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Rinuncia e devozione: lo stelo e il profumo

del venerabile Ajahn Munindo

© Ass. Santacittarama, 2003. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Silvana Ziviani.

Da un discorso di Ajahn Munindo tenuto al monastero Aruna Ratanagiri il 6 agosto 1994.

Quando il cuore ci fa sentire il desiderio ardente della Realizzazione e ci muoviamo seguendo questo impulso, cos’è che ce lo impedisce? Cos’è che interviene, che comincia a sentire in altro modo? "Pensavo di voler andare a fare un ritiro, ma ora non più. Credevo di voler meditare, ma ora mi vien voglia di pensare solo alle vacanze o di ritornare a lavorare".

 

Cos’è che agisce così? E’ l’"io" che lo fa. E’ questo "io", questo "me" che ci sta sempre tra i piedi. Tutti conosciamo questo tipo di esperienza, questo "io" che si intromette nella pratica.

 

Spesso si viene intrappolati nell’idea di una personalità. Crediamo che quando vediamo, è l’"io" che vede, è il "mio" vedere e poi "io" che sento e il "mio" sentire, "io che ascolto e il "mio" ascolto, "io" che penso e il "mio" pensare, "io" che percepisco, "io" che capisco e la "mia" comprensione. Alla fine si arriva a percepire una specie di "io" solido con il risultante "mio".

 

Questa costruzione è come un cancro della coscienza: assorbe un’enorme quantità di energia e il resto dell’organismo ne soffre terribilmente. E’ difficile stare in contatto con il nostro senso di benessere quando siamo posseduti dalla coscienza dell’ego, questa illusoria percezione di un sé.

 

Dovremmo perciò riconoscere il valore della rinuncia, arrivando a vedere l’"io" per quello che è. Se vogliamo ottenere ciò che è veramente importante – l’essenza stessa di ciò che è importante – e realizzare qualcosa, allora dobbiamo saper rinunciare. Quando vedo quelli che si impegnano alla rinuncia – per una settimana come molti di voi, o per un anno come un anagarika – ci trovo qualcosa di molto bello. Non è questione di fare qualcosa solo perché è una buona cosa da fare; ci sono un’infinità di altre cose buone che potremmo fare.

 

La rinuncia è dolorosa, è sgradevole. Non ce la sobbarchiamo a meno che non ci sia qualcosa in prospettiva da ottenere. Ciò che sta dietro all’impegno dei precetti di rinuncia è il riconoscimento che "devo farlo". E’ il cuore che lo afferma; il cuore deve riconoscere questo "io" per quello che è.

 

E’ la saggezza che ci spinge a fare un gesto di rinuncia. Il cuore sente il bisogno di comprendere questo corpo estraneo che opera nella nostra psiche, e che assorbe tutte le nostre energie. Non è una pura affermazione di giudizio che dice: "Non devo essere egoista". Vogliamo andare oltre, ottenere quella libertà di prospettiva, quella chiarezza di visione in cui possiamo smascherare l’impostore che ci viene a dire "’Io’ sono responsabile di questa esperienza". Vogliamo vedere ciò che sta accadendo in modo chiaro, per non esserne più ingannati.

 

Quando c’è un momento di piacere, vogliamo essere in grado di vedere quel momento semplicemente come piacere. Se non riusciamo a vederlo come piacere e basta, quando ci saranno momenti difficili di delusione, disperazione e cordoglio, non riusciremo a vederli chiaramente neanche questi. Sembrerà la ‘mia’ tristezza, la ‘mia’ delusione – non è qualcun altro che si sente deluso, sono proprio ‘io’! Quando mi sento deluso c’è per forza un ‘io’ che si sente deluso, è certo.

 

Perciò fare un gesto di rinuncia è come dichiarare che "non darò a questo ‘io’ tutto ciò che vuole" e questo non perché pensiamo sia brutto avere un ‘io’: sarebbe semplicemente un giudizio. Possiamo farlo e anzi penso che a un certo livello di pratica, è ciò che facciamo qualche volta. La questione è di vedere se il problema sta nel godere il piacere o nel nostro rapporto con il piacere.

 

L’altro giorno una persona mi ha chiesto, mentre stavamo guardando dei bei fiori di clematide in giardino "quei bei fiori sono delle impurità?; e io di rimando: "Vuoi dire che avere dei fiori significa avere delle impurità?". In pratica, quando l’"io" si intromette, sorgono problemi perché all’"io" piacciono molto i bei fiori violetti di clematide; ma ogni anno sorge anche la terribile malattia dell’appassimento dei fiori e quelle cose così belle muoiono. E io mi sento deluso. Il problema sta lì, nel senso di attaccamento. Dove c’è attaccamento, dove c’è avidità, lì nasce l’"io". Possiamo guardare la clematide ed è molto bella, è piacevole e il piacere sorge. A quel punto perché ci deve essere attaccamento, perché deve diventare il "mio" piacere? Se così fosse, quando qualcuno strappa la clematide, allora ci sarà il "mio" dispiacere, ci sarà un problema.

 

Ma se procediamo con consapevolezza, quando sorge il piacere diciamo: "aha, come si sta bene". Si sta veramente bene. Se ne prendiamo nota semplicemente, se c’è una vera attenzione, riusciamo a scorgere anche quel sottile dispiacere, abbinato a quel "voglio che duri", quella insoddisfazione che chiede "lo voglio, voglio averlo". E’ l’"io", è sensazione, ma se siamo consapevoli possiamo guardarlo, possiamo prendere nota del suo sorgere, vediamo che c’è. E con il retto sforzo, con uno sforzo adeguato e delicato, possiamo anche impedire questa reazione. Vediamo che non è necessaria. Non dobbiamo aggiungerci quell’"io" che afferra.

 

Anche se c’è un forte impulso a tenerci afferrati alla vita, c’è qualcosa in noi che sa, in modo naturale, che non è una cosa giusta da farsi. E se la nostra saggezza è abbastanza vivida, ci parlerà, ci incoraggerà a fare gesti di rinuncia, a contrastare questa tendenza ad afferrare, che non è altro che l’"io". Non c’è alcun "io" di per sé: l’"io" nasce nell’atto stesso di afferrare, nella contrazione della consapevolezza, nella contrazione del cuore. Questa contrazione è la condizione che fa nascere il sé. Quando non c’è questo afferrare, allora non nasce alcun sé. C’è solo la bellissima clematide, solo il piacere che sorge.

 

Se abbiamo questa chiarezza non dobbiamo preoccuparci di invischiarci nelle cose belle, come la clematide. Alcune cose però sono così belle e così piacevoli, che è bene starne alla larga per un po’. Se l’intensità del piacere è troppo forte ci sarà la tendenza ad esserne sopraffatti. Perciò facciamo un gesto di rinuncia, come un esperimento, non come un giudizio.

 

Come dice il Buddha nel Dhammapada, è la saggezza che ci spinge ad abbandonare una felicità inferiore per avere quella superiore. Perciò se il cuore aspira a un giusto benessere, non a spese di altri o a spese del pianeta, ma un benessere che sorge in quel cuore che vive in armonia con le cose così come sono, allora è giusto che abbandoniamo alcune piccole esperienze di benessere, di felicità.

Forse abbiamo abbastanza saggezza da permetterci questi gesti di rinuncia, ma quando la rinuncia comincia a produrre il suo effetto e iniziamo a vedere noi stessi sia dal lato positivo che negativo, forse allora potremmo cominciare a dubitare.

 

Quando cominciamo a fare esperienza delle strutture che abbiamo creato nella coscienza attraverso l’attaccamento, e che sperimentiamo come ‘io’, i ‘miei’ desideri’, i ‘miei’ modi di fare, quando questo attaccamento ci sta proprio di fronte, che ne facciamo?

Se non siamo abbastanza agili, potremmo diventare molto rigidi nella rinuncia. Sono buddhista: rinuncia, ora la metto in pratica! Determinazione: ora la metto in pratica; è così che fanno i buddhisti! 

 

Se siamo troppo rigidi nella nostra risoluzione e nel nostro impegno verso la rinuncia e la determinazione, l’energia diventa eccessiva con il rischio di mandarci in pezzi. Cerchiamo di vedere cosa succede prendendo queste risoluzioni. Certe volte vengono da un luogo di saggezza; dobbiamo fare gesti di rinuncia in modo da poterci vedere, vederci oltre a noi stessi, senza venir limitati dai nostri meccanismi egoistici. Ma se siamo troppo rigidi, non funziona. Per cui opportunità come questi ritiri o luoghi come questo monastero non sono solo opportunità di rinuncia. La rinuncia è solo una parte di esse; la devozione è altrettanto importante. Il principio della devozione ha una qualità completamente diversa. La devozione è la manifestazione di un cuore fiducioso. Quando viviamo con un cuore fiducioso, possiamo sentirne lo spirito devozionale. E’ una sensazione completamente diversa da quella della rinuncia, che si impone con più forza. E’ come l’adattabilità di un organismo, l’intelligenza naturale di un albero o di una pianta. Quella rosa selvatica là fuori fa crescere le spine per proteggersi, e quella è un’importante parte del suo essere; ma è molto diversa dal delizioso profumo che ha il roseto in fiore. La fibra del caprifoglio è dura e legnosa, non molto piacevole, ma senza il profumo non ci sarebbe caprifoglio. Perciò possiamo abbinare il profumo della vita santa o della vita spirituale all’aspetto devozionale. Potremmo paragonare la legnosità del gambo alla rinuncia e risoluzione, e il profumo alla devozione. Sono diversi aspetti, ma tutti ugualmente importanti.

 

La pratica devozionale ci aiuta ad essere duttili, ci aiuta a ricordare che possiamo avere fiducia. E’ questa fiducia che vi ha portato qui al ritiro. Se non avessimo creduto che c’è una Verità superiore, o che valeva la pena fare uno sforzo, semplicemente non saremmo qui. Siamo qui perché c’era un elemento di fede. Abbiamo una certa quantità di fiducia. Ma possiamo facilmente dimenticare di avere fiducia. Certe volte la fiducia sembra piuttosto debole e nella nostra cultura ci sono molti ostacoli che interferiscono con questa capacità di aver fiducia. E’ triste ammettere che è difficile trovare onestà di questi tempi, e ciò significa che impariamo a non aver fiducia uno dell’altro.

 

Quando fu comprata Chithurst House, il presidente dell’English Sangha Trust si accordò con il proprietario sul prezzo con una stretta di mano, ed egli mantenne la parola sebbene più tardi qualcuno gli avesse offerto molto più denaro. La gente fu sorpresa e colpita da ciò perché non è più un comportamento normale. Quello normale è essere disonesti! C’è stato un tempo in cui i rapporti di fiducia erano più normali di quanto non lo siano oggi; quindi la capacità di fidarsi era messa molto meno alla prova, era molto meno distorta di oggi.

 

Arriviamo a questa pratica già riluttanti a fidarci, riluttanti a mettere alla prova la nostra capacità di aver fiducia e a lasciarci andare in questa energia. Sebbene ci abbia portato qui la fede e la fiducia nel Dhamma, nella Verità, nella possibilità della realizzazione, la possiamo ancora perdere se non ne siamo completamente consci. Perciò è molto importante che ci impegniamo consciamente in questa capacità di credere, di avere fiducia. La devozione ha molto a che fare con tutto ciò, con un cuore fiducioso.

 

Quando recitiamo: "Sono servo del Buddha, il Buddha è il mio padrone e la mia guida, il Buddha distrugge il dolore e mi riempie di benedizioni" e, a proposito del Dhamma "Il Dhamma distrugge il dolore, il Dhamma sostiene chi lo pratica" che cosa diciamo in verità? All’inizio sono parole che possono metterci a disagio, non concordiamo subito con esse. Ma se diventiamo un po’ più consci del loro significato, potremmo cominciare a ripeterci: "Io credo nella Verità". Che ci sia il risveglio. Può accadere che dormendo abbia un tremendo incubo che mi sembra assolutamente reale, e poi mi sveglio e mi accorgo che non sono in mezzo a un’alluvione e non ci sono bombe che mi cadono intorno. Mi sveglio e sono così sollevato!

C’è la possibilità di risveglio da questo continuo infinito cercare, da questo continuo sperare che ad un certo punto qualcosa si dimostrerà la cosa giusta di per sé e la sorgente di ogni benessere. Ora, vale la pena di aumentare questa fiducia, questa qualità di fiducia. Perciò, quando diciamo: "Sono servo del Dhamma, il Dhamma è il mio padrone e la mia guida, il Dhamma distrugge il dolore", stiamo aumentando questa qualità di fiducia.

 

Sappiamo per intuizione che c’è un altro posto, un’altra dimensione, dove troviamo unità, dove troviamo pace ed è ciò a cui diamo fiducia. Questa è la potenzialità, ciò che ha motivato e ispirato tutte le religioni da sempre. Questa potenzialità, questa sorgente di energia interna, è ciò che ci ha portato qui, credo. Quando siamo in contatto con questo potenziale, c’è quest’altra dimensione che ci sostiene, nel caso in cui le pratiche di rinuncia possano far risorgere troppo dolorosamente le strutture del sé.

 

Questo posto e le pratiche che vi facciamo non sono solo dedicate alla rinuncia, ma anche alla devozione. Credo che per noi sia più facile accettare la rinuncia, ma proprio per questo potrebbe essere più importante aprirci verso il significato della devozione, e trovare il modo di essere più devoti nella nostra pratica. Non intendo dire che si deve diventare più emotivi. La pratica devozionale, se non è sostenuta dalla rinuncia e dall’impegno ad ottenere la realizzazione, può diventare inutile e puramente emotiva. Ricordatevi che il punto è sempre la realizzazione. Tutti noi, durante questa settimane, ci siamo sentiti talvolta annoiati. "Tutta questa storia di rinunce, non ho più voglia di averci a che fare!" Dobbiamo stare molto attenti in quei momenti, essere molto svelti. Forse stiamo aggrappandoci troppo alla nostra risoluzione di rinuncia. O forse non ci piace cantare e inchinarci. Non siate troppo veloci nel giudicare. Questi sono tutti modi che ci aiutano a riconnetterci. La devozione ci riconnette alla semplice capacità di credere. La rinuncia ci mette in contatto con la capacità di accettare noi stessi, di vedere noi stessi chiaramente e di vedere oltre a noi stessi. Quando non sappiamo utilizzare prontamente tali capacità, la pratica spirituale non è certamente possibile. Lo scopo di tali pratiche è di darci questa capacità, in modo che ci possa essere la realizzazione.

 

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