultimo di restrizione. Sedete qui, nel presente, nel qui e ora, e questo a volta sembra una costrizione.
D’altra parte, questa è la libertà: non siete mere vittime delle abitudini, dei pensieri, dei desideri e delle paure. È un modo per contemplare, coltivare e comprendere questa esperienza della coscienza umana, dell’esistenza umana. ‘Questo’ è ciò che abbiamo. Contempliamo la realtà esistenziale di ‘questo momento’.

Non è un viaggio dell’ego

Su un piano convenzionale siamo tutti qui, in questa stanza, seduti insieme. In termini del ‘così com’è’, invece, voi siete effettivamente nella mia mente. Non intendo davvero la ‘mia’ mente, ma questo è un limite del linguaggio. La stanza è ‘nella mia mente’. I miei occhi e la luce nella stanza mi permettono di vedere e questa è una esperienza cosciente, la coscienza visiva. Voi, quindi, siete nell’esperienza cosciente. Voi potete vedere me, ma io non posso vedere me come oggetto. Posso vedere parti di me, le mie ginocchia e così via, ma non posso avere una visione completa di me. Per ciascuno di noi, questo è l’axis mundi, il centro dell’universo. Ciascuno di noi è il centro dell’universo in termini di esperienza diretta nel presente. Questa è una riflessione su come stanno le cose, non è un viaggio dell’ego. Non si intende “io sono il centro dell’universo” come persona. Non sarebbe una riflessione, ma una percezione cui ci si può aggrappare stupidamente. Nella nostra esperienza siamo sempre il centro di tutto, dal momento della nascita al momento in cui il corpo muore: è così che è. Il resto di noi va e viene. Voi tutti entrate e uscite dalla mia coscienza. E quando ve ne siete andati tutti, io sono ancora qui, ovunque possa essere. Anche se me ne vado, io sto comunque dovunque mi trovi.

È molto importante conoscere questo centro. Si è condizionati a percepire se stessi come personalità, come se ci fosse un’altra persona nella stanza e la propria coscienza magari nel cervello o nella testa. Se non mettiamo mai in dubbio, se non investighiamo mai tutte le opinioni che abbiamo su noi stessi, sul nostro corpo, la nostra personalità, opereremo soltanto da un atteggiamento di ignoranza. Se non ci risvegliamo al modo in cui stanno le cose, se non lo esaminiamo, ci muoviamo nella dimensione degli assensi convenzionali.

Agire secondo un punto di vista influenzato

Possiamo essere tutti d’accordo su certe convenzioni, e ogni determinata cultura ha la sua qualità unica. Perché, per esempio, gli inglesi non sono perfettamente uguali ai francesi? Perché i francesi non sono tutti perfettamente uguali tra loro? E perché gli americani sono diversi dagli inglesi, per non parlare dei cinesi, dei russi, dei tailandesi e degli srilankesi? Gli assunti che acquisiamo crescendo derivano dai pregiudizi del nostro specifico condizionamento etico e sociale. In Yugoslavia si è tornati a identità etnica più piccole. A ogni modo, la paura e il pregiudizio derivano dall’attaccamento alle identità, perché questo non è il centro dell’universo. Essere croati, serbi o americani o qualsiasi altra cosa significa agire secondo un punto di vista influenzato.

Ci si chiede come possano le persone commettere genocidi! 

Ci si chiede come possano le persone commettere genocidi! Come può un gruppo fare strage di un altro gruppo di persone? Quando si finisce nelle abitudini culturali e nelle influenze etniche, allora questi aspetti possono facilmente dominare la mente. Se non si è riflessivi e non si ha nessuna comprensione di come stanno le cose, si è facilmente attirati nei pregiudizi del proprio retroterra etnico. Identificandomi come americano e crescendo durante la Seconda Guerra Mondiale, la mia infanzia è stata influenzata dalla propaganda contro i tedeschi e i giapponesi. Loro erano il nemico! I russi sono stati alleati fino al 1945 e quindi erano i buoni. La propaganda si insinua nella mente in modo da far odiare il nemico.

 Dopo tutto, se dovete uccidere delle persone, prima dovete odiarle. Non potete pensare a loro come a brave persone, ma come a mostri e demoni. A Seattle avevamo poster impressionanti con filo spinato, svastiche e nazisti che trascinavano le donne nei vicoli. Mi ricordo che guardavo quei poster e pensavo che se fossero arrivati in America, avrebbero fatto quelle cose a mia madre. Perciò c’era un senso di orrore, paura, terrore del nemico. La propaganda demonizza, è un processo condizionante. La propaganda non è il modo in cui stanno le cose: al contrario, incoraggia le persone ad attaccarsi a certi punti di vista.

Fratelli e sorelle in vecchiaia, malattia e morte

Uno dei modi in cui i monaci si rivolgono alle persone in Thailandia è dicendo: “Fratelli e sorelle in vecchiaia, malattia e morte”. È interessante pensare che siamo tutti fratelli e sorelle perché condividiamo tutti le stesse cose: vecchiaia, malattia e morte. La sofferenza, perdere ciò che ci piace, essere irritati da ciò che non ci piace, volere qualcosa che non abbiamo, tutti condividono queste cose, che si tratti di africani, sudamericani, australiani o di qualsiasi altra nazione. Ecco, questa è un riflessione. Non ci si chiede di aggrapparci a una grandiosa visione dell’umanità come una sorta di grande famiglia. Questa potrebbe essere una percezione ispirante, bisogna ammetterlo, ma non è una riflessione su come stanno le cose. “Fratelli e sorelle in vecchiaia, malattia e morte”: è la comprensione di come tutti soffriamo per le medesime cose. La mia sofferenza e la vostra sono davvero la stessa cosa. La sofferenza della Regina Elisabetta è uguale alla mia. È diversa nella qualità delle circostanze specifiche, ma la vecchiaia, la malattia, la morte, perdere ciò che piace, essere irritati da ciò che non piace, volere qualcosa che non si ha, sono cose che sperimentiamo tutti. La sofferenza è uguale per i senza tetto o per le persone di qualunque classe sociale, qualunque razza o religione. Il legame è nella comune esperienza umana. Siamo tutti nella stessa barca.

Il Dhamma ci consente di rispettare tutta la vita in quanto tale. Riconosciamo che gli animali provano il nostro stesso dolore. Alcune persone credono che l’esperienza di dolore di un cane (per esempio, quando viene preso a calci) sia diversa dalla loro. Contemplatelo! Io non lo so veramente, non essendo un cane, ma come potrebbe essere diversa? Il cane è un essere cosciente e sensibile. Non solo sente il dolore, ma sente anche la malvagità di quello stato mentale che considera un cane solo come qualcosa da maltrattare. Un cane la percepirà insieme al dolore fisico. Sto riflettendo, semplicemente contemplando il dolore e la sofferenza. Quando contempliamo in questo modo, proviamo empatia per la sofferenza delle creature, non solo gli esseri umani, non solo le persone simpatiche, ma anche quelle orribili.

Sviluppare la gentilezza amorevole

Noi sviluppiamo metta (la gentilezza amorevole), impariamo a rispettare la vita di tutte le creature e abbandoniamo ogni intenzione di far loro del male. È inevitabile fare cose per cui altre creature soffriranno, come, per esempio, semplicemente respirando: è così che stanno le cose. Ma non nuociamo o maltrattiamo deliberatamente nessuna creatura.


La mente riflessiva, dunque, è il punto quieto nel centro. Ecco perché ciascuno di noi è a ragione importante. Potreste avere l’impressione di non essere una persona molto importante, di essere soltanto una dei cinque miliardi e mezzo di persone che vivono su questo pianeta. A volte mi è capitato di pensare: “Se morissi in questo preciso momento, alcune persone potrebbero provare una certa tristezza e sentire per un po’ la mia mancanza, ma presto passerebbe. La maggior parte delle persone non se ne accorgerebbe nemmeno”. Dopotutto, questo è solo un altro corpo sul pianeta, come una formica. Vedendo le formiche brulicare, potreste pensare che se ne uccidete una non avrebbe molta importanza, perché una formica non ha molto valore. In effetti, molte persone potrebbero pensare che sia un bene uccidere quante più formiche è possibile. Ma sono certo che la vita di una formica è importante per la formica. Essa vuole sicuramente vivere come io voglio vivere. Per ciascuno di noi la nostra vita è importante. Che sia importante nel senso ultimo è mera speculazione ma, in termini di esperienza, la nostra vita, la nostra esperienza, è molto importante. Questo è quanto abbiamo; questo è quanto sperimentiamo; questo è il modo in cui stanno le cose; questo è il modo in cui possiamo apprendere, il modo in cui possiamo crescere attraverso la comprensione.

Gli amici spirituali

Nel passato ho concepito i rapporti con gli altri in termini di ‘io’ e ‘te’, di rapportarsi all’altro con l’idea di essere amici spirituali, di sostenerci e aiutarci l’un l’altro verso le mete spirituali e così via. Poi le cose cambiano e ci si sente delusi, traditi, incompresi da qualche altro monaco, e si pensa di dover mettere le cose a posto. Ma più ci si prova e più sorgono problemi e incomprensioni. Alla fine, diventa un continuo rivolgersi l’un l’altro cercando di capire chi ha ragione e chi ha torto, cosa c’è che non va in questo o in quello, chi è da biasimare e chi no. Tutto questo continua e continua al punto in cui non si vuole più vedere l’altra persona: tutto è diventato troppo complicato. Si cerca di risolvere ogni problema, di mettere a posto ogni cosa nella mente, sul piano della realtà convenzionale, ed è un’incessante proliferazione che diventa sempre più complicata.

Riflettere su come stanno le cose, sull’essere il centro dell’universo in questo punto, qui, porta a lasciare andare i problemi anziché crearli. Non posso fare in modo che gli altri lascino andare i problemi, ma posso lasciarli andare io: è qualcosa che io posso fare. Posso risolvere i problemi qui dentro. Non si tratta di trascurare o di negare alcunché, ma di riconoscere la natura della mente e penetrare le illusioni che abbiamo riguardo a noi stessi e agli altri.

I diversi modi di cercare di aiutare gli altri

Ci sono diversi modi di cercare di aiutare gli altri, ma l’unico modo in cui si può davvero aiutare è non creando un problema, confidando nella pura presenza della consapevolezza. Questo è quanto possiamo fare. Questo aiuterà tutto e tutti. Il lasciare andare, ne sono certo, è di beneficio per tutti noi. Essendo consapevoli, nello stato risvegliato, non aggiungiamo, non complichiamo, non creiamo, non proliferiamo, non assumiamo posizioni. Allora, in qualsiasi punto nel tempo, questa entità cosciente nell’universo non sta contribuendo all’ignoranza e alla confusione del resto. Non sembra molto come aiuto possibile per gli altri, ma ripongo la mia fede, la mia fiducia in questa pura consapevolezza, perché è totalmente innocua ed enormemente benefica.

La bontà dell’umanità

Come sappiamo che tutta la bontà dell’umanità non ci aiuti per tutto il tempo? Gli esseri umani compiono nella loro vita quotidiana tante di quelle buone azioni che non fanno mai notizia e alle quali nessuno fa mai caso. Le notizie sono tutte su quanto siamo cattivi. Si può fare un bel film su un monaco buddhista che viola tutte le regole del Vinaya, probabilmente avrebbe molto successo e incasserebbe molto: un monaco buddhista che seduce le donne, inganna, ruba, uccide. Oppure immaginate di fare un film su un monaco che siede perfettamente calmo in meditazione e la sua mente lascia andare il mondo. Non penso che sarebbe un film di successo. 

Pensate a tutta la bontà della vostra vita. È una pratica che incoraggio a fare, perché tendiamo a indugiare sugli sbagli che abbiamo commesso. Esageriamo, facciamo di un mucchietto di terra una montagna, trascuriamo la bontà, la gentilezza, la cura, la generosità. Lo vediamo molto con le madri. Essere madre significa rinunciare ai propri piaceri e interessi per il bene di qualcun altro. La bontà di questi generi di cose può essere completamente ignorata o data per scontata, ma quando contempliamo l’umanità ci rendiamo conto che ogni giorno su questo pianeta si genera un’enorme quantità di bontà, in semplici, comuni esseri umani.

Immaginate come sarebbe se non fossimo affatto buoni; se fossimo completamente egoisti, se vivessimo solo per il nostro vantaggio personale, se ci piacesse perseguitare e ferire gli altri: sarebbe una dimensione infernale. Ma possiamo sentire la tristezza degli altri. Quando sentiamo parlare di genocidi o di persone uccise da bombe solo per essersi trovate nel posto sbagliato, c’è un senso di autentica tristezza. Possiamo sentire la sensazione della perdita degli altri perché anche noi abbiamo sperimentato la perdita. Abbiamo questa capacità di provare empatia per la sofferenza delle persone che non conosciamo affatto.

Essenzialmente, gli esseri umani sono orientati verso la spiritualità
Che cos’è che ci spinge a fare un ritiro di meditazione? In una situazione come questa possiamo cominciare a riconoscere l’aspirazione spirituale della nostra vita, qualcosa di molto buono. Qualcosa di meraviglioso dentro di noi ci porta in un luogo dove ci toccherà soffrire, attraversare i tormenti fisici dello stare seduti, fermi, ad affrontare le ossessioni mentali, le paure che sorgono. Ma c’è una volontà di farlo. Perché? Perché, essenzialmente, gli esseri umani sono orientati verso la spiritualità. Quando contempliamo l’umanità in questo modo, cominciamo ad accorgerci che tutti hanno lo stesso potenziale. È possibile, allora, guardarci reciprocamente come esseri spirituali, invece che come inglesi, francesi, tedeschi, giapponesi o altro.

Nel 1955, quando ero in marina, andai in Giappone. Erano passati dieci anni dalla fine della guerra e io avevo ventun’anni. Eravamo su una nave sussidiaria che viaggiava da San Francisco alle Hawaii per poi dirigersi a una base americana in Giappone. Io non credevo alla propaganda perché non ero così stupido, ma essa aveva comunque un certo effetto sulla mia mente. Una cosa che vidi in Giappone, comunque, fu che erano incredibilmente onesti. Alcuni soldati americani erano piuttosto intenzionati a sfruttare i giapponesi, ma non riscontrai la stessa intenzione tra i giapponesi. Sebbene allora il Giappone fosse una nazione molto povera e la gente cercava di procurarsi gli scarti degli americani, avevano tutti un forte senso di integrità e non rubavano. Da un punto di vista di buone qualità dell’umanità, non è una questione di razza, è una questione di moralità e di integrità personale.

Il buddhismo non è un lavaggio del cervello

Il buddhismo non è una forma di insegnamento che condiziona o pratica il lavaggio del cervello. Non si chiede di adottare i concetti buddhisti o di ripetere sempre frasi buddiste o di indossare abiti buddhisti (sebbene io lo faccia). Non è un processo di condizionamento: è presenza mentale, consapevolezza, lasciare andare il condizionamento. Per me, buddhismo significa ricordarmi del grande dono che ho in ogni momento di questa pura presenza, la capacità di essere pienamente presente.

Gli abiti del monaco buddhista servono alla presenza mentale. Potrei considerarli in termini di attaccamento. In effetti, sono stato attaccato all’abito e a cose del genere. Ma lo scopo di queste cose è di riflettere e ricordarci cosa stiamo facendo. Quando guardo i miei abiti zafferano o arancione (un colore che la gente indossa raramente), essi entrano in contatto con la mia coscienza e mi ricordano i monaci buddhisti, che a loro volta mi ricordano il sangha, la comunità, che a sua volta mi ricorda la facoltà di essere svegli. Allo stesso modo, come si può usare il tempio di Amaravati? Lo possiamo osservare da un punto di vista estetico, da un punto di vista mondano, pratico, utilitaristico, oppure possiamo considerarlo un simbolo. Ci sono reliquie del Buddha poste nel pinnacolo della spirale, ce le ho messe io stesso. Quindi possiamo guardare il pinnacolo, guardare al di là di esso, nel cielo, nello spazio. La nostra coscienza può essere armonizzata con l’infinito, con lo spazio, e non legata ai cinque khandha (forma, sensazione, percezione, attività mentale e coscienza) e alla dimensione condizionata. Si possono usare questi generi di simboli, forme e convenzioni per la consapevolezza anziché per sviluppare atteggiamenti o attaccamenti mondani a diventare un certo tipo di buddhista. Si possono usare come forme che dicono: “Svegliati! Fai attenzione! Sii consapevole!”.

Quando vedete un monaco o una monaca buddhista, potreste dire: “Oh, è Sister Thanasanti”, o “è il Venerabile Thanuttaro”. E in ragione della loro personalità potreste dire: “Sister Thanasanti è così, Venerabile Thanuttaro è così”, o “Questo mi piace, ha una grande personalità. Ma non mi importa molto di lui, non fa molto per me”. Questo è vedere in termini di personalità. D’altra parte, si può vedere la forma in termini di risveglio: la testa rasata, l’abito monastico, possono essere richiami alla consapevolezza.

L’importante è non assumere posizioni

Via via che il buddhismo si diffonde nel mondo occidentale, ci si chiede: “Il monachesimo è necessario? Abbiamo davvero bisogno di monaci e monache? Forse questa roba vecchia funzionava in Asia e ora non serve più?”. Se ne parla molto, specialmente negli Stati Uniti, si vede il monachesimo come qualcosa che “non incontra più le esigenze della gente moderna”. Ma è un’opinione, un punto di vista, che può essere discusso e razionalizzato da entrambe le parti. Potete considerare il monachesimo completamente inutile, oppure potete farne un caso di necessità assoluta. L’importante è non assumere posizioni ma usare le forme del buddhismo, quando ci si presentano, per la consapevolezza invece che per assumere posizioni. 

La prima volta che ho visto un bhikkhu (un monaco buddhista) in carne e ossa, provai una forte eccitazione. All’epoca ero nei Peace Corps a Singapore e una sera me ne stavo seduto a mangiare gnocchi cinesi quando un monaco in abito arancione mi passò accanto. Era a una certa distanza e non parlai con lui, ma quella semplice presenza visiva ebbe un effetto profondo su di me, qualcosa in me risuonò. Non so cosa fosse, ma era una sensazione positiva. In seguito mi recai come turista in Thailandia e in Cambogia e vidi molti monaci buddhisti, ma ogni volta non potevo fare a meno di sentirmi estremamente ispirato dalla loro presenza.

Contemplate la vostra bontà

Contemplate la vostra bontà. In Inghilterra a volte non osiamo farlo perché sembra di vantarsi. O possiamo temere di aumentare il nostro ego. In realtà, tendiamo a indugiare sui nostri sbagli. Se dico a qualcuno “Okay, sii sincero, come sei veramente?”, probabilmente mi si racconteranno i propri errori, poiché la maggior parte delle persone si identifica fortemente con i propri sbagli. A volte deve esserci la determinazione a soffermarsi sulla bontà della propria vita. La mia vita qui ad Amaravati è molto buona e le persone che vengono qui cercano di essere meglio che possono. Stando in questo modo ho potuto assistere a molta bontà umana. E l’intenzione della mia vita è di coltivare il bene e di astenermi dal far del male. L’egoismo dell’umanità fa notizia, eppure la mia esperienza è principalmente di qualcosa di molto buono.

Vivo nel Regno Unito da ventitré anni e la mia esperienza di vita qui è molto buona. Non ho proprio sperimentato il lato oscuro di questo luogo. A volte mi tocca vagamente, ma non molto. Ho fiducia nella forza del Dhamma e nella bontà delle intenzioni, ho ricevuto i benefici di vivere una vita come questa e mi sento molto grato per questo. Aver avuto l’opportunità di essere un monaco, di vivere nei monasteri e di vivere qui in Inghilterra come monaco buddhista è qualcosa che non mi sarei mai aspettato nella vita, neanche nelle mie fantasie più sfrenate. Ricordo di aver avuto fantasie su una vita monastica in Asia, a volte mi sono visto abitare in una grotta come un eremita, in uno stato di estasi e di gioia, oppure come in quei dipinti cinesi in cui c’è il piccolo monaco seduto ai piedi di un salice ad ascoltare il rumore delle cascate; immagini come queste. Ma mai una volta mi sono visto nel Hertfordshire!

Sto parlando di rallegrarci della bontà degli esseri senzienti, il che non significa non essere consapevoli della cattiveria o rifiutare di ammettere che nell’umanità ci sono meschinità e malvagità. Non è questo. Ne siamo già molto consapevoli, non abbiamo bisogno di coltivare questo tipo di consapevolezza, ma di rallegrarci della bontà degli esseri coscienti dalla notte dei tempi: questo genere di riflessione è un modo molto positivo di vedere l’umanità. Si può iniziare a riconoscere la bontà in noi stessi e in tutti gli esseri umani, siano senza tetto, gente di strada o altro. Può capitare di avere un atteggiamento arrogante, pensare che per qualche motivo si abbia più diritto di un’altra persona di stare qui: “La mia vita è più importante di quella di qualcuno di un’altra razza, o di una persona che vive per la strada, un barbone. Io sono più utile di loro alla società. La mia vita è più importante della loro”. Come sembra questo? Contemplatelo. A me non suona vero che la mia vita sia più importante di quella di un altro essere.

Il potenziale che abbiamo tutti

Si può riconoscere il potenziale che abbiamo tutti, che il valore della vita stia nella consapevolezza risvegliata invece che nell’imporre la propria volontà agli altri, invece che nell’ignoranza, nella paura e nel desiderio. Possiamo cominciare a vedere, a modo nostro, il potenziale che abbiamo come esseri umani, come entità coscienti nell’universo, riconoscendo la forza che abbiamo, che ogni individuo possiede, una volta che purifica la mente e vede come stanno le cose. L’enorme forza della bontà e della compassione pervade la forma umana quando ci liberiamo dall’oscurità, dalla cecità cui ci attacchiamo schiavi di un condizionamento ottuso, insensato. Contemplate come è insensata la vita se non si è altro che un essere umano condizionato, come diventa deprimente. Riuscireste a vedervi solo attraverso percezioni strette e rigide, incapaci di apprezzare il dono che avete, che potete aver dimenticato o non riconosciuto.

Nel risvegliarsi al Dhamma, l’individuo umano è come un canale di benedizioni. Penso per esempio a Luang Por Chah, e lo vedo come un essere umano simile a un canale: tutte le benedizioni, la bontà, scorrevano attraverso lui e giungevano a tutti noi. E questo è stato soltanto grazie alla forza della mente di un unico essere umano, grazie al suo lasciare andare l’ignoranza, per non parlare di tutti gli altri che potrebbero aver fatto lo stesso e che noi non conosciamo o di cui non abbiamo mai sentito parlare.

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