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Sentirsi appagati

Sister Ajahn Candasiri

 

© Ass. Santacittarama, 2014. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Gabriella De Franchis.

 

Dal libro "Seeing the Way, vol. 2", una raccolta di discorsi di monaci e monache. Basato su un discorso tenuto al monastero di Chithurst nel 2010.

 

Ajahn Candasiri è nata in Scozia. È stata una delle prime donne a ricevere i precetti da anagarikā nel 1979. Per la maggior parte della sua vita monastica ha vissuto nel Monastero di Amaravati o in quello di Chithurst. In questi luoghi ha contribuito alla fondazione delle comunità, in particolare del Sangha delle Siladhara.

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"L’appagamento non ha tanto a che fare con la quantità delle cose che si hanno, è più che altro un atteggiamento mentale."

 

A Chithurst i mesi di Novembre e Dicembre sono un periodo speciale dell’anno. Ovviamente fa freddo, e quello che trovo interessante è che abbiamo la possibilità di scegliere se soffrire per il freddo oppure no. Lo so che a volte arrivo ad avere i brividi e sentirmi avvilita. Però, se sono consapevole – se mi preparo – mi posso godere il fresco frizzante, la sensazione dell’aria pulita e l’odore del legno che viene dalla stufa accesa nella stagione invernale.

Il tema della scelta se soffrire o no, per me ha molta importanza. Per tutta la vita dobbiamo fare questa scelta: soffrire o non soffrire. Molte persone non se ne rendono conto e così tendono verso la sofferenza. Ma quelli che hanno avuto l’opportunità di contemplare gli insegnamenti del Buddha si renderanno conto che una scelta, in effetti, l’abbiamo. Ci lamentiamo di come sono le cose, del freddo, della gente con la quale viviamo, del cibo, delle bevande, della routine monastica e del modo in cui vengono fatte le cose... Siamo capaci di trovare sempre qualcosa per cui lamentarci. Non è necessario guardare molto lontano: può essere un malanno fisico: le ginocchia doloranti, un raffreddore, un mal di testa o altro. O forse non abbiamo quello che vogliamo, oppure proviamo dispiacere per qualche sbaglio che abbiamo fatto – la vita è proprio piena di cose per cui lamentarsi ... però, possiamo anche scegliere di non farlo.

In un verso del Dhammapada il Buddha dice che l’appagamento è la ricchezza più grande. Trovo questa osservazione importante perché, in effetti, se coltiviamo veramente un atteggiamento di appagamento ci godiamo molto di più la vita. Ma questa qualità non è molto apprezzata e non incontra un ampio consenso. Infatti, se la gente fosse più appagata, l’intera economia potrebbe collassare. Nessuno vorrebbe più comprare cose nuove, né vorrebbe migliorarle; sarebbe sempre contento solo con quello che ha. Ci sono così tante sollecitazioni nella nostra società che non ci fanno sentire appagati. Ricordo le pubblicità di quando guardavo la Tv. Tutte cercavano di farti sentire il bisogno di avere qualcosa di ‘migliore’, di più piacevole, l’’ultimo’ modello. Quando vado a insegnare alla Buddhist Society di Londra, vedo pubblicità e cartelloni enormi dappertutto – persino sulle fiancate degli autobus – che ti fanno desiderare tutta una serie di cose alle quali non avevi mai pensato prima: una vacanza più esotica, o un’assicurazione più vantaggiosa. E, improvvisamente, mi ritrovo a pensare che forse dovrei farmi un’assicurazione sulla vita, o contro le malattie. Così è molto difficile non provare questa sensazione di scontentezza, perché durante tutta la giornata ti viene detto che c’è questa cosa che è ‘migliore’ e che tu dovresti averla, altrimenti ti perdi un’occasione.

Pratica quotidiana di appagamento.

è proprio così che va il mondo. Sicuramente anche nel monastero possono esserci cose che conducono alla scontentezza – il desiderio di qualcosa che qualcun altro ha. Possiamo provare invidia perché qualcuno ha la ciotola per la questua del cibo più bella della nostra, oppure ha una casacca migliore, o un paio di sandali migliori, o un orologio migliore. Ricordo quando tutti avevano una sveglia digitale; io non l’avevo e provavo un po’ d’invidia per quelle altrui. Sembrava che fosse un articolo che veramente si dovesse avere.

Di contro, l’addestramento monastico ci esorta a coltivare l’appagamento in modo consapevole; i samana, i monaci e le monache, vengono incoraggiati a svilupparlo, per esempio nei confronti delle vesti, riflettendo sul fatto che sono semplicemente un qualcosa che copre il corpo e che ci tiene caldi: la vita monastica ci esorta ad apprezzare la modestia. Riflettiamo sulle qualità fondamentali di quello che ci serve. La stessa cosa succede per il cibo ed è veramente un privilegio per i monaci o per le monache, andare in città con la propria ciotola e fare il giro della questua. Anche in monastero il cibo viene preparato quotidianamente e quindi sappiamo che per i nostri pasti ci dovrebbe essere del cibo caldo – ma andare in città per la questua è diverso. Stiamo lì, sulla strada con la nostra ciotola vuota, aspettiamo e vediamo quello che succede. Questa pratica la trovo eccellente per l’appagamento. Siamo veramente grati per qualsiasi cosa riceviamo perché significa che quel giorno mangeremo. Ci sono state volte in cui sono stata veramente contenta di ricevere solo una forma di pane, o una mela, o una banana. La forma di pane è la cosa migliore, davvero, perché così sai che non rimarrai digiuno; avrai lo stomaco pieno. Mentre in monastero, se andassimo in cucina e trovassimo solo una forma di pane per il pasto del giorno, probabilmente rimarremmo delusi.

È interessante il fatto che l’appagamento non abbia tanto a che fare con quanto si ha o con quanto sia bello quello che si ha, è più un atteggiamento mentale. Questa considerazione può essere fatta rispetto a tutta la nostra vita; possiamo capire se siamo persone che spesso non si sentono appagate. Se la nostra abitudine è di non essere appagati, allora il solo notare questo potrebbe essere una pratica utile – piuttosto che dire, "Dovrei essere contento perché così ha detto il Buddha", o "perché la monaca Candasiri in quel discorso ha ribadito che dovremmo essere contenti...". Credo che in questo modo non funzioni molto.

Ho ascoltato discorsi in cui mi si diceva che dovevo essere contenta e grata. Forse questo è vero, forse dovrei veramente essere contenta e grata. Però penso che soffermarmi solamente su come dovrei essere, non vada tanto bene. A quanto pare è meglio se mi fermo e osservo l’effetto che ha sulla mia mente l’essere scontenta. Effettivamente non è proprio bello trovarsi in questo stato. Riusciamo a capire che cosa significa lamentarsi sempre, trovare sempre la colpa nelle cose o nelle altre persone? Come ci si sente? Pensare così ci fa sentire felici? Oppure il criticarci pensando di noi stessi che non siamo abbastanza bravi? Forse non dobbiamo cercare tanto a fondo per trovare delle buone ragioni per fare autocritica: "Non ho fatto abbastanza; non sono abbastanza bello, non abbastanza magro, non abbastanza grasso". Sembra che ci siano sempre cose che non vanno bene, e allora possiamo cominciare a capire che rimuginare su queste cose ci rende infelici. A mio parere un modo per essere felici è quello di enumerare di proposito le nostre benedizioni, cercare di ribaltare le cose per vederle in modo positivo, coltivando un fondamento di appagamento con le cose così come sono.

Anni fa, quando stavo in India, notai che molte persone erano incredibilmente povere, ma che spesso avevano un alone di luminosità e gioia. Sembrava che sapessero come godersi la vita. Ricordo che un giorno stavo guardando un bimbetto; non aveva giocattoli, ma trovò un mattone e un pezzo di filo; legò il pezzo di filo attorno al mattone e se lo trascinava dietro, ovviamente vedendolo come una specie di giocattolo fantastico. Ne era veramente contento. Si può vedere come ciò che ci rende contenti è l’essere capaci di tirare fuori il massimo anche dalle cose semplici della vita – piuttosto che essere favolosamente ricco o avere il meglio di tutto.

Ho conosciuto persone benestanti che, però, sembra non abbiano abbastanza. Vogliono sempre qualcosa di meglio – le cose non andranno mai bene per loro. Vanno in ristoranti favolosi e dicono che il cibo, in fin dei conti, non era poi un granché; anche se il cibo fosse squisito, preparato in modo meraviglioso, ci sarebbe sempre qualcosa che non va. Mentre, se partiamo dal non avere niente, possiamo provare vera gioia con una singola forma di pane. Quindi, in un certo qual senso, siamo molto più ricchi quando ci possiamo accontentare veramente di quello che abbiamo.

Appagamento illimitato

Nei Sutta c’è la storia di un monaco che decise di volere andare a vivere in un luogo lontano. Quando chiese al Buddha il permesso di andare, il Buddha gli pose alcune domande per accertarsi che fosse veramente pronto: "La gente che vive lì è rozza e magari ti darà solo del cibo molto cattivo. Che cosa penserai se tutto quello che ti offrirà non sarà che del cibo molto cattivo?". E il monaco rispose: "Sarei riconoscente semplicemente perché mi hanno dato qualcosa da mangiare. Proverò contentezza per questo". E il Buddha continuò: "E se non ti danno proprio niente da mangiare? E se t’insultassero, o ti maltrattassero? Se ti tirassero contro zolle di terra o pietre? Se ti bastonassero pesantemente?". E alla fine: "Se ti accoltellassero e ti uccidessero?". La risposta del monaco a tutto questo fu: "Bene, allora sarebbe fantastico perché non si potrà dire che mi sono suicidato. La mia vita finirà, lascerò questo corpo senza dovermi più preoccupare di nutrirlo o di accudirlo". Questo convinse il Buddha che il monaco aveva le qualità necessarie per trovare appagamento in qualsiasi situazione e gli concesse di andare.

Ricordo che mi trovavo qui nei primissimi giorni del primo inverno a Chithurst. Stavamo in una casetta vicino al torrente (la più piccola, che ora è una casa per gli ospiti). In quei tempi non c’era riscaldamento, non c’erano tappeti, pochissimi mobili e non c’era neanche elettricità. Avevamo un generatore, ma era molto rumoroso e così usavamo le candele. Mi ricordo che una sera, durante quel primo inverno, ero seduta al piano di sopra, nella stanza che dividevo con la monaca Rocana, tutta imbacuccata, con i guanti, e cercavo di scrivere una lettera al lume di candela. Si congelava. Ma non ricordo brontolii o lamentele per questo, si trattava solo di riuscire a scrivere la lettera con i guanti spessi. In quei giorni eravamo così entusiaste di essere qui, di essere una parte nell’incredibile avventura della creazione di questo monastero e questo ci dava un senso di contentezza.

Detto questo, devo comunque ammettere, che non è un problema per me neppure essere contenta del fatto che ora abbiamo questa sala di Dhamma meravigliosamente calda! Apprezzo camminare in questa sala con il riscaldamento sotto il pavimento; è così bello anche potere stare qui seduti senza avere i brividi. E giù, nel Vihara Rocana, dove ora stanno le monache, abbiamo una stufa a legna in cucina. è meraviglioso avere un posto caldo dove andare. Così, ora, sono contenta di questo, del calore e delle comodità della nostra vita.

Tuttavia, senza la consapevolezza, posso ancora diventare triste. Poco prima, questa sera, ero nella mia stanza e leggevo il libro del pellegrinaggio di Ajahn Sucitto, 'Bruschi Risvegli' (Rude Awakenings). Stavo arrivando verso la fine del libro, al capitolo molto coinvolgente quando vengono rapinati, ed ero così totalmente immersa nella lettura, che non mi sono resa conto che faceva freddo e che ciò mi faceva sentire piuttosto contratta anche mentalmente. Sono scesa giù in cucina e mi sono scaldata vicino alla stufa con una tazza di tè, e questo mi ha fatto stare molto meglio.

Quello che voglio farvi notare è la necessità della consapevolezza. Quando fa tanto freddo, dobbiamo essere in sintonia con il nostro corpo; se sentiamo troppo freddo, ci possiamo ammalare. Quindi, ci sono delle cose basilari che possiamo fare. Dobbiamo rassicurarci di essere abbastanza coperti, e bere qualcosa di caldo di tanto in tanto – cose di questo tipo – piuttosto che pensare: "Come sono sventurato, come sono infelice, fa freddo, come faccio a scaldarmi?". Effettivamente tutta questa faccenda di prendersi cura di se stessi, la possiamo trasformare in un esercizio di consapevolezza.

Compassione oceanica

Quindi, i modi per coltivare l’appagamento per le cose materiali della vita ci sono, ma dobbiamo anche fare attenzione a coltivare l’appagamento per le cose immateriali della vita: le nostre relazioni, il nostro posto nel grande schema delle cose, il senso di noi stessi, e di chi e cosa siamo, la nostra pratica di meditazione. Io soffrivo terribilmente per la mia pratica di meditazione, perché ero assolutamente sicura che non fosse mai abbastanza capace – e probabilmente, avendo un atteggiamento così negativo al riguardo, non lo ero. Quello che mi aiutò fu rendermi conto che come vero fondamento della pratica, prima di tutto, ci deve essere una sensazione di benessere, un senso di rispetto verso se stessi. Se iniziamo la nostra pratica di meditazione con la sensazione di non esserne degni, senza speranza e buoni a nulla, è facile perdersi; è come un circolo vizioso. Di conseguenza proviamo tensione o frustrazione nella pratica – la sensazione che non vada bene, che abbiamo bisogno di sforzarci di più. Così ci sforziamo di più e finiamo per sentirci totalmente infelici e ci scoraggiamo nei confronti della meditazione. È molto importante, però, ricordare che il Buddha offrì i suoi insegnamenti, questi modi di praticare, per compassione, affinché fossero di nostro benessere, per la nostra felicità – non per farci sentire infelici e avviliti.

C’è una frase nei canti del mattino, che mi fa piacere ricordare, dove si dice che il Buddha è pieno di ‘compassione oceanica’ – che ci ricorda quel cuore incredibilmente vasto e compassionevole che vuole solo il meglio per noi ... E cosa facevo io? Usavo questi insegnamenti, questo modo di praticare, per creare una sensazione d’infelicità. Beh, in realtà, non ero del tutto infelice; sono sempre stata contenta di avere avuto la possibilità di diventare monaca e sono ancora leggermente stupita del fatto che sia stato possibile, ma nel mio cuore mancava la gioia profonda. Infine, mi resi conto che non avevo capito bene che in un certo senso dipendeva da me trovare appagamento nel rispetto di me stessa. Dipendeva da me prendermi cura di questo essere, invece di cercare sempre conferma e approvazione al di fuori di me stessa.

Ero molto brava nello svolgere i miei compiti – molto brava nel servizio e facevo sempre cose per le altre persone e per la comunità. Mi piaceva, ma non mi ero resa conto che avevo bisogno di trovare il modo di prendermi veramente cura di me stessa: coltivare la gentilezza per me stessa, mettā nei confronti di questo essere qui – rivolgere mettā, karunā, muditā, upekkhā verso questo essere. Io, per esempio, non avevo assolutamente muditā per questo essere – non mi era mai capitato di pensare alle buone qualità, di pensare al senso del mio valore: non coltivavo un senso di rispetto verso me stessa, o la capacità di apprezzare anche i piccoli successi nella meditazione. Anche se non sapevo realizzare tutti i jhāna, o cose del genere – potere però godermi veramente un respiro, sentirmi bene per il fatto di vivere nel rispetto dei precetti; vivere quantomeno con l’intenzione di non fare del male. In seguito avrei potuto ampliare questo sforzo, fino al punto di non farmi del male con tutta quella negatività nei miei confronti.

Alcuni sono molto critici nei propri confronti; e questo è considerato quasi una virtù. Riteniamo che sia un bene trovare delle colpe in noi stessi, quasi come se temessimo che, non facendo così finiremmo per diventare superbi. Tuttavia, se c’è qualcosa che dobbiamo fare per progredire un minimo nella pratica, è quella di avere una base di benessere, una percezione dei propri meriti. Quindi, come base per la pratica, il Buddha raccomanda bhāvanā (coltivare la mente), silā (virtù) e dāna (generosità). Se mentre le coltiviamo, riflettiamo, possiamo vedere che qualcosa di buono è stato fatto: "Sono stata gentile – verso gli altri, e anche verso me stessa", "Sono stata attenta, sono stata responsabile". Possiamo riflettere su queste cose per generare felicità e benessere, invece di preoccuparci sempre dei nostri difetti.

Parlo con molte persone della loro meditazione, e spesso dicono qualcosa del tipo: "Oh sì, medito, ma non abbastanza", oppure "Non abbastanza bene". Vorrei darvi un consiglio: sarebbe una buona idea non pensarla minimamente in questo modo – meditate e basta! Se permettiamo a noi stessi di dimorare in questi pensieri, stiamo cominciando con il piede sbagliato. è molto meglio rallegrarci del nostro piccolo successo e arrivare ad essere contenti proprio per le piccole cose che facciamo, provarne piacere. Possiamo anche essere contenti del fatto di essere nati come esseri umani, di avere incontrato questi insegnamenti, di esserci imbattuti in questo monastero e in questa comunità di persone che sono così dediti alla pratica – abbiamo dei buoni compagni nel Sentiero.

Una volta che abbiamo questa base di benessere, possiamo riflettere e vedere quali sono i modi che possono esserci utili per trovare un equilibrio nella nostra pratica. Ma prima ci serve quel senso di benessere; prima ci serve quel senso di dignità e di rispetto verso noi stessi. Potremmo anche volutamente incoraggiare noi stessi ad essere contenti del nostro essere: "Questo essere è perfettamente a posto. Questo essere è meritevole; questo essere sta praticando in accordo con gli insegnamenti del Buddha". Nessuno ci chiede di essere subito perfetti. Anche il Buddha stesso ha iniziato la sua vita come un essere umano non illuminato, che soffriva. Anche i suoi migliori discepoli avevano le loro difficoltà, avevano i loro problemi.

Nel 'Poema della Vittoria' c’è una storia meravigliosa di una monaca illuminata. Lei racconta che aveva lottato per venticinque anni con la sua pratica e non aveva mai avuto un momento di pace. Aveva lottato per venticinque anni! E alla fine ebbe quell’intuizione che le permise di arrivare nel luogo di calma incrollabile, il luogo della libertà.

Tutti abbiamo dei problemi, ma quando il senso di benessere e gioia aumenta, siamo in grado di occuparcene meglio, di interessarci di queste difficoltà e coltivare dei mezzi abili per affrontarle. Tutti possiamo trovare il modo per essere più consapevoli e reagire più adeguatamente alle difficoltà che sorgono. Quando facciamo qualcosa di completamente sbagliato, piuttosto che scoraggiarci, possiamo impegnarci ed imparare dagli errori che abbiamo fatto e potremmo fare.

Trovare il Coraggio

Per tutti ci saranno dei periodi in cui ci si sentirà sotto pressione e stressati. Però, possiamo sempre prenderci il tempo per riflettere: "Beh, non mi è riuscito molto bene! In che modo posso modificare la mia pratica per fare meglio la prossima volta?". Naturalmente, forse, rifaremo lo stesso errore. E allora, potremo sempre ricominciare di nuovo. Torniamo semplicemente indietro. Continuiamo semplicemente a ricominciare. Se continuiamo a provare interesse per quello che succede, a poco a poco scopriamo di essere più consapevoli, più presenti. E a quel punto possiamo anche accorgerci di avere meno paura. Di recente ho scoperto che un sacco delle nostre difficoltà derivano dal fatto che abbiamo paura che qualcuno ci possa portare via qualcosa che ci appartiene. Può essere qualcosa di materiale oppure un’idea. Potremmo, per esempio, essere molto attaccati alla nostra idea di quello che dovrebbe succedere; poi se arriva qualcuno e dice: "Non credo che debba succedere così", oppure "Sei completamente in errore", ci mettiamo subito sulla difensiva!

Persino una reazione simile si può affrontare con la volontà di continuare a tornare indietro con umiltà e pazienza. Possiamo continuare a ritornare a questo momento così com’è, ed essere soddisfatti del nostro corpo e della nostra mente così com’è, essere appagati di questo respiro. Possiamo inspirare tranquillità e benessere, ed espirare con un senso di tranquillità, rilassandoci. Possiamo sempre ristabilire un senso di appagamento, con un respiro. Rallegriamoci di questo, che è pure gratis. Non bisogna pagare per respirare!

Noi qui siamo fortunati, possiamo tranquillamente andare fuori e guardare le stelle nel cielo limpido e luminoso, respirare all’aria aperta, godere del lieve odore del fumo di legna nell’aria.

Vorrei esortare tutti a cercare delle cose che si potrebbero fare per recare gioia – fuori e dentro di noi, a cercare i modi per rendere il nostro atteggiamento più amorevole, più generoso nei confronti di noi stessi e degli altri.

Ecco, questo lo offro per il vostro benessere, per la vostra felicità.

 

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