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Profondamente semplice

del venerabile Ajahn Munindo

© Ass. Santacittarama, 2006. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA. 

Dal libro "Liberta' inattesa"

Traduzione di Chandra Livia Candiani.

Estratto del libro "Libertà inattesa", su gentile concessione dell'Editore Ubaldini.

 

I costruttori di canali

convogliano il flusso dell’acqua.

Il fabbro forgia le frecce.

Il falegname lavora il legno.

Il saggio doma se stesso.

                                             Dhammapada, strofa 80

 

L’abate dell’International Forest Monastery di Bung Wai aveva espresso il desiderio di visitare i nostri monasteri in Europa e di passarvi un po’ di tempo in ritiro. Tutto era stato sistemato per la sua partenza, mancava solo qualcuno che lo sostituisse nei suoi compiti durante la sua assenza. Dopo dodici anni che vivevo in Gran Bretagna, mi attraeva l’idea di tornare in Asia, fu quindi una gioia quando, nel 1993, mi ritrovai a partire per la Thailandia per un lungo soggiorno proprio là dove si era svolta la maggior parte della mia formazione di giovane monaco.

Scendeva la sera quando tornai a varcare la soglia del monastero, salutato da vecchi amici e da nuove sensazioni di disagio, gratitudine e stupore. Erano accadute così tante cose sia interiormente sia esteriormente da quando ero vissuto lì. Il luogo mi era familiare e nello stesso tempo era diverso. Lo scuro, avvolgente silenzio della foresta, il profumo dei fiori selvatici mischiato a quello dell’incenso, mi riportarono ai miei ventiquattro anni, quando speravo tanto di fare un’esperienza mistica e insieme ero meravigliosamente privo di aspettative. Ma ora i suoni amplificati dall’elettricità si diffondevano per le risaie dal villaggio illuminato di Bung Wai, dove ogni casa, non solo quella del capo villaggio, aveva televisione e stereo.

Dopo un paio di giorni scoprii che il monastero non era granché cambiato. Anche se la strada di terra battuta che portava a Ubon, il capoluogo della regione, era stata asfaltata, e i trattori avevano sostituito i bufali nei campi, l’acqua del monastero continuava a essere attinta a mano dal pozzo; le foglie venivano ancora spazzate quotidianamente; la tintura per le vesti dei monaci veniva ancora fatta con la resina faticosamente estratta dagli alberi del pane; e per leggere la notte c’erano ancora le lampade a cherosene. Il messaggio tanto peculiare della tradizione theravada della foresta: "Prendila con semplicità", echeggiava ancora, come il sonoro gong del tempio, il cui richiamo si diffondeva per miglia e miglia, sovrastando i nuovi rumori della modernità.

Il programma giornaliero del monastero era più flessibile di quanto mi fossi aspettato, avevo dunque tempo per riprendere contatto con gli altri monaci residenti. C’era anche tempo per conversare con gli abitanti del paese che sembravano miracolosamente ricordarsi di quelli di noi che avevano vissuto lì all’epoca della fondazione del monastero nel 1974. I più anziani non avevano abbandonato la vecchia abitudine di masticare betel, ma nemmeno avevano perso i loro radiosi sorrisi senza denti. Ci scambiammo racconti sugli sviluppi dei monasteri nel mondo, spesso in paesi che molti di loro non avevano nemmeno sentito nominare.

Fortuna volle che durante il mio soggiorno si presentasse l’occasione di far visita ad alcuni maestri di meditazione del nord-est, incluso il mio primo insegnante che non vedevo da quando avevo lasciato il suo monastero diciotto anni prima. Il Venerabile Ajahn Tate era un insegnante molto rispettato, un po’ più anziano di Ajahn Chah, ed era stato discepolo di Ajahn Mun negli anni ’30. Diventato monaco a quattordici anni, aveva ardentemente speso tutta la sua vita nella pratica e nel servizio del Dhamma. Insieme ad Ajahn Chah era divenuto una delle più eminenti guide del buddhismo tailandese; sua residenza finale era il monastero Hin Mark Peng. Al tempo della mia prima visita in Thailandia, risiedeva nel vicino Wat Tum Karm, il monastero del defunto Ajahn Fun, scavato nelle grotte di una montagna. Mi considero estremamente fortunato di aver passato con lui i primi mesi della mia vita monastica, prima di vivere sotto la guida del Venerabile Ajahn Chah.

Quando ero stato per la prima volta al suo monastero, Ajahn Tate aveva settantaquattro anni e aveva appena ricevuto una diagnosi di leucemia. Miracolosamente, diciotto anni dopo offriva ancora la sua guida a chiunque chiedesse il suo aiuto. Fu dunque con grande gioia e aspettativa che mi unii al gruppo in un viaggio di alcune miglia verso nord per rendergli omaggio. "Cosa potrei regalargli? Si ricorderà di me?"; la mia mente era agitata da questi pensieri e dai ricordi del duro periodo di quei primi anni e da un infantile senso di gioiosa anticipazione.

Già al tempo in cui vivevo presso di lui, Ajahn Tate aveva un bell’aspetto da nonno. Ora, a novantatré anni, non era più molto forte fisicamente, ma i suoi occhi brillavano, la voce acuta era chiara e la pelle luminosa. Con la gola stretta dal pianto, mi inchinai con rispetto e gratitudine. Benché di solito riuscissi a comunicare discretamente in tailandese, ebbi bisogno di un altro monaco per esprimere la profonda gioia di rivederlo. Non mi riconobbe, ma questo non mi importava affatto ora che sedevo di nuovo ai suoi piedi. "È stupefacente! – pensavo tra me – In quegli anni, nella mia nuova vita di monaco della foresta, ho lottato così tanto per resistere ai furiosi fuochi interiori, eppure ora qui sento tanta felicità! È meraviglioso".

Ajahn Tate era stato l’insegnante di meditazione del mio precettore Somdet Nyanasamvara del Wat Bovornives, a Bangkok, e i suoi insegnamenti li avevo conosciuti per la prima volta in traduzione e stampati. Quando mi capitava di incontrare i suoi discepoli a Bangkok rimanevo colpito dal loro comportamento e atteggiamento esteriore e fu così che, con la benedizione del mio precettore, mi incamminai per la campagna diretto al mio primo ritiro delle piogge (vassa) al Wat Hin Mark Peng. Viaggiavo insieme a un altro monaco occidentale che già avevo conosciuto a Bangkok. Per coincidenza, avevamo partecipato nello stesso periodo a ritiri tenuti in Australia, e condividevamo ora lo stesso interesse a passare un ritiro con questo grande insegnante. Il Wat Hin Mark Peng era un monastero fuori mano sulle rive boscose del fiume Mekong, circa trenta miglia a monte di Vientiane, la capitale del Laos. Mentre mi trovavo là, i comunisti invasero il Laos. Il mio kuti era situato in alto su uno scoglio, proprio sopra il fiume. Appena arrivato, scendevamo ogni mattina a fare il bagno, ma col deteriorarsi dei rapporti fra Thailandia e Laos, i soldati russi cominciarono a pattugliare in barca il Mekong e c’erano troppe sparatorie per poter continuare a fare il bagno senza pericolo.

Vivere in una zona di guerra certamente intensificò la mia esperienza. Già faticavo ad adattarmi al cibo e al clima e non conoscevo nemmeno la lingua. In Nuova Zelanda, il paese da cui venivo, vivere nella foresta era una gioia, non c’erano da temere serpenti, né scorpioni e nemmeno formiche. Ma nella foresta tropicale dell’Asia è necessario fare molta attenzione quando ci si infila nel letto la notte perché un serpente potrebbe essersi infilato dentro per primo. Certe volte mi svegliavo di colpo nel cuore della notte col corpo coperto di formiche pungenti, e i muri della capanna sembrava si muovessero da quanto ne brulicavano.

 

il cuore e l’attività del cuore

Nel primo colloquio con me e con il mio compagno, Ajahn Tate era curioso di sapere com’era la nostra pratica. Poiché avremmo vissuto al suo monastero almeno per il ritiro delle piogge, voleva capire come intendevamo la pratica, e ci fece chiamare al suo kuti.

Fece qualche domanda, poi ci parlò a lungo e ci disse qualcosa che mi rimase impresso e che continua tuttora a sembrarmi significativo. Attraverso il traduttore, disse: "Il vostro compito nella pratica è comprendere la differenza tra il cuore e l’attività del cuore. È molto semplice". Mentre ci ripenso ora, mi sembra quasi di sentire la sua voce morbida ma forte e piena, chiaramente ricca di esperienza e di salda comprensione. Non mi aspettavo che dicesse qualcosa di tanto lineare. Penso che mi aspettassi parole più complesse e difficili da comprendere, ma la mia risposta fu: "Sì, capisco, riesco a sentirlo".

Osservare interiormente, dirigere l’attenzione per arrivare a conoscere intimamente in prima persona cosa è il cuore e cosa è l’attività del cuore: questo era ed è il fondamento della mia pratica di meditazione e della mia indagine. Le parole che aveva usato Ajahn Tate erano jit argarn kong jit. Citta, un termine pali, viene sintetizzato in tailandese con ‘jit’, ed entrambe le parole significano ‘cuore’ o ‘mente’. Argarn kong jit significa "l’attività del cuore o della mente".

Avevo ascoltato tantissimi discorsi su come sviluppare i jhana – gli stati di assorbimento meditativo – e su come ottenere i diversi livelli di realizzazione e di visione profonda, ma Ajahn Tate affermava che è importante non essere distratti dalle idee sulla pratica e neppure dalle varie esperienze, sensazioni o impressioni mentali a cui siamo soggetti. Dovremmo considerarle semplicemente come l’attività della mente. Fanno tutte parte del contenuto della mente. Se il cuore o la mente, citta, è simile a un oceano, allora le attività del cuore o della mente sono come le onde dell’oceano. La nostra pratica dovrebbe consistere nel vedere queste onde semplicemente come onde che passano sulla superficie dell’oceano.

Molti di noi restano spesso coinvolti in quell’attività. Io resto ancora intrappolato dalle onde, dai movimenti della mente, e dimentico, perdo la prospettiva. La pratica significa ricordare la prospettiva, e coltivare una consapevolezza che distingua il conoscere da ciò che è conosciuto. Possiamo conoscere le sensazioni del corpo; possiamo conoscere le emozioni, i movimenti di energia, le formazioni mentali, le idee, le impressioni, i concetti, i ricordi e le fantasie. Tutto questo va riconosciuto come attività. Se non lo riconosciamo come tale, che succede? Diventiamo l’attività stessa e vi restiamo intrappolati. Nel buddhismo giapponese c’è un detto significativo: "Ridi, ma non perderti nella risata; piangi, ma non perderti nel pianto". Potremmo anche dire: "Pensa, ma non perderti nel pensiero; gioisci, ma non perderti nella gioia".

Può accadere che chi per la prima volta viene a sapere degli insegnamenti buddhisti o della meditazione buddhista si faccia l’idea che pace significhi liberarsi di ogni contenuto mentale, rendendo vuota la mente. In meditazione, può sembrare talvolta che la mente sia molto aperta e spaziosa e che non vi accada granché. Ma ciò non significa che ce l’abbiamo fatta, che siamo illuminati. In quello stato di apertura, chiarezza e spaziosità, possiamo sperimentare vitalità e piacere e, se non siamo informati e preparati in modo appropriato, possiamo fare l’errore di pensare: "Ecco fatto! Questa bella sensazione è il punto d’arrivo". Ajahn Tate insegnava che anche questa bella sensazione non è che l’attività del cuore. L’importante nella pratica è conoscere questa attività in rapporto al luogo in cui tale attività avviene. Cos’è ciò in cui ha luogo l’attività? Cos’è ciò che conosce? Dobbiamo coltivare una consapevolezza che conosce il conoscere come pure ciò che viene conosciuto.

 

lo sforzo di ricordare

Questo insegnamento è stato il primo regalo che ricevetti da Ajahn Tate, un regalo prezioso, che arricchì moltissimo la pratica seguita fino allora. Ero un principiante entusiasta con alcune esperienze piacevoli di meditazione. Ero determinato ad arrivare da qualche parte con la mia pratica e facevo enormi sforzi. Mi svegliavo presto al mattino, uscivo per la questua e consumavo l’unico pasto della giornata, poi, dopo un breve riposo, passavo il resto del giorno tra meditazione seduta e camminata. C’erano pochi libri in inglese, ma su quei pochi che potevo trovare riflettevo seriamente. Le uniche brevi conversazioni erano con persone di cui non parlavo la lingua. L’altro monaco occidentale meditava sulla morte, un oggetto di meditazione sovente raccomandato dal Buddha e prediletto dalla tradizione della foresta e dunque non sembrava volermi prestare molta attenzione. Col passare dei mesi, io stesso finii per assomigliare sempre di più alla morte e penso che lui cominciasse a vedere in me un interessante oggetto di contemplazione. Non mi trovavo molto bene con la dieta a base di riso colloso, pesce in salamoia e peperoncino e persi moltissimo peso. Ma mi ero impegnato a restare per i tre mesi del vassa e l’impegno aumentava l’intensità.

Certamente ricavai dei benefici dallo sforzo impiegato in quel periodo di ritiro di pratica intensiva. Circa a metà dei tre mesi ebbi un’esperienza di chiarezza di cui conservo un vivo ricordo; era una o due notti prima del giorno in cui avrei compiuto ventiquattro anni. Fu un’esperienza spontanea; non stavo facendo alcuna pratica speciale. Sedevo durante una puja serale, circondato dagli altri monaci. La puja si svolgeva in un edificio di legno molto semplice, disadorno, aperto sui lati, con le solite stuoie srotolate sul pavimento di cemento levigato. Cantavamo come tutti gli altri giorni, con le stesse punture di zanzare e l’identico dolore alle ginocchia. Di colpo, senza alcun preavviso, mi ritrovai a sperimentare la chiarezza più meravigliosa che avessi mai provato prima. Percepii un senso di benessere assolutamente naturale e insieme straordinario. Sembrava che questa percezione delle cose dovesse durare per sempre, perché in realtà le cose erano sempre state così, solo che io non l’avevo notato. Alla fine della puja mi trovavo in un tale stato di esaltazione che ne parlai a un altro monaco, il quale mi disse: "Andiamo a parlarne con Ajahn Tate".

Nel monastero era tradizione, dopo la puja serale, che una decina di monaci, tutti insieme, andassero a massaggiare Ajahn Tate. Il massaggio tailandese può far paura. Si affondano i gomiti nella persona il più profondamente possibile. I monaci si misero di buona lena al lavoro sul corpo di Ajahn Tate. Uno gli stava su un piede, un altro su una gamba, un altro su un braccio, tutti lavorando sodo. E lui ci si sottoponeva ogni notte. Quella sera, mentre parlavamo di quanto mi era successo, smise di farsi massaggiare, si mise seduto e disse: "Voglio saperne di più". E io gli spiegai cosa avevo provato. Quella notte mi diede quello che considero il secondo consiglio più utile che abbia mai ricevuto sulla pratica.

Disse: "Questi momenti di chiarezza, questa consapevolezza e presenza che hai sperimentato, sono molto positivi. D’ora in poi quello che devi fare nella tua pratica è ricordartene il più velocemente possibile". Ci parlavamo attraverso un traduttore, il che non era semplice. Se ci fossimo parlati direttamente, forse mi avrebbe detto: "Continua a esercitare la consapevolezza nel momento e impara a tornare il più velocemente possibile a questo modo chiaro di vedere. È molto semplice, fai lo sforzo di ricordare". A poco a poco, con il giusto tipo di sforzo, con una pratica costante, come sono certo che molti di voi hanno compreso, le cose cambiano.

Solo sette anni dopo, avviluppato in una coperta durante un ritiro invernale in Gran Bretagna, riuscii a sentire tutta l’importanza di quanto Ajahn Tate mi aveva detto quella sera. Dopo quella conversazione, avevo vissuto momenti di inferno. Alla profonda, stupefacente esperienza di quella sera si erano ben presto sostituiti stati mentali orribilmente spiacevoli e stati indescrivibilmente terrificanti in cui dubitavo di me stesso. Per questo parlo spesso di quanto sia importante prepararsi in modo appropriato per la pratica. A quel tempo mi ero appena lasciato alle spalle il mondo hippy. Solo pochi mesi prima del mio incontro con Ajahn Tate avevo abbandonato la comune in cui ero vissuto e avevo attraversato in autostop il deserto australiano. Dopo di che avevo cominciato la mia avanzata di isola in isola per l’Indonesia, fermandomi a Timor per fare immersioni, a Giava per imparare il batik e proseguendo poi per spiagge e ristoranti dalla Malesia alla Thailandia. Alla fine mi ero ritrovato con la testa rasata e la veste monacale, immerso in questa pratica intensiva. Di certo non avevo una preparazione adeguata.

Grazie alla gentilezza amorevole e alla sollecitudine sempre vigile di Ajahn Tate, sopravvissi a quegli stati tanto spiacevoli. Ma mi ci vollero quasi sette anni prima di riuscire ad apprezzare pienamente quel che mi aveva detto in quell’occasione. Ora incoraggio gli altri a fare lo sforzo di ricordare. Talvolta, quando dimentichiamo quel che abbiamo imparato, sottovalutiamo le esperienze che abbiamo avuto, gli sforzi fatti, le comprensioni profonde che sono sorte. Ajahn Chah descriveva questa tendenza con un’immagine: "Questi momenti di consapevolezza e di comprensione sono come il gocciolio dell’acqua di un rubinetto. All’inizio scende una goccia, un’altra goccia, un’altra ancora, con lunghi intervalli". Se siamo distratti durante questi intervalli, se siamo intrappolati nei pensieri, nei contenuti della mente e nelle sensazioni che andiamo sperimentando, tendiamo a pensare che i momenti di consapevolezza siano nulli e li accantoniamo come fatti accidentali. Ma Ajahn Chah diceva: "A poco a poco, con sforzo costante, questi momenti diventano goccia, goccia, goccia e poi gocciagocciagoccia e infine formano un corso d’acqua". Con lo sforzo costante, si entra in una corrente continua di consapevolezza. I momenti sono di per sé gli stessi, ma sono ininterrotti.

Dimentichiamo, ma la buona notizia è che possiamo ricordare. Sediamo in meditazione formale, unificando cuore e mente, e ci stabilizziamo nel silenzio. Raggiungiamo la prospettiva, ricordiamo. La mente divaga. "Se solo non l’avessi fatto", pensiamo; oppure: "Perché hanno detto così?". Vaghiamo nel futuro: "Ho preso il biglietto per domani? Dove l’ho messo?". Restiamo catturati, ci smarriamo, ma poi ricordiamo, perché il nostro cuore ha preso l’impegno di ricordare. Se semplicemente ricordiamo, va bene, ma se cadiamo in un qualche giudizio e diciamo: "Non avrei dovuto dimenticare, la mia pratica è pessima", ci perdiamo di nuovo. Il punto è ricordare. Non dobbiamo soffermarci sulla dimenticanza.

 

essere accurati

Il consiglio di Ajahn Tate era stato: "Tutto quel che devi fare è ricordare più velocemente". Continuai a impegnarmi durante quel vassa ed ero molto diligente, sebbene fossi in un tale stato di disperazione, di ricorrente terrore, di angoscia e totale sgradevolezza, che era semplicemente una questione di sopravvivenza. Alla fine del vassa non stavo affatto bene. Fu deciso che avevo bisogno di tornare a Bangkok per una visita medica e per riposare. In effetti, venni ricoverato in ospedale. Prima di partire vidi Ajahn Tate, che mi diede un terzo insegnamento utile e significativo. E me lo offrì con grande gentilezza e saggezza, non per semplice cortesia. Era tanto consapevole della natura di questo sentiero. Disse: "Sii accurato". Ne serbo un vivido ricordo. Poi aggiunse: "Il luogo in cui ti trovi dentro di te è molto vulnerabile, prenditene cura".

Spesso, a Ratanagiri, inizio la meditazione serale guidando al raccoglimento interiore con le parole: "Prestando accurata attenzione...". Penso che in molti casi potremmo mettere la parola ‘accuratezza’ al posto di ‘consapevolezza’. Nell’infelice condizione in cui mi trovavo quando incontrai Ajahn Tate, le sue parole erano proprio quello di cui avevo bisogno. Ero tanto infelice che avrei potuto molto facilmente essere duro o incurante con me stesso. Sapete com’è quando si è un po’ disperati; ci si comincia a rimproverare, a pensare: "Ecco, qualcuno ha fatto qualcosa di sbagliato". È molto difficile sentirsi infelici senza sentire che qualcuno, inclusi probabilmente noi stessi, ha fatto un errore.

Se ci sentiamo infelici, ciò di cui si ha bisogno è l’impegno al semplice stare con l’infelicità. Se non siamo accurati, diciamo che c’è qualcosa di sbagliato, anche se dirlo non ci aiuta in realtà. Lo diciamo sia dentro di noi sia all’esterno. Questo proiettare la colpa all’esterno è la conseguenza di un’errata percezione interiore della nostra infelicità, tristezza o sofferenza, come se fosse qualcosa di sbagliato. Non la riceviamo così com’è. Non la riconosciamo e non la sentiamo, permettendole di esserci; non abbiamo l’‘accortezza’ di vederla come un’attività che ha luogo nella consapevolezza. Non avendo quella prospettiva, ci sforziamo di fare qualcosa riguardo alla nostra sofferenza, di occuparcene in qualche modo. Dire che c’è stato un errore e che è colpa di qualcuno è un modo sconsiderato di avere a che fare con le esperienze spiacevoli. La costante abitudine a questo comportamento è un sintomo di quella che io chiamo la mente giudicante compulsiva. Il dono d’addio di Ajahn Tate: "Devi essere accurato", mi mise in guardia, intuitivamente se non concettualmente.

 

l’unificazione della mente

Ajahn Tate mi diede un ultimo insegnamento in occasione della mia visita di gruppo da Bung Wai nel 1993. Pochi mesi dopo morì, all’età di novantaquattro anni. Sedevamo vicino a lui perché non dovesse alzare la voce. Mi sentivo un po’ riluttante a coinvolgerlo in un discorso, perché sembrava tanto fragile e stanco; mi bastava stargli vicino. Ma con vivo interesse e grande gentilezza, lui rispondeva alle domande che gli facevamo. Tutti i visitatori della giornata se ne erano andati; era rimasto solo il nostro piccolo gruppo. Ricordo che uno dei giovani monaci gli chiese se poteva definire l’essenza dell’insegnamento buddhista. "Il buddhismo? Vuoi una definizione del buddhismo?", chiese. "Il buddhismo è l’unificazione della mente" (in tailandese: ekaggata jit). È stato detto e scritto molto riguardo al buddhismo, e che un grande essere desse una presentazione tanto chiara e semplice del sentiero fu un regalo prezioso.

Per chi ancora non ha una base di pratica, è comprensibile che la definizione del buddhismo di Ajahn Tate non abbia senso. Anche se abbiamo una tale base, per lo più ancora non sappiamo come dimorare con chiarezza, consciamente e consapevolmente in uno stato di unificazione. Ma se abbiamo anche solo un barlume di comprensione dell’unificazione, sappiamo che una mente distratta e frammentata è una mente confusa, che fraintende il modo di essere dei fenomeni. In questa condizione, il naturale benessere che proviamo quando c’è unificazione è ostacolato.

Molti di noi hanno passato gli anni della prima giovinezza cronicamente chiusi. Cercavamo di scegliere la giusta filosofia, la giusta formulazione politica, il giusto stile di vita, il giusto tipo di relazione, la giusta posizione sociale, in modo da sentirci bene nei confronti della vita. Solo al mio primo ritiro di meditazione, durante il quale imparai a focalizzare l’attenzione sul respiro e a trattenere la tendenza a seguire le distrazioni, scoprii o svelai il naturale stato di benessere che sorge quando la mente è concentrata. Fino a quel momento pensavo di dover fare o assimilare qualcosa per sentirmi bene. Quando ci ricordiamo o ci ricolleghiamo con la naturale bontà del cuore, che è silenziosa, calma, in pace e limpida, allora, attraverso la chiara visione della natura del mondo, la nostra relazione col mondo cambia. Il mondo rimane quel che è e che è sempre stato. Ci sono ancora piacere e dolore, intensi o lievi. Ci sono ancora ingiustizia e lotta, delusione, gioia, contentezza e felicità. Ma quando vediamo con chiarezza che tutto questo viene e va, quando vediamo con consapevolezza che ogni esperienza sorge e termina, non ci coinvolgiamo più, per una preferenza condizionata, in nessuna esperienza in particolare. Investiamo piuttosto nella comprensione della natura dell’esperienza.

Dunque, il quarto insegnamento di Ajahn Tate che ricordo è che quel che davvero vale sviluppare non è una comprensione sofisticata della teoria buddhista o un mucchio di esperienze di ritiri e di visioni profonde, ma la comprensione di come dimorare più liberamente e frequentemente nell’unificazione del cuore e della mente. Quando conosciamo questo stato ed è messo nella giusta luce sulla Via, abbiamo buone probabilità di progredire nella pratica.

Sarò eternamente debitore ad Ajahn Tate per questi quattro insegnamenti semplici ma meravigliosamente significativi e sono lieto di condividerli con voi.

Grazie della vostra attenzione.

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Ajahn Munindo è un monaco con un'esperienza più che trentennale nella tradizione theravada dei monaci thailandesi della foresta. Originario della Nuova Zelanda, è abate del monastero Aruna Ratanagiri (www.ratanagiri.org.uk), nel Northumberland, UK.

 

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