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Liberi dal dubbio

del venerabile Ajahn Chah

© Ass. Santacittarama, 2006. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA. 

Dal libro "Everything Is Teaching Us"

Traduzione di Chandra Livia Candiani.

 

La tranquillità è stabilità; il flusso è saggezza.

Pratichiamo la meditazione per calmare la mente e renderla stabile;

allora, può fluire.

 

Stare o andare non è importante; importante è il nostro pensiero. Lavorate, dunque, insieme, collaborate e vivete in armonia. Questo dovrebbe essere il lascito da creare qui a Wat Pah Nanachat Bung Wai, il Monastero internazionale della Foresta del distretto di Bung Wai. Non lasciate che diventi Wat Pah Nanachat Wun Wai, il Monastero internazionale della Foresta per la Confusione e il Disagio [Uno dei giochi di parole preferiti da Ajahn Chah]. Chiunque venga a stare qui dovrebbe collaborare a creare questo lascito.

Tutti vogliamo riuscirci, ma in qualche modo ancora non ce la facciamo; le nostre capacità non sono abbastanza mature. Le nostre pāramī (perfezioni spirituali) non sono perfette. E’ come un frutto che sta ancora maturando sull’albero. Non potete forzarlo a essere dolce, non è ancora maturo, è piccolo e aspro, semplicemente perché non ha ancora finito di crescere. Non potete costringerlo a essere più grosso, a essere dolce, a essere maturo, dovete lasciarlo crescere secondo la sua natura. Col passare del tempo e il mutare delle condizioni, le persone possono giungere alla maturità spirituale. Col passare del tempo, il frutto crescerà, maturerà e si farà dolce spontaneamente. Con questo atteggiamento, potete sentirvi a vostro agio. Ma se siete impazienti e insoddisfatti, continuate a chiedere: "Perché questo mango non è ancora dolce? Perché è aspro?" E’ aspro perché non è ancora maturo. Così è la natura del frutto.

Così sono le persone nel mondo. Mi viene in mente l’insegnamento del Buddha sui quattro tipi di loto. Alcuni sono immersi nel fango, alcuni sono cresciuti fuori dal fango, ma sono sott’acqua, altri sono sulla superficie dell’acqua e altri ancora sono saliti fuori dall’acqua e sono sbocciati. Il Buddha era capace di trasmettere i suoi insegnamenti a tanti esseri così diversi perché capiva i differenti livelli del loro sviluppo spirituale. Dovremmo pensarci e non sentirci angustiati per quel che accade qui. Considerate voi stessi come qualcuno che vende una medicina. E’ vostra responsabilità pubblicizzarla e metterla a disposizione. Se qualcuno si ammala, è probabile che venga e la compri. Allo stesso modo, se le qualità spirituali delle persone maturano a sufficienza, un giorno probabilmente svilupperanno la fede. Non è qualcosa a cui possiamo forzarli. Vedendola in questo modo, ci sentiremo bene.

Vivere qui in questo monastero ha certo un senso profondo. Non è privo di benefici. Cercate tutti di praticare insieme in armonia e amicizia. Quando incontrate degli ostacoli o provate sofferenza, ricordate le virtù del Buddha. Qual è la conoscenza realizzata dal Buddha? Cosa insegnò il Buddha? Cosa rivela il Dhamma? Come pratica il Sangha? Ricordarsi costantemente delle qualità dei Tre Gioielli procura un profondo beneficio.

Non è importante se siete tailandesi o venite da altri paesi. E’ importante vivere in armonia e lavorare insieme. Le persone vengono da tutto il mondo per visitare questo monastero. Quando arrivano a Wat Pah Pong, li esorto a stare qui, a visitare il monastero, a praticare. State creando un lascito. E sembra che questo nutra la fede del popolo e lo allieti. Dunque, non dimenticate voi stessi. Dovreste guidare le persone anziché esserne guidati. Fate del vostro meglio per praticare bene e per stabilizzarvi saldamente, e i buoni risultati arriveranno.

Avete ora dei dubbi sulla pratica che desiderate sciogliere?

Domanda: Quando la mente non pensa granché, ma è in uno stato buio e appannato, dovremmo fare qualcosa per ravvivarla? O semplicemente sederci con quello stato?

Ajahn Chah: Ti succede sempre o solo quando siedi in meditazione? Com’è esattamente questa oscurità? E’ mancanza di discernimento?

Domanda: Quando siedo in meditazione, non sono sonnolento, ma la mente è offuscata, è come densa o opaca.

Ajahn Chah: Dunque, vorresti rendere la mente saggia, giusto? Cambia la postura e fai moltissima meditazione camminata. Ecco cosa puoi fare. Cammina per tre ore alla volta, finché ti senti veramente stanco.

Domanda: Faccio la meditazione camminata un paio di ore al giorno, e di solito mentre la faccio, ci sono un sacco di pensieri. Ma quel che mi preoccupa è questo stato di oscurità quando siedo. Devo solo cercare di esserne consapevole o ci sono degli strumenti per contrastarlo?

Ajahn Chah: Penso che forse le tue posture non sono equilibrate. Quando cammini, hai un sacco di pensieri. Dunque, dovresti fare molta contemplazione discorsiva; allora la mente può ritirarsi dal pensiero. Non ci resta bloccata. Ma non preoccuparti. Per ora, aumenta il tempo della meditazione camminata. Concentrati su di essa. E se la mente divaga, falla uscire allo scoperto e pratica una contemplazione, come per esempio l’investigazione del corpo. L’hai mai praticata con continuità anziché come riflessione occasionale? Quando sperimenti questo stato ottenebrato, ne soffri?

Domanda: Mi sento frustrato a causa del mio stato mentale. Non sto sviluppando né samadhi, né saggezza.

Ajahn Chah: Quando sei in questa condizione mentale, la sofferenza sorge a causa della non conoscenza. C’è dubbio, come per esempio sul perché la mente sia così. Il principio importante in meditazione è qualunque cosa accada, di non dubitare. Il dubbio non fa che accrescere la sofferenza. Se la mente è chiara e sveglia, non dubitarne. Continua a praticare diligentemente senza lasciarti prendere da reazioni a quello stato. Prendi nota e sii consapevole del tuo stato mentale, e non avere dubbi. E’ solo così com’è. Quando nutri dei dubbi e cominci ad aggrapparti a essi e a dargli significato, allora arriva l’oscurità.

Quando pratichi, questi stati sono solo situazioni che incontri durante il percorso. Non hai bisogno di nutrire dei dubbi. Notali con consapevolezza e continua a lasciar andare. C’è sonnolenza? La tua seduta tende di più alla sonnolenza o a uno stato di veglia?

(Nessuna risposta)

Forse è più difficile ritornare alla consapevolezza se eri immerso nella sonnolenza! Se ti succede, medita con gli occhi aperti. Non chiuderli. Piuttosto, focalizza lo sguardo su un punto, come la fiamma di una candela. Non chiudere gli occhi! Ecco un modo per evitare l’ostacolo dell’assopimento.

Quando siedi, puoi chiudere gli occhi di tanto in tanto e se la mente è chiara, priva di torpore, puoi continuare a sedere con gli occhi chiusi. Se è appannata e sonnolenta, apri gli occhi e focalizzati su un punto. E’ simile alla meditazione coi kasiņa. In questo modo, rendi la mente sveglia e tranquilla. La mente sonnolenta non è tranquilla; è oscurata dall’impedimento ed è nel buio.

Bisognerebbe dire qualcosa anche del sonno. Semplicemente, non si può andare avanti senza dormire. E’ la natura del corpo. Se stai meditando e ti sopraffa una sonnolenza intollerabile, estrema, allora dormi. Questo è un modo di domare l’impedimento quando ti sopraffa.

Altrimenti, continua a praticare, con gli occhi aperti, se hai questa tendenza alla sonnolenza. Dopo un po’, chiudi gli occhi e verifica il tuo stato mentale. Se c’è chiarezza, puoi praticare con gli occhi chiusi. Poi, dopo un po’, fai una pausa. Ci sono persone che lottano continuamente contro il sonno. Si costringono a non dormire, e il risultato è che quando siedono sono trascinati dal sonno e non fanno che crollare, sedendo in uno stato inconsapevole.

Domanda: Ci si può concentrare sulla punta del naso?

Ajahn Chah: Va bene. Qualunque cosa ti si confà, con qualunque cosa tu ti senta a tuo agio e ti aiuti a fissare la mente, a focalizzarti, va bene.

Le cose stanno così: se ci attacchiamo agli ideali, e prendiamo le istruzioni che ci vengono date troppo alla lettera, può diventare difficile comprendere. Quando facciamo una meditazione di base, come per esempio la consapevolezza del respiro, prima di tutto dovremmo essere determinati a fare ora questa pratica, e a fare della consapevolezza del respiro il nostro fondamento. Ci focalizziamo sul respiro in tre punti, quando passa dalle narici, nel torace e nell’addome. Quando l’aria entra, prima di tutto, passa dal naso, poi nel torace, poi, come punto finale, nell’addome. Nel lasciare il corpo, il punto iniziale è l’addome, quello mediano il torace e finale il naso. Semplicemente, lo notiamo. Questo è un modo per cominciare a controllare la mente, ponendo la consapevolezza su questi punti all’inizio, in mezzo e alla fine delle ispirazioni e delle espirazioni.

Prima d’iniziare, dovremmo sederci e lasciare che la mente si rilassi. E’ come cucire a macchina dei vestiti. Quando stiamo imparando a usare la macchina, ci sediamo davanti a essa per conoscerla e metterci a nostro agio. In questo caso, ci sediamo e respiriamo. Senza fissare la consapevolezza su niente in particolare, semplicemente prendiamo nota che stiamo respirando. Notiamo se il respiro è rilassato o no e se è lungo o corto. Dopo averlo notato, cominciamo a focalizzarci sull’inspirazione e l’espirazione nei tre punti.

Pratichiamo così finché diventiamo abili e l’esperienza scorre in modo facile. Lo stadio successivo consiste nel focalizzare la consapevolezza solo sulla sensazione del respiro sulla punta del naso o sul labbro superiore. A questo punto, non ci interessa se il respiro sia lungo o corto, ci limitiamo a focalizzarci sulla sensazione del suo entrare e uscire.

Fenomeni diversi possono entrare in contatto coi sensi o possono sorgere dei pensieri. Lo chiamiamo pensiero iniziale (vitakka). Nella mente emerge un’idea, riguardo la natura dei fenomeni composti (sankhārā), riguardo al mondo o a qualsiasi altra cosa. Una volta che la mente ha fatto sorgere un pensiero, vorrà restarne coinvolta e fondersi con esso. Se è un oggetto salutare, lascia che la mente lo faccia emergere. Se non è salutare, interrompilo immediatamente. Se è salutare, lascia che la mente lo contempli, e nasceranno contentezza, soddisfazione e felicità. La mente sarà luminosa e chiara; mentre il respiro entra ed esce e la mente fa sorgere questi pensieri iniziali. Poi, diventa pensiero discorsivo (vicāra). La mente sviluppa familiarità con l’oggetto, esercitandosi e fondendosi con esso. A questo punto, non c’è sonnolenza.

Dopo un intervallo di tempo appropriato dedicato a questo, riporta l’attenzione al respiro. Mentre continui così, nascerà il pensiero iniziale e poi quello discorsivo. Se contempli in modo appropriato un oggetto, come la natura dei sankhārā, la mente sperimenterà una tranquillità più profonda e nascerà il rapimento. C’è vitakka e vicāra e questo conduce alla felicità della mente. Non ci sarà né annebbiamento, né sonnolenza. Se si pratica così, la mente non sarà buia. Sarà lieta ed estatica.

Questo rapimento, dopo un po’, comincerà a diminuire e a svanire, dunque puoi far di nuovo emergere il pensiero iniziale. La mente diventerà ferma e salda con esso, priva di distrazioni. Poi, torna di nuovo al pensiero discorsivo, in modo che la mente diventi una con esso. Quando pratichi una meditazione che si confà al tuo temperamento e la pratichi bene, allora ogni volta che fai emergere l’oggetto, sorge il rapimento: i peli del corpo si drizzano e la mente è estatica e soddisfatta.

Quand’è così, non può esserci ottundimento o sonnolenza. Non avrai alcun dubbio. Avanti e indietro tra il pensiero iniziale e quello discorsivo, iniziale e discorsivo, ancora e ancora, e sorge il rapimento. Allora, nasce sukha (la beatitudine).

Questo accade nella pratica seduta. Dopo esserti seduto per un po’, puoi alzarti e fare meditazione camminata. La mente può restare uguale nella camminata. Non è sonnolenta, ha vitakka e vicāra, vitakka e vicāra, e poi il rapimento. Non ci sarà nessuno dei nīvarana e la mente sarà pura. [I nīvarana sono i cinque ostacoli: desiderio, rabbia, irrequietezza e agitazione, indolenza e torpore, dubbio.] Qualunque cosa accada, non preoccuparti; non hai bisogno di dubitare di alcuna esperienza, che sia di luce, di beatitudine o qualsiasi altra cosa. Non nutrire dubbi su queste condizioni della mente. Se la mente è buia, se è luminosa, non fissarti su queste condizioni, non attaccarti a esse. Lascia andare, lasciale da parte. Continua a camminare, continua a notare cosa sta succedendo, senza restarne intrappolato o infatuato. Non soffrire di queste condizioni della mente. Non nutrire dubbi a questo riguardo. Sono solo quel che sono, seguono il corso dei fenomeni mentali. Certe volte, la mente sarà gioiosa. Certe volte triste. Ci può essere felicità o sofferenza; ci può essere impedimento. Anziché dubitare, comprendi che le condizioni della mente sono così; qualunque cosa si manifesti, sta sorgendo perché le cause sono maturate. In questo momento, si manifesta questa condizione; è questo che dovresti riconoscere. Anche se la mente è oscura, non dovresti esserne turbato. Se diventa limpida, non rallegrartene troppo. Non dubitare di queste condizioni della mente, o delle tue reazioni a esse.

Fai la meditazione camminata finché non sei veramente stanco, poi siediti. Quando siedi, determina la mente a sedersi, non divagare. Se ti senti sonnolento, apri gli occhi e concentrati su qualche oggetto. Cammina finché la mente non si separa dai pensieri e si fa silenziosa, allora siediti. Se ti senti chiaro e sveglio, puoi chiudere gli occhi. Se torna di nuovo la sonnolenza, apri gli occhi e osserva un oggetto.

Non cercare di farlo per tutto il giorno e tutta la notte. Quando hai bisogno di dormire, dormi. Come col cibo: una volta al giorno, mangiamo. Arriva il momento e diamo cibo al corpo. Il bisogno di sonno è uguale. Quand’è il momento, riposa. Quando hai riposato a sufficienza, alzati. Non lasciare che la mente languisca nell’annebbiamento, ma alzati e mettiti al lavoro, comincia a praticare. Fai moltissima meditazione camminata. Se cammini adagio e la mente diventa torpida, cammina veloce. Impara a trovare il passo giusto per te.

Domanda: Vitakka e vicāra sono la stessa cosa?

Ajahn Chah: Sei seduto e all’improvviso il pensiero di qualcuno ti balza in mente, questo è vitakka, il pensiero iniziale. Poi, prendi il pensiero di quella persona e cominci a pensarci dettagliatamente. Vitakka lo prende, vicāra lo investiga. Per esempio, afferriamo l’idea della morte e poi cominciamo a considerarla: "Io morirò, gli altri moriranno, ogni essere vivente morirà; quando moriranno, dove andranno…?" Poi fermati! Fermati e riporta indietro il pensiero. Quando comincia a correre, fermalo di nuovo; e torna alla consapevolezza del respiro. Certe volte, il pensiero discorsivo vagabonderà senza far ritorno, allora devi fermarlo. Fallo, finché la mente non è limpida e chiara.

Se pratichi vicāra con un oggetto che ti si confà, i peli del corpo potrebbero rizzarsi, gli occhi lacrimare, potrebbe nascere uno stato di estremo piacere, e molte altre cose mentre sorge il rapimento.

Domanda: Questo può accadere con qualsiasi tipo di pensiero o succede solo in uno stato di tranquillità?

Ajahn Chah: Accade quando la mente è tranquilla. Non è la comune proliferazione mentale. Siedi con la mente calma e arriva il pensiero iniziale. Per esempio, penso a mio fratello che è appena morto. O penso ad altri parenti. Questo succede quando la mente è tranquilla, la tranquillità non è qualcosa di stabile, ma per il momento la mente è tranquilla. Dopo che è sorto questo pensiero iniziale, entro in quello discorsivo. Se è una fila di pensieri appropriata e salutare, porta ad agio della mente e felicità e c’è rapimento con le esperienze che lo accompagnano. Il rapimento proviene dal pensiero iniziale e discorsivo che hanno luogo in uno stato di calma. Non abbiamo bisogno di dargli nomi, come primo jhāna, secondo jhāna, e così via. La chiamiamo semplicemente tranquillità.

Il fattore successivo è la beatitudine (sukha). Lasciamo cadere il pensiero iniziale e discorsivo, mentre la tranquillità si approfondisce. Perché? Lo stato mentale diventa più raffinato e sottile. Vitakka e vicāra sono relativamente grossolani e svaniscono. Resta solo il rapimento accompagnato da beatitudine e dalla unificazione della mente. Quando raggiunge la sua pienezza, non c’è più niente, la mente è vuota. Questa è la concentrazione di assorbimento.

Non abbiamo bisogno di fissarci o di dimorare in nessuna di queste esperienze. Progrediranno naturalmente da una alla successiva. All’inizio, c’è il pensiero iniziale e discorsivo, il rapimento, la beatitudine e l’unificazione. Poi ci si libera del pensiero iniziale e discorsivo che lasciano il posto al rapimento, alla beatitudine, all’unificazione. Poi viene abbandonato il rapimento, successivamente la beatitudine, e infine restano solo l’unificazione e l’equanimità. Questo significa che la mente diviene sempre più tranquilla e i suoi oggetti costantemente diminuiscono finché non resta altro che unificazione ed equanimità.

Quando la mente è tranquilla e concentrata, può accadere. E’ il potere della mente, lo stato della mente che ha raggiunto la tranquillità. Quand’è così, non c’è alcuna sonnolenza. Non può penetrare nella mente; scompare. Per quanto riguarda gli altri impedimenti, come il desiderio sensuale, l’avversione, il dubbio, irrequietezza e agitazione, semplicemente non saranno presenti. Anche se possono continuare a essere latenti nella mente del meditante, in questo stadio non sorgeranno.

Domanda: Dovremmo chiudere gli occhi in modo da escludere l’ambiente esterno o dovremmo invece considerarlo quando lo vediamo? E’ importante tenere gli occhi aperti o chiusi?

Ajahn Chah: Quando siamo all’inizio del nostro addestramento, è importante evitare troppi input sensoriali, dunque è meglio chiudere gli occhi. Non vedendo oggetti che possono distrarci e influenzarci, costruiamo la forza della mente. Una volta che la mente è forte, possiamo aprire gli occhi e qualsiasi cosa vediamo non ci suggestionerà. Non avrà importanza avere gli occhi aperti o chiusi.

Quando riposi, normalmente chiudi gli occhi. Sedere in meditazione con gli occhi chiusi è la dimora di un praticante. Proviamo gioia e ci rilassiamo. E’ una base importante per noi. Ma quando non siamo seduti in meditazione, saremo capaci di avere a che fare con le cose? Sediamo con gli occhi chiusi e questo ci avvantaggia. Quando apriamo gli occhi e lasciamo la meditazione formale, possiamo entrare in contatto con qualsiasi cosa ci capiti. Le cose non ci sfuggiranno di mano. Non ci succederà di non sapere cosa fare. Semplicemente ci occuperemo delle cose. E’ quando ritorniamo a sederci che sviluppiamo una maggiore saggezza.

In questo modo, sviluppiamo la pratica. Quando raggiunge la sua pienezza, avere gli occhi aperti o chiusi, fa lo stesso, non è importante. La mente non cambierà, non devierà. In ogni momento del giorno, mattina, pomeriggio, o notte, lo stato della mente sarà lo stesso. Stiamo fermi. Niente può scuotere la mente. Quando sorge la felicità, riconosciamo: "non è certa", e passa. Sorge l’infelicità e noi riconosciamo: "non è certa", ed è così. Vi viene l’idea di volervi smonacare. Non è certo. Ma pensate che lo sia. Prima, volevate essere ordinati monaci, e ne eravate così sicuri. Ora, siete sicuri di volervi smonacare. E’ tutto incerto, ma non lo vedete a causa dell’oscurità della mente. La mente vi dice delle bugie: "Stando qui, perdo solo il mio tempo." Se vi smonacate e tornate nel mondo, lì non sprecherete il tempo? Non ci pensate. Smonacarsi per andare a lavorare nei campi e nei giardini, per coltivare fagioli o allevare maiali e capre, non è una perdita di tempo?

C’era una volta, un grande stagno pieno di pesci. Col passare del tempo, la piovosità diminuì e lo stagno si abbassò. Un giorno, un uccello si posò in riva allo stagno. Disse ai pesci: "Mi dispiace veramente per voi pesci. Qui avete acqua a sufficienza solo per bagnarvi la schiena. Sapete, che non lontano da qui c’è un grande lago, profondo parecchi metri, dove i pesci nuotano felici?"

I pesci, nelle acque basse dello stagno, sentendo questa notizia, si entusiasmarono. Dissero all’uccello: "Sembra magnifico, ma come facciamo ad arrivare fin là?"

L’uccello rispose: "Nessun problema. Posso trasportarvi nel becco, uno alla volta."

I pesci discussero tra di loro. "Qui, non è più un granché. L’acqua non arriva nemmeno a ricoprirci la testa. Dobbiamo andarcene." Dunque, si misero in fila, per essere presi dall’uccello.

L’uccello sollevò un pesce. Appena fuori di vista, atterrò e si mangiò il pesce. Poi, tornò allo stagno e disse agli altri: "Il vostro amico in questo momento sta nuotando felice nel lago e chiede quando lo raggiungerete."

Ai pesci sembrava un’idea fantastica. Non vedevano l’ora di andare, quindi iniziarono a spingersi per arrivare in cima alla fila.

L’uccello fece così fuori tutti i pesci. Poi, tornò allo stagno per vedere se ne trovava qualche altro. C’era solo un granchio. L’uccello iniziò con la sua pubblicità del lago.

Il granchio era scettico. Chiese all’uccello come fare per arrivarci. L’uccello rispose che l’avrebbe trasportato nel becco. Ma quel granchio aveva una certa saggezza. Disse all’uccello: "Facciamo così. Mi siederò sulla tua schiena con le zampe introno al tuo collo. Se mi giocherai un tiro, ti soffocherò con le mie chele."

L’uccello si sentì frustrato, ma volle provarci lo stesso, pensando che magari sarebbe riuscito in qualche modo a mangiarsi il granchio. Così, il granchio salì sulla sua schiena e presero il volo.

L’uccello volò intorno, cercando un buon posto su cui atterrare. Ma non appena cercò di scendere, il granchio cominciò a stringergli la gola con le chele. L’uccello non riusciva nemmeno a gridare. Emise solo un suono secco e gracchiante. Così, alla fine, dovette rinunciare e riportare il granchio allo stagno.

Spero che tu abbia la saggezza del granchio! Se sei come i pesci, darai ascolto alle voci che ti dicono che meraviglia sarà far ritorno nel mondo. Questo è un ostacolo che chi ha ricevuto l’ordinazione incontra. Sii accorto.

Domanda: Perché è difficile osservare con chiarezza gli stati mentali spiacevoli, mentre quelli piacevoli è facile osservarli? Quando provo felicità o piacere, riesco a vedere che è qualcosa di impermanente, ma quando sono triste, è più difficile vederlo.

Ajahn Chah: Tu cerchi di risolvere la cosa pensando in termini di attrazione e avversione, ma in realtà è l’illusione la radice predominante. Senti che l’infelicità è difficile da osservare, mentre la felicità è più facile. Questo è solo il modo in cui funzionano le tue afflizioni. L’avversione è difficile da lasciar andare, vero? E’ una sensazione forte. Tu dici che la felicità è facile da lasciar andare. Non è in realtà facile; è solo che non è così schiacciante. Piacere e felicità sono cose che alle persone piacciono e con cui si sentono a loro agio. Non sono facili da lasciar andare. L’avversione è dolorosa, ma le persone non sanno come lasciarla andare. La verità è che sono uguali. Se contempli pienamente e arrivi a un certo punto, riconoscerai ben presto che sono uguali. Se avessi una bilancia per pesarli, vedresti che sono pari. Ma noi tendiamo verso il piacevole.

Dici che puoi lasciar andare facilmente la felicità, mentre è difficile lasciar andare l’infelicità? Pensi che sia facile rinunciare alle cose che ci piacciono, ma ti chiedi perché è difficile rinunciare a quel che non ci piace. Ma se non sono positive, perché è difficile rinunciarci? Non è così. Ripensaci. Sono identiche. E’ solo che la nostra tendenza verso di esse non è uguale. Quando c’è infelicità, ci sentiamo infastiditi, vogliamo che se ne vada in fretta e così ci sembra che sia difficile liberarcene. Di solito, la felicità non ci infastidisce, dunque ci sentiamo ben disposti e pensiamo di poterla lasciar andare con facilità. Non è così; è solo che non ci opprime e non ci serra il cuore, ecco tutto. L’infelicità ci opprime. Noi pensiamo che una abbia più valore o più peso dell’altra, ma in verità sono pari. E’ come il caldo e il freddo. Il fuoco può bruciarci vivi. Possiamo anche restare congelati dal freddo e morire ugualmente. Uno non è meglio dell’altro. Lo stesso vale per la felicità e la sofferenza, ma col pensiero noi gli diamo un valore diverso.

O considera la lode e la critica. Pensi che la lode sia facile da lasciar andare e la critica no? Sono identiche. Ma quando veniamo lodati, non ci sentiamo turbati; ci fa piacere, ma non è una sensazione chiara. La critica è dolorosa, perciò ci sembra difficile da lasciar andare. E’ difficile anche lasciar andare la lode, ma siamo parziali nei suoi confronti e non abbiamo lo stesso desiderio di liberarcene velocemente. Il piacere che proviamo nell’essere lodati e la frecciata che sentiamo quando veniamo criticati sono uguali. Sono la stessa cosa. Ma quando la mente incontra queste due situazioni, abbiamo nei loro confronti reazioni diverse. Non ci accorgiamo di chiuderci ad alcune.

Cerca di comprendere. Nella nostra meditazione, incontreremo ogni tipo di afflizioni mentali. La prospettiva corretta è di essere pronti a lasciar andare qualsiasi cosa, sia piacevole che dolorosa. Anche se desideriamo la felicità e non desideriamo la sofferenza, riconosciamo che hanno lo stesso valore. Sono cose di cui faremo esperienza.

Nel mondo, le persone aspirano alla felicità. Non desiderano la sofferenza. Il Nibbāna è al di là del desiderarlo o non desiderarlo. Capisci? Non c’è desiderio coinvolto nel Nibbāna. Non c’è il desiderio di felicità, il desiderio di essere liberi dalla sofferenza, il desiderio di trascendere felicità e sofferenza, non c’è nessuna di queste cose. E’ pace.

Io penso che non si realizzi la verità facendo assegnamento sugli altri. Dovresti comprendere che saranno i tuoi sforzi, la pratica continua, energica, a sciogliere tutti i tuoi dubbi. Non saremo liberi dal dubbio chiedendo agli altri. Porremo fine al dubbio solo grazie ai nostri inflessibili sforzi.

Ricordalo! E’ un principio importante nella pratica. E’ quel che fai che ti istruirà. Arriverai a conoscere quel che è giusto e quel che è sbagliato. "Il bramino raggiungerà la fine del dubbio attraverso la pratica incessante." Non importa dove si vada, tutto può essere risolto attraverso i nostri incessanti sforzi. Ma non riusciamo a perseverare. Non tolleriamo le difficoltà; ci è difficile affrontare la nostra sofferenza e non scappare. Se la affrontiamo e la sosteniamo, acquisiamo conoscenza e automaticamente la pratica ci istruisce, insegnandoci cosa è giusto e cosa sbagliato e il modo in cui le cose veramente sono. La nostra pratica ci mostrerà gli errori e i risultati negativi del pensiero errato. Succede veramente così. Ma è difficile trovare persone che lo capiscano. Tutti vogliono il risveglio istantaneo. Correndo di qua e di là seguendo i propri impulsi, si finisce in una situazione ancora peggiore. Stai attento.

Ho insegnato spesso che la tranquillità è stabilità; il flusso è saggezza. Pratichiamo la meditazione per calmare la mente e renderla stabile; allora può fluire.

All’inizio, impariamo com’è l’acqua ferma e com’è l’acqua che scorre. Dopo aver praticato per un po’, vediamo come si sostengano a vicenda. Dobbiamo calmare la mente, renderla come l’acqua ferma. Poi essa scorre. Sta ferma e anche scorre: non è facile da contemplare.

Riusciamo a capire che l’acqua ferma non scorre. Capiamo che l’acqua che scorre non è ferma. Ma quando pratichiamo, afferriamo entrambe. La mente di un vero praticante è come acqua ferma che scorre o acqua corrente ferma. Qualsiasi cosa accada nella mente di un praticante del Dhamma è come lo scorrere di acqua ferma. Dire solo che scorre non è corretto. Che è solo ferma nemmeno. Di solito, l’acqua ferma è ferma e l’acqua corrente scorre. Ma quando abbiamo esperienza di pratica, la nostra mente sarà in questa condizione di acqua ferma che scorre.

E’ una cosa che non abbiamo mai visto. Quando vediamo acqua che scorre, semplicemente scorre via. Quando vediamo acqua ferma, non scorre. Ma all’interno della mente, è realmente così: acqua ferma che scorre. Nella pratica del Dhamma, ci sono il samadhi, o tranquillità, e la saggezza mescolate insieme. Abbiamo la moralità, la meditazione e la saggezza. Allora, ovunque sediamo, la mente è ferma e fluisce. Acqua ferma che scorre. Lo stesso vale per la stabilità meditativa e la saggezza, la tranquillità e la visione profonda. Il Dhamma è così. Se hai raggiunto il Dhamma, farai di continuo quest’esperienza. Essere tranquilli e avere saggezza: fluire, ma fermi. Fermi, ma fluire.

Quando questo accade nella mente di chi pratica, è qualcosa di diverso e di strano; è diverso dalla mente ordinaria che abbiamo sempre conosciuto. Prima, quando scorreva, scorreva. Quand’era ferma, non fluiva, era solo ferma, la mente è in questo senso paragonabile all’acqua. Ora, è entrata in una condizione che è simile ad acqua ferma che scorre. Che si sia in piedi, si cammini, si sia seduti o sdraiati, è come acqua che scorre ma è ferma. Rendendo così la mente, c’è sia tranquillità che saggezza.

Qual è lo scopo della tranquillità? A che scopo la saggezza? Hanno l’unico scopo di liberarci dalla sofferenza, nient’altro. Al presente, soffriamo, viviamo con dukkha, senza comprenderlo e perciò attaccandoci a esso. Ma se la mente è come l’ho descritta, allora ci saranno molte forme di conoscenza. Si conoscerà la sofferenza, la causa della sofferenza, la cessazione della sofferenza, e il cammino di pratica per raggiungere la fine della sofferenza. Sono le Nobili Verità. Si riveleranno da sole quando la mente è acqua ferma che fluisce.

Quando è così, non importa cosa facciamo, non ci sarà disattenzione; l’abitudine alla negligenza diminuirà fino a scomparire. Qualunque cosa sperimenteremo, non cadremo nella disattenzione, perché la mente aderirà fermamente e naturalmente alla pratica. Avrà timore di perdere la pratica. Continuando a praticare e a imparare dall’esperienza, berremo sempre di più il Dhamma, e la nostra fede continuerà a crescere.

Succede così a chi pratica. Non dovremmo essere quel genere di persone che non fanno che seguire gli altri: se i nostri amici non praticano, anche noi non la facciamo, perché se no ci sentiremmo imbarazzati. Se loro smettono, smettiamo. Se fanno la pratica, la facciamo anche noi. Se l’insegnante ci dice di fare qualcosa, lo facciamo. Se smette, smettiamo. Non è una via molto veloce verso la realizzazione.

Qual è il senso del nostro addestramento qui? E’ che quando restiamo da soli, siamo in grado di portare avanti la pratica. Quindi, ora, mentre viviamo qui insieme, quando al mattino e alla sera ci si riunisce per praticare, veniamo e pratichiamo con gli altri. Costruiamo l’abitudine, cosicché il modo di praticare venga interiorizzato nel cuore, e poi saremo capaci di vivere ovunque e continuare a praticare nello stesso modo.

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AJAHN CHAH nasce il 17 giugno 1918 da una famiglia agiata e numerosa in un villaggio rurale della Thailandia nordorientale, è deceduto dopo una lunga malatia il 16 gennaio 1992. E' stato uno dei massimi esponenti della tradizione buddhista theravada della foresta. Ha intrapreso gli studi religiosi giovanissimo, e a vent'anni ha preso gli ordini monastici iniziando la pratica della meditazione sotto la guida dei grandi maestri della foresta. Per molti anni ha vissuto come asceta, dormendo in foreste e caverne e nei luoghi di cremazione, e infine si è stabilito in un boschetto accanto al villaggio natale, raccogliendo presto intorno a sé numerosissimi discepoli. Grande maestro e meditante, fu l'ispiratore di un vitale comunità monastica che si è diffusa dalla Thailandia in Inghilterra, America, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera e Italia.

 

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