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La via di Luang Por

del venerabile Ajahn Jayasaro

© Ass. Santacittarama, 2002. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Chandravimala Candiani.


 

 

IL MIO PRIMO INCONTRO CON AJAHN CHAH avvenne durante la luna piena nel dicembre del 1978. Quell’anno, avevo passato il ritiro delle piogge, come laico con gli otto precetti, con Ajahn Sumedho a Oakenholt, in Inghilterra. Dopo il ritiro ero partito per la Thailandia. Arrivato a Wat Pah Pong, il venerabile Pamutto, un monaco australiano a quel tempo residente lì, mi portò da Ajahn Chah. Era seduto sotto il suo kuti e sorbiva una bevanda. Mi guardò e mi sorrise con grande calore. Mi tese la bevanda che aveva in mano, così mi allungai carponi e la presi. Tornato al mio posto, mi ritrovai con gli occhi pieni di lacrime. Rimasi per un po’ sopraffatto dall’emozione. Da quel giorno penso di non aver mai desiderato di lasciare il monastero o di fare qualsiasi altra cosa, fuorché essere discepolo di Ajahn Chah.  

Spesso la gente pensava che ci fossero dei problemi linguistici per gli occidentali che volevano stare al monastero, ma non era così. Una volta, qualcuno chiese ad Ajahn Chah: “Luang Por, come insegni ai tuoi discepoli occidentali? Parli inglese o francese? Giapponese o tedesco?”

“No.” ripose Ajahn Chah.

“E allora come fai a gestirli tutti?”

“Capofamiglia, – chiese Ajahn Chah – a casa tua hai bufali d’acqua?”

“Sì, Luang Por.” fu la risposta.

“Hai mucche, cani o galline?”

“Sì, Luang Por.”

“Dimmi – chiese Luang Por – parli la lingua dei bufali o quella delle mucche?”

“No.” rispose il capofamiglia.

“E come fai allora?”

Il linguaggio non era molto importante per Luang Por. Sapeva penetrare oltre gli orpelli esteriori del linguaggio e della cultura. Riusciva a vedere come fondamentalmente tutte le menti girano intorno agli stessi vecchi cerchi di avidità, odio e illusione. Il suo metodo di tirocinio consisteva nel puntare direttamente al modo in cui funziona la nostra mente. Dimostrava in continuazione come la brama dia origine alla sofferenza, aiutandoci in sostanza a vedere direttamente le Quattro Nobili Verità. E per lui il miglior metodo per esporre il desiderio era quello di frustrarlo. Nel suo vocabolario, le parole ‘insegnare’ e ‘tormentare’ erano più o meno intercambiabili.

Questo tipo di tirocinio può funzionare solo se tutti nel monastero hanno grande fiducia nel maestro. Se ci fosse il minimo sospetto che il maestro si comporti così per avversione o per desiderio di potere, non ne risulterebbe allora alcun beneficio. Nel caso di Ajahn Chah, chiunque poteva scorgere il suo immenso coraggio e la sua forza d‘animo, avendo così fiducia che il suo comportamento nasceva dalla compassione.

Innanzi tutto, egli insegnava il lasciar andare. Ma insegnava anche cosa fare quando non si riesce a lasciar andare. “Tolleriamo” avrebbe detto lui. Di solito, la gente apprezza intellettualmente i discorsi sul lasciar andare, ma quando si trovano davanti a un ostacolo non riescono a farlo. L’insegnamento della tolleranza paziente era un aspetto centrale del suo modo di insegnare. Cambiava continuamente le abitudini del monastero, in modo che non ci si potesse fissare nelle consuetudini. Come risultato ti ritrovavi a non saper bene su cosa ti tenevi in piedi. E lui era sempre lì ad osservare, così che non ti abbandonassi alla distrazione. Questo è uno dei grandi vantaggi del vivere con un maestro, si sente il bisogno di essere consapevoli.

Venendo a conoscenza degli anni giovanili di Ajahn Chah, è stato ispirante per me scoprire quanti problemi avesse avuto. Le biografie dei grandi maestri ti lasciano l’impressione che i monaci siano perfettamente puri già dagli otto o nove anni e che non abbiano da lavorare per la loro pratica. Ma per Ajahn Chah la pratica fu molto difficile; prima di tutto ebbe moltissimo desiderio sensuale. Ebbe anche un forte desiderio per la bellezza degli oggetti, come le ciotole o le tuniche. Affrontò con risolutezza queste tendenze, decidendo che non avrebbe mai chiesto niente, anche se era permesso dalla Disciplina. Raccontò una volta come le sue tuniche andassero a pezzi; la sua sottoveste era diventata sottile come carta tanto che doveva camminare con molta attenzione perché non si spaccasse. Un giorno, distrattamente, si accovacciò e così la sottoveste si ruppe del tutto. Non aveva stoffa per rammendarla, ma gli vennero in mente gli stracci per pulirsi i piedi nella sala di riunione. Così, li andò a prendere, li lavò e riaggiustò la sua tunica.

Quando più tardi ebbe dei discepoli, eccelleva nella scelta di mezzi abili per aiutarli: aveva avuto lui stesso così tanti problemi! In un’altra occasione, parlò di come aveva preso la risoluzione di lavorare intensamente col desiderio sensuale. Decise che per i tre mesi del ritiro delle piogge non avrebbe mai guardato una donna. Avendo una forte volontà, ci riuscì. L’ultimo giorno del ritiro, arrivò molta gente al monastero per portare le offerte. Pensò: ormai l’ho fatto per tre mesi, vediamo ora cosa succede. Sollevò lo sguardo e in quel momento c’era una giovane donna proprio di fronte a lui. Disse che l’impatto fu come essere colpito da un fulmine. Fu allora che comprese che il semplice contenimento sensoriale, benché essenziale, non era sufficiente. Non importava quanto contenuti si poteva essere riguardo alla vista, all’udito, all’olfatto, al gusto, al corpo e alla mente, se non c’è saggezza per comprendere la vera natura del desiderio, la libertà da esso era impossibile.

Ha sempre sottolineato l’importanza della saggezza: non solo contenimento, ma consapevolezza e contemplazione. Buttarsi nella pratica con grande gusto, ma poca capacità riflessiva ha come risultato una forte pratica di concentrazione, ma porta alla fine alla disperazione. I monaci che praticano così di solito arrivano a un punto in cui decidono di non avere ciò che è necessario per riuscire in questa loro esistenza e così lasciano la veste. Egli insistette che lo sforzo continuo è molto più importante del fare un grande sforzo per un breve periodo, per poi lasciar perdere tutto. Giorno per giorno, mese per mese, anno per anno: questo è il vero strumento della pratica.

Ciò che occorre nella pratica della consapevolezza, insegnava, è una costante consapevolezza di cosa pensiamo, facciamo o diciamo. Non è importante se siamo o meno in ritiro, se siamo in monastero o siamo in pellegrinaggio; ciò che conta è la perseveranza. Quello che sto facendo ora: perché lo sto facendo? Osservare continuamente per vedere cosa accade nel momento presente. Questo stato mentale è grossolano o purificato? All’inizio della pratica, spiegava, la nostra consapevolezza è intermittente come l’acqua che gocciola da un rubinetto. Ma continuando, gli intervalli tra le gocce diminuiscono e si può creare alla fine un flusso. Questo flusso di consapevolezza è ciò a cui miriamo.

E’ significativo che egli non parlasse granché dei livelli d’illuminazione o dei vari stadi di assorbimento concentrativo (jhana). Era consapevole di come la gente tenda ad attaccarsi a questi termini e concetti della pratica, come il passare da uno stato a un altro. Una volta qualcuno gli chiese se il tale o il tal altro fossero arahant, fossero illuminati. Rispose: “Se lo sono, lo sono. Se non lo sono, non lo sono. Tu sei quel che sei, non sei come loro. Dunque, fai la tua pratica.” Tagliava corto con domande del genere.

Quando gli facevano domande sulla sua realizzazione, non parlava mai elogiandosi, né si faceva mai alcun vanto. Parlando della stoltezza della gente, non diceva mai: “Tu pensi così o cosà” o “Tu fai così o cosà”, ma piuttosto: “Noi facciamo così”. La capacità di parlare in modo personale faceva sì che i suoi ascoltatori se ne andassero sentendo che aveva parlato direttamente a loro. Spesso succedeva anche che qualcuno arrivava con dei problemi personali di cui avrebbe voluto discutere con lui, e che la sera stessa, egli facesse un discorso proprio su quel tema.

Nel coordinare i suoi monasteri, prese molte idee dal grande maestro di meditazione Ajahn Mun, ma anche da altri luoghi che egli visitò durante i suoi anni di pellegrinaggio. Mise sempre molto l’accento sul senso della comunità. In una sezione del Mahaparinibbana Sutta (dialoghi del Buddha, sutta n° 16) il Buddha spiega che il bene del Sangha dipende dall’incontrarsi spesso, numerosi, in armonia e nel discutere insieme. E Ajahn Chah lo sottolineò moltissimo.

La disciplina del Bhikkhu, il Vinaya, era per Ajahn Chah uno strumento essenziale di tirocinio. L’aveva scoperto nella sua stessa pratica. Spesso teneva discorsi su questo argomento fino all’una o alle due di notte; e la campana suonava poi alle tre per i canti del mattino. Spesso, i monaci non volevano tornare nei loro kuti, temendo di non riuscire a svegliarsi, così si sdraiavano sotto un albero.

Specialmente nei primi anni del suo insegnamento, la vita era molto dura. Anche cose essenziali, come lanterne e torce erano rare. A quei tempi, la foresta era buia e fitta, con molti animali feroci. A notte alta, si sentivano i monaci tornare alle loro capanne, creando forti rumori, pestando i piedi e cantando. Una volta furono donate al monastero venti torce. Ma una volta consumate le pile, ritornarono nelle scorte, perché non c’erano pile nuove.

Ajahn Chah era talvolta molto duro con chi viveva con lui. Lui stesso ammetteva di essere in vantaggio sui suoi discepoli, diceva che quando la sua mente entrava in samadhi (concentrazione) per mezz’ora, per lui era come aver dormito tutta la notte.

Talvolta, parlava letteralmente per ore. Continuando a parlare e riparlare sempre delle stesse cose, raccontando la stessa storia centinaia di volte. Per lui ogni volta era come se fosse la prima. Se ne stava seduto ridacchiando e sogghigando e tutti guardavano l’orologio chiedendosi quando li avrebbe lasciati andare.

Sembrava avere un debole per chi soffriva molto, cioè di solito i monaci occidentali. C’era un monaco inglese, il venerabile Thitappo, a cui dedicò molta attenzione; il che significa che lo tormentò terribilmente. Un giorno, c’erano molti visitatori al monastero e, come faceva spesso, Ajahn Chah elogiava ai thailandesi i monaci occidentali, per istruirli. Spiegava quanto gli occidentali fossero intelligenti, quante cose riuscissero a fare e che buoni discepoli fossero. “Tutti, – disse – eccetto costui, – e indicò il venerabile Thitappo – che è veramente stupido.” Un’altra volta, chiese al venerabile Thitappo: “Ti arrabbi quando ti tratto così?” Il venerabile Thitappo rispose: “A cosa servirebbe? Sarebbe come arrabbiarsi con una montagna.”

Spesso, qualcuno diceva ad Ajahn Chah che era come un maestro Zen. “No, – replicava lui – io sono come Ajahn Chah.”

Una volta, arrivò in visita un monaco coreano a cui piaceva presentargli dei koan, Ajahn Chah era completamente confuso, pensava che fossero barzellette. Era interessante vedere come si dovessero conoscere le regole del gioco per poter dare la risposta giusta. Un giorno, questo monaco raccontò ad Ajahn Chah la storia della bandiera e del vento e chiese: “E’ la bandiera che si muove o è il vento?” Ajahn Chah rispose: “Nessuno dei due; è la mente.” Il monaco coreano la trovò una risposta meravigliosa e immediatamente si inchinò ad Ajahn Chah. A quel punto, Ajahn Chah confessò di aver letto la storia nella traduzione thailandese di Hui Neng.

Molti di noi tendono a confondere la profondità con la complessità, così ad Ajahn Chah piaceva dimostrare come la profondità fosse in effetti semplicità. La verità dell’impermanenza è la cosa più semplice del mondo, ma è anche la più profonda. Ajahn Chah continuava a sottolinearlo. Diceva che la chiave per vivere nel mondo con saggezza sta nel ricordare regolarmente la natura cambiante delle cose. “Non c’è niente di sicuro.” ci ricordava in continuazione, usando l’espressione thailandese: “Mai-naa!”, che significa “incerto”. L’insegnamento che non c’è niente di certo, diceva, riassume tutta la saggezza del buddhismo. “In meditazione, – insisteva – non possiamo superare gli ostacoli, se non li comprendiamo pienamente.” Il che significa conoscere la loro impermanenza.

Parlava spesso di “uccidere le contaminazioni”, anche in questo caso nel senso di vederne l’impermanenza. “Uccidere le contaminazioni” è un’espressione idiomatica della tradizione meditativa della foresta del nord est della Thailandia. Significa che, vedendo con penetrante chiarezza la vera natura delle contaminazioni, le riesci a superare.

Anche se in questa tradizione si considera impegno di un bhikkhu dedicarsi alla pratica formale, questo non significa che non ci fossero lavori da fare. Quando è necessario lavorare, lavora. E non creare un inutile trambusto. Il lavoro non è affatto diverso dalla pratica formale, se si ha una conoscenza corretta dei principi che si applicano in entrambe le situazioni, perché si tratta pur sempre dello stesso corpo e mente.

E nei monasteri di Ajahn Chah quando i monaci lavorano, lavorano davvero. Una volta, Ajahn Chah voleva che venisse costruita una strada per il monastero di montagna Wat Tum Saeng Pet, e il dipartimento stradale si offrì di collaborare. Ma per molto tempo continuarono a rimandare. Così, Ajahn Chah portò lassù i monaci perché lavorassero loro. Tutti lavoravano dalle tre del pomeriggio alle tre del mattino seguente.

Era permessa una pausa solo dopo le cinque, quando scendevano dalla collina verso il villaggio per il giro dell’elemosina. Dopo il pasto, potevano di nuovo riposare fino alle tre, per poi ricominciare di nuovo a lavorare. Ma Ajahn Chah non riposava mai; era sempre impegnato a ricevere i visitatori. E quando era ora di lavorare, non si limitava alla direzione dei lavori. Si univa agli altri nel duro lavoro di sollevare e trasportare pietre. Era di grande ispirazione per i monaci: attingere acqua dal pozzo, spazzare e così via, era sempre pronto e presente, finché la sua salute non cedette.

Ajahn Chah non era sempre benvisto nella sua provincia nel nord est della Thailandia, anche se aveva portato molti cambiamenti importanti nella vita degli abitanti. Nei loro sistemi di credenza c’era un grande retaggio di animismo e superstizione. Pochissimi praticavano la meditazione per paura che li facesse impazzire. Erano più interessati ai poteri magici e ai fenomeni psichici che al buddhismo. Era molto praticata l’uccisione di animali per il conseguimento di meriti. Ajahn Chah era esplicito riguardo a questi argomenti, così, all’inizio, si fece molti nemici.

Tuttavia, erano sempre in molti ad amarlo. Ed era chiaro che non se ne avvantaggiava mai. In effetti, se qualcuno dei suoi discepoli entrava in troppa familiarità con lui, lo mandava via. Talvolta, i monaci si attaccavano a lui, e lui prontamente li mandava in qualche altro monastero. Con le sue qualità carismatiche, sottolineava spesso l’importanza del Sangha, dello spirito di comunità.

Mi ricordo che un Capodanno, secondo le usanze, arrivarono in molti al monastero. Dopo i canti serali, Ajahn Chah tenne un discorso, seguito dalla meditazione. Poco prima della mezzanotte, qualcuno entrò ad annunciare che dal monastero del villaggio era arrivato un monaco anziano. Ricordo come Ajahn Chah uscì a ricevere personalmente il monaco: rientrò portando la borsa del monaco e si mise a distendergli la stoffa per sedersi. Poi si prostrò nei più bei tre inchini che io abbia mai visto. Espresse in ogni modo una sincera umiltà, come se fosse un monaco appena ordinato. In mezzo a centinaia di suoi discepoli, sembrava completamente immune a tutte le sensazioni di inadeguatezza che molti di noi sentivano.

Penso che proprio perché Ajahn Chah non era nessuno di particolare riusciva ad essere chiuque volesse. Se sentiva che era necessario essere fieri, lo era. Se sentiva che qualcuno aveva bisogno di calore e di gentilezza, glieli offriva. Avevi la sensazione che poteva essere qualsiasi cosa fosse utile alla persona con cui si trovava. Ed era molto chiaro riguardo all’appropriata comprensione delle convenzioni. Una volta, qualcuno gli pose una domanda circa i meriti degli arahant e dei bodhisattva. Rispose: “Non essere un arahant, non essere un bodhisattva, non essere proprio nessuno. Se sei un arahant, soffrirai; se sei un bodhisattva, soffrirai, qualsiasi cosa tu sia, soffrirai.” Avevi la sensazione che lui non fosse nessuno in particolare. La qualità da cui ci si sentiva ispirati era la luce del Dhamma che lui rifletteva; non era lui in quanto persona.

Dunque, fin dal mio primo incontro con Ajahn Chah, ebbi l’inscalfibile convinzione che questa via è davvero possibile, che funziona, che è buona. E ho coltivato l’impegno a riconoscere che se ci sono dei problemi, sono io che li creo, non il sistema nè gli insegnamenti. Questa valutazione ha reso le cose molto più facili.

E’ importante riuscire ad imparare da tutti gli alti e bassi che attraversiamo nella pratica. E’ importante arrivare a sapere come “essere per noi stessi un rifugio”, per vedere da noi stessi con chiarezza. Quando penso che pantano di egoismo e di follia avrebbe potuto essere la mia vita... E poi rifletto sugli insegnamenti e i benefici che ho ricevuto, penso che voglio dedicare la mia vita per far onore al mio maestro. Questa riflessione è stata una sorgente di forza. Una forma di sanghanusati, di “contemplazione del Sangha”, di riflessione sul grande debito che abbiamo con i nostri insegnanti.

Spero che possiate trovare tutto questo di qualche aiuto alla vostra pratica.

Ajahn Jayasaro, monaco inglese, era, fino a poco tempo fa, abate in Thailandia del Wat Pah Nanachat. Adesso sta lavorando alla traduzione in inglese della biografia ufficiale di Luang Por Chah, da lui scritta in thailandese e distribuita nel 1993 in occasione del funerale. Questo discorso è stato tratto da una antologia di insegnamenti di discepoli occidentali di Ajahn Chah, "Seeing the Way", in corso di traduzione in italiano per future pubblicazioni.  

 

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